Mike Pompeo in Israele inizia a disegnare il fronte contro la Cina

Il viaggio lampo di Mike Pompeo in Israele non ha riguardato minimamente la questione della ventilata annessione della Valle del Giordano e degli insediamenti in Giudea e Samaria.

«Il Segretario di Stato Mike Pompeo non ha volato per mezzo mondo per parlare di annessione» fanno sapere fonti del Dipartimento di Stato americano.

Al contrario, i colloqui avuti da Pompeo con il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e con l’alleato di governo, Benny Gantz, sono stati incentrati su “altre principali priorità” che preoccupano gli Stati Uniti.

Prima di tutto hanno parlato del pericolo iraniano, un pericolo sempre più incombente che però a Gerusalemme sanno come affrontare.

Poi hanno parlato di quello che veramente ha spinto Pompeo a volare per mezzo mondo: il pericolo cinese.

A Washington sono preoccupati per le relazioni sempre più strette tra Israele e Cina. Gli investimenti cinesi in società altamente tecnologiche in tutto il mondo e in particolare in alcune Start Up israeliane non fanno dormire sonni tranquilli al Presidente Trump.

«Gli investimenti strategici della Cina in tutto il mondo sono fonte di grande preoccupazione in quanto non esiste una sola società privata e indipendente in Cina» affermano fonti del Dipartimento di Stato americano.

L’interesse mostrato da alcune società cinesi per i “gioielli tecnologici” israeliani ha fatto scattare tutti i campanelli di allarme nell’intelligence americana.

Quello che Mike Pompeo ha chiesto a Netanyahu e Gantz è quindi un maggior coordinamento per contrastare l’espansione cinese nel settore dell’alta tecnologia e della tecnologia militare. «L’esperienza del COVID-19 ci insegna che non ci si può fidare di Pechino, di un regime cioè dove non esiste alcuna trasparenza» affermano le fonti del Dipartimento di Stato americano.

Il caso di Huawei e delle pacth per il kernel Linux

Neanche a farlo apposta proprio in queste ore scoppia il caso di Huawei e delle patch prodotte dal colosso cinese per il kernel Linux, patch che dopo un severo controllo hanno mostrato una “vulnerabilità di sicurezza banalmente sfruttabile”.

Per chi non lo sapesse le maggiori società mondiali (Google, Amazon, Microsoft ecc. ecc.) usano server Linux based. E come funziona nel circuito open source ognuno è libero di produrre e proporre della patch di sicurezza.

Domenica 10 maggio una patch “buggata” è stata presentata dal colosso cinese attraverso una mailing list. Chiamata HKSP (Huawei Kernel Self Protection), la patch avrebbe dovuto introdurre una serie di opzioni per rafforzare la sicurezza nel kernel Linux.

Dopo un primo positivo stupore da parte degli sviluppatori Linux per l’interessamento di Huawei per il kernel Linux, lo stupore si è trasformato in sgomento quando gli sviluppatori di Grsecurity (società che fornisce patch di sicurezza per Linux) hanno scoperto il bug che in sostanza generava un buffer overflow facilmente sfruttabile da malintenzionati.

Non sono servite le dichiarazioni di Huawei sul fatto che il colosso cinese non c’entrasse nulla con quella patch ma che fosse stato un singolo dipendente a produrre e distribuire la stessa, ormai quasi tutti si sono convinti che era un tentativo (assai ingenuo, a dire il vero) della società cinese di introdurre furtivamente una vulnerabilità nel kernel di Linux, cioè del sistema operativo usato in tutti i server delle maggiori società occidentali.

Tutta acqua al mulino di Washington che Pompeo non ha potuto fare a meno di usare nei suoi colloqui con i leader israeliani per convincerli della pericolosità nell’avere qualsiasi rapporto con la Cina.