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Relazioni tra Russia e Israele ai ferri corti. Netanyahu senza una strategia precisa

Il Ministro degli Esteri Russo, Sergei Lavrov, parlando con El Pais, ha detto che «Israele ha messo in pericolo le vite dei militari russi in diverse occasioni» riferendosi in particolare al fatto che in alcune occasioni gli israeliani sarebbero venuti meno all’impegno di informare le forze armate russe in Siria sulle loro operazioni militari in territorio siriano.

Lavrov ha spiegato che tra Russia e Israele c’è un accordo non scritto volto a evitare che l’aviazione russa e quella israeliana si trovassero accidentalmente a scontrarsi sui cieli siriani. Questa intesa basata sulla parola e raggiunta dal presidente russo Vladimir Putin e dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu prevede che Israele avvisi con un ragionevole anticipo il comando russo sugli obiettivi che i caccia israeliani intendono colpire in Siria.

Il Ministro degli esteri russo Sergei Lavrov incontra il premier israeliano Benjamin Netanyahu

«Sfortunatamente, la parte israeliana non ha sempre rispettato scrupolosamente i suoi obblighi , in particolare per quanto riguarda l’obbligo di informare i militari russi in merito alle operazioni di combattimento in territorio siriano» ha detto Lavrov a El Pais.

Lavrov cita in particolare un episodio, quello di un attacco israeliano nella regione di Palmira avvenuto nel 2017. Poi afferma che la Russia ha avvisato Israele in tutti i modi e ai più alti livelli che un tale atteggiamento «potrebbe portare a conseguenze tragiche». Indirettamente incolpa quindi questo atteggiamento israeliano per l’abbattimento dell’areo russo avvenuto durante un attacco israeliano su una base iraniana in Siria nel mese di settembre. Poi, con riferimento all’invio di missili S-300 in Siria ha affermato che «dopo l’incidente del 17 settembre non potevamo lasciare le cose come erano. La Russia ha risposto in maniera contenuta ma ferma».

Il ministro degli Esteri russo conferma quindi che le le relazioni tra Russia e Israele sono fondamentalmente cambiate dopo quell’incidente che ha visto la morte di 15 militari russi. Non accenna al fatto che da diverse settimane russi e israeliani non si parlano a nessun livello, ma lascia intendere che la situazione delle relazioni tra Russia e Israele non è proprio rosea.

Quale strategia a lungo termine ha Netanyahu in merito alla Siria?

Ora che le relazioni tra Russia e Israele sono compromesse viene da chiedersi quale sia la strategia nel lungo termine di Netanyahu per quanto riguarda la Siria e in particolare sulla presenza iraniana in territorio siriano e sulla minaccia rappresentata da Hezbollah.

Fino ad ora si sono visti molti attacchi preventivi, circa 200 in un anno secondo l’IDF, per lo più diretti contro convogli di armi destinati a Hezbollah. Ma è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino. Gli iraniani, anche grazie all’appoggio russo, sono stabilmente posizionati vicino al confine con Israele mentre Hezbollah continua a ricevere armi e sistemi d’arma dall’Iran. Il loro obiettivo dichiarato è un attacco allo Stato Ebraico e non sembra che le seppur numerose azioni preventive israeliane abbiano fatto cambiare i piani degli Ayatollah iraniani. La strategia nel lungo termine iraniana è questa. Qual’è quella di Netanyahu? Continuare a contenere l’espansione iraniana in Siria con raid mirati nella speranza che non si arrivi mai a un conflitto, oppure, dando per scontato che Teheran non farà nessun passo indietro, impedire seriamente che l’Iran si organizzi per attaccare Israele?

Non è una domanda banale perché per via delle tensioni nel nord del paese Netanyahu sta sacrificando le popolazioni del sud sotto attacco di Hamas. Il premier israeliano pensa che non sia il caso di aprire due fronti, ma al nord non c’è nessun fronte, almeno al momento. La domanda da porre quindi è: Netanyahu intende aprire un fronte al nord oppure vuole continuare con i raid mirati a rallentare il posizionamento iraniano in Siria? Se la risposta è la prima, evitare un conflitto con Hamas ha un senso. Ma se la risposta è la seconda, non vediamo il motivo di tanta prudenza con i terroristi palestinesi che tengono in ostaggio milioni di israeliani nel sud del Paese.

L’impressione che abbiamo è che Netanyahu non abbia alcuna strategia precisa, quasi che vada avanti a tentoni sperando in non si sa bene cosa. Per questo crediamo che sia arrivato il momento di decidere cosa fare, di mettere nero su bianco una strategia nel breve e medio termine che non si affidi solamente a sporadici raid aerei in Siria o a risposte poco incisive nei confronti di Hamas. Ad alcuni può non sembrare, ma Israele è sotto attacco ed è arrivato il momento di affrontare con determinazione questa condizione. E se la Russia, come sembra, non sarà più garante per le azioni iraniane in Siria, Israele se ne dovrà fare una ragione e agire di conseguenza. Ma non è con l’incertezza e le titubanze che si può pensare di reagire a questo attacco.

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