C’è ancora gente che fa confusione tra “America First” e “Donald First” credendo che siano più o meno la stessa cosa. No, gli interessi di Trump non sono la stessa cosa degli interessi americani. A volte può capitare che combacino, ma non sono la stessa cosa. Figuriamoci gli interessi di Israele.
La liberazione dell’ostaggio americano Edan Alexander avvenuta a seguito di contatti diretti tra l’Amministrazione americana e Hamas, bypassando completamente Israele, è solo l’ultimo episodio, peraltro felice, di come Trump badi prima di tutto al proprio interesse.
Gli altri episodi in cui Israele è coinvolto non sono purtroppo altrettanto felici, a partire dai disaccordi sulla gestione della guerra con Hamas, fino al molto più importante disaccordo sulla gestione del problema nucleare iraniano.
Gli interessi di Trump e della sua famiglia nel Golfo sono miliardari. Tutto gli ci vuole meno che una guerra in quell’area con annessa crisi del petrolio. A dire il vero non mancano nemmeno gli interessi della famiglia Witkoff. Sarà per questo che il buon Steve si da tanto da fare per raggiungere un accordo con l’Iran degli Ayatollah. Naturalmente senza minimamente consultare Israele che da Trump si aspettava ben altro approccio con Teheran.
In questo momento sarebbe sin troppo facile criticare Benjamin Netanyahu per l’approccio tenuto nei confronti dell’Amministrazione Trump, che in pratica ha preso tutte le decisioni senza consultarlo, da “Gaza come Montecarlo” al nucleare iraniano passando per Libano e Siria dove gli americani si stanno muovendo con riservatezza ma usando attori terzi rispetto a Israele.
Non lo farò, lascerò le critiche al Premier israeliano per un’altra occasione perché nemmeno lui poteva immaginare il tradimento su larga scala perpetrato da Donald Trump nei confronti di Israele.
La cosa brutta, sotto certi aspetti patetica, è che il tradimento di Israele e delle sue aspettative nasce per motivazioni che esulano da disaccordi di carattere politico e di gestione del problema, ma sono figlie dei meri interessi di Trump nella regione.
E allora per la Striscia di Gaza e Hamas gli Stati Uniti bypassano Israele e cercano una soluzione araba perché con gli arabi si fanno affari (e che affari), per l’Iran bypassano nuovamente lo Stato Ebraico e cercano una soluzione che non danneggi il business miliardario della famiglia Trump nel Golfo Persico. Se poi gli Ayatollah si fanno la bomba il problema è di Israele, non certo di Trump.
Qui di politico non c’è niente, NIENTE. Quella che erroneamente certi “analisti” trumpiani ritenevano essere una “strategia politica” di Trump si sta rivelando per quella che è: una mera transazione d’affari.
E quegli stessi “esperti analisti” che contavano sul fatto che Trump fosse così amico di Israele da preparare un attacco all’Iran su larga scala e che oggi vedono tristemente i bombardieri tornarsene in America, dovranno rassegnarsi al fatto che proprio a causa del loro “amico” ormai l’Iran è una potenza nucleare a tutti gli effetti, a prescindere dall’accordo salva-faccia che concluderà Trump.
Netanyahu lo poteva evitare cinque mesi fa, quando l’Iran era nudo e indifeso. Non lo ha fatto confidando che dopo l’ascesa di Trump gli Stati Uniti gli avrebbero messo a disposizione i bombardieri B-2A Spirit per trasportare le potenti GBU-57A/B MOP con le quali penetrare i possenti bunker iraniani e chiudere per sempre il problema iraniano. O perlomeno lo hanno convinto che così sarebbe andata. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, o almeno di chi non li ha coperti con fette di prosciutto.

