Middle EastSocietà e cronaca

Smantellare la UNRWA significa smantellare la questione palestinese

Lo strettissimo nesso tra la sopravvivenza della UNRWA e della cosiddetta “causa palestinese”

Da quando abbiamo avviato la nostra campagna per la chiusura della UNRWA sono cambiate diverse cose. In primo luogo siamo riusciti a portare all’attenzione dell’uomo della strada questa vera e propria invenzione che non rispetta nessuno dei dettami del Diritto Internazionale in merito alla gestione dei profughi. In secondo luogo abbiamo finalmente aperto un dibattito su quello che la UNRWA è realmente, cioè una organizzazione delle Nazioni Unite che opera completamente al di fuori della carta dell’Onu (ma abbiamo ottenuto tanto, per esempio la pubblicazione dei bilanci e della lista dei donatori) oltre ad incitare palesemente all’odio, quindi tutto meno che una agenzia umanitaria.

Purtroppo nel corso degli anni alcune organizzazioni che inizialmente avevano aderito alla campagna, contribuendo anche a darle risalto, non se la sono sentita di proseguire, vuoi per pressioni esterne (forti) vuoi per la paura di danneggiare la popolazione palestinese bisognosa di aiuti, in particolare quella di Gaza. E così siamo rimasti noi e pochi altri con il cerino in mano a fare la figura dei cattivi.

Pochi giorni fa un noto giornalista giordano, Osama Al-Sharif, scriveva che il tentativo di smantellare la UNRWA significava cercare di smantellare la questione palestinese. Osama Al-Sharif si riferiva in particolare alla decisione del Governo americano di tagliare i fondi all’agenzia ONU che si cura dei palestinesi e non certo alla nostra piccola campagna, anche se ci piace pensare che qualcuno lassù abbia sentito la nostra flebile voce. Ma al di la di tutto, Osama Al-Sharif ha detto una cosa sacrosanta: smantellare la UNRWA significa smantellare la causa palestinese, una causa cioè che si basa completamente sull’inganno, sul mercimonio degli aiuti e soprattutto su una idea falsa che lo status di profugo si possa tramandare di padre in figlio, una eventualità che il Diritto Internazionale non prevede come ci insegna la vera Organizzazione dell’Onu che si cura di profughi, la UNHCR.

La UNRWA è l’unica organizzazione della storia che ha fatto lievitare il numero dei profughi invece di ridurlo e con i profughi sono aumentati gli aiuti economici, cioè il business. E’ un dato di fatto. Da poche centinaia di migliaia che erano, oggi i profughi palestinesi sono oltre cinque milioni e il ritorno di quei finti profughi è una delle ragioni per cui non si è mai arrivato ad un accordo di pace tra israeliani e arabi. La UNRWA diventa quindi anche e soprattutto un ostacolo alla pace.

E’ curioso come lo stesso Osama Al-Sharif ripeta le stesse parole che noi ci siamo sentiti ripetere per anni durante la nostra campagna, e cioè che «il mandato della UNRWA potrà terminare solo una volta che sarà stata trovata una soluzione giusta e duratura alla condizione dei profughi palestinesi». Ma il problema è che quelli non sono profughi, o quantomeno solo una piccola parte di loro lo sono. E’ un po’ come dire che il problema non potrà mai essere risolto.

Ed è proprio questa l’arma più potente nelle mani dei palestinesi, l’unica oggi in grado di tenere in piedi la loro causa. Non sono le rivendicazioni territoriali o le cosiddette “colonie”, tutte cose perfettamente negoziabili, è la questione dei finti profughi palestinesi a tenere in piedi tutta la baracca.

Per questo e per niente altro Osama Al-Sharif scrive che un attacco alla UNRWA è un attacco alla causa palestinese, per questo scrive che il taglio degli aiuti alla UNRWA deciso dall’Amministrazione Trump è un attacco diretto alla Autorità Palestinese prima ancora che alla stessa agenzia delle Nazioni Unite. In sostanza è stato finalmente attaccato il pilone su cui si regge tutto il sistema mafioso palestinese.

Per questo motivo non possiamo e non dobbiamo cedere. Per strada abbiamo perso alcuni partner intimiditi dalle pressioni di alcuni donatori, abbiamo perso il sito web dedicato alla campagna e non ci è stato permesso di rilevarlo, ma non ci siamo persi d’animo, abbiamo salvato il lavoro e lo abbiamo spostato momentaneamente su un altro dominio in attesa di decidere con tutti gli altri partner come procedere. E’ una battaglia difficile e irta di ostacoli, lo sapevamo sin dall’inizio, ma questo è il momento per insistere nelle nostre giuste richieste sul rispetto totale del Diritto Internazionale che non può essere cambiato (o piegato) solo ed esclusivamente quando si parla di palestinesi.

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