In Medio Oriente stiamo assistendo a cambiamenti epocali, cambiamenti che solo i palestinesi non riescono a cogliere.

Mentre i grandi Stati Arabi del Golfo, compreso il Qatar, si stanno lentamente ma inesorabilmente avvicinando a Israele anche attraverso trattati di carattere militare, mentre la popolazione araba della regione, l’uomo della strada, capisce che Israele è una risorsa e non un nemico, gli unici che ancora rimangono ancorati a vecchi stereotipi e a situazioni di 70 anni fa sono i palestinesi.

In realtà sono i leader palestinesi più che la popolazione palestinese. Con il tempo e fatte le giuste eccezioni, appare sempre più chiara la distanza che c’è tra le necessità della popolazione palestinese e quello che decidono i loro leader, che siano a Ramallah o a Gaza.

Non stiamo parlando degli arabo-israeliani che lo hanno capito ormai da un pezzo e che vivendo come cittadini israeliani hanno gli stessi Diritti dei loro connazionali di religione araba o cristiana, a dispetto di quanto raccontano gli avvelenatori di pozzi del Movimento BDS e i loro sodali europei.

Stiamo parlando degli arabi palestinesi che vivono in Giudea e Samaria e nella Striscia di Gaza. Fino a qualche tempo fa nessuno di loro si sarebbe permesso di sostenere che in Israele si viveva meglio o che potevano vivere decentemente grazie ad un lavoro in Israele (almeno quelli che non vivono a Gaza).

Oggi invece la propaganda del regime palestinese (si, un regime dato che Abu Mazen governa senza essere passato da elezioni e il suo mandato è scaduto nel 2008) non attecchisce più come una volta o comunque non attecchisce tra i tanti palestinesi che a vario titolo lavorano in Israele e vedono cosa hanno i loro “fratelli” con cittadinanza israeliana.

Insomma, i palestinesi hanno iniziato a ragionare con la propria testa e a fare paragoni e così in tanti si sono accorti che alla loro leadership conviene tenerli in condizioni miserevoli pur di continuare con lo storytelling anti-israeliano.

Uno studio del Israeli Democracy Institute risalente a fine 2019 rivela che tra gli arabi-israeliani, quindi con cittadinanza, il 70% non crede che vi sia conflitto tra l’identità palestinese e l’essere cittadini israeliani. Il 63% si dice addirittura orgoglioso di essere israeliano.

Lo stesso studio rivela che tra gli arabi non israeliani provenienti da Giudea e Samaria ma che lavorano in Israele, oltre l’80% apprezza la democrazia israeliana e si trova bene a lavorare fianco a fianco con gli israeliani.

Per farla breve, i palestinesi che hanno assaggiato la democrazia israeliana, che siano residenti o meno, la preferiscono di gran lunga alla dittatura della Autorità Palestinese e non credono più alle favolette raccontate dai suoi leader.

Questo crea quello che la scrittrice Irit Linur ha definito “la crisi d’identità araba”, una crisi molto lenta nella sua evoluzione ma che sta creando non pochi problemi alla Autorità Palestinese tanto che tutte le voci dissidenti (giornalisti e scrittori) sono state messe a tacere senza tanti complimenti negli ultimi mesi.

E più passa il tempo, più questa crisi diventa profonda. La propaganda della Autorità Palestinese viene sempre più spesso superata dai media arabi che parlano sempre più apertamente di «relazioni con Israele». Gli arabi che lavorano in Israele quando tornano a casa raccontano quello che vedono. In queste condizioni è difficile per la AP continuare con lo storytelling anti-israeliano.

Certo, rimane uno zoccolo duro (durissimo) legato in parte ad Hamas e in parte alla OLP, per lo più gente che vive in miseria e che non ha accesso alle informazioni, ma quello “zoccolo duro” diventa sempre più piccolo.

Dopo la presentazione del piano di pace americano sembrava che in Giudea e Samaria dovesse scoppiare il finimondo. Lo temevano anche gli israeliani. Invece le proteste sono state risibili rispetto a quello che ci si aspettava. I palestinesi non sono più disposti a credere a tutto quello che raccontano i loro leader. Hanno imparato a fare di conto e hanno capito che vivere pacificamente a fianco di Israele non è poi così male.