Non vorrei dire «lo avevo detto», ma lo avevo detto che alla prima occasione utile Donald Trump avrebbe venduto anche Israele se gli fosse tornato utile farlo. Ricordo ancora quelli che mi davano del pazzo, quelli che «Trump è il migliore amico che Israele possa avere», quelli che addirittura mi hanno dato dell’antisemita.
Voglio che si capisca bene quanto Donald Trump sia “amico” di Israele, talmente amico che nel memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran vi è una clausola che in sostanza concede all’Iran influenza, grande influenza, sul Libano, il tutto senza consultare il Governo libanese né Israele che è diretto interessato. Tanto più che Libano e Israele stanno trattando direttamente dopo decenni in cui nemmeno si parlavano.
A Trump non è importato niente che il Libano stia cercando di liberarsi dalla presa mortale di Hezbollah e quindi dell’Iran. E nemmeno gli è importato che Hezbollah, più ancora che Hamas, sia un nemico mortale alle porte di Israele che per mesi e mesi ha bersagliato quotidianamente il nord dello Stato Ebraico con missili e artiglieria. Al Presidente americano importa solo uscire dal conflitto con l’Iran, anche a costo di rafforzare Teheran, come in realtà è successo.
Ora però occorre pensare a come rimediare alla debacle trumpiana e a come fare in modo che gli accordi presi dagli Stati Uniti con l’Iran non prendano consistenza nel salvataggio di Hezbollah e non indeboliscano il fronte nord.
È di vitale importanza per Gerusalemme liberare il Libano dai tentacoli della piovra iraniana, su questo in Israele mi sembra ci sia ampio consenso bipartisan. Però questo comporta andare contro gli interessi di Trump e quindi dell’Iran che minaccia di richiudere (o non aprire) lo Stretto di Hormuz se si sottrae il Libano dalla sua influenza.
Può Israele agire come vorrebbe in Libano senza far infuriare Donald Trump che, con evidenza, ricatta Benjamin Netanyahu sulla indispensabile fornitura di armi?
La risposta alla domanda “per quanto può andare avanti?” varia sensibilmente in base all’intensità del conflitto (guerra asimmetrica a bassa intensità vs. scontro regionale ad alta intensità contro attori statali):
Le valutazioni tecniche effettuate da ufficiali della IAF e analisti del network RANE indicano che:
- In caso di conflitto ad altissima intensità (che preveda lanci massicci di missili balistici e campagne aeree continue), l’autonomia delle munizioni guidate di precisione e soprattutto dei missili intercettori per la difesa aerea (i vettori Tamir per Iron Dome e gli Stunner per David’s Sling) si aggirerebbe intorno a poche settimane o al massimo un paio di mesi senza rifornimenti esterni. Quindi sarebbe problematico.
- Per operazioni di terra a intensità moderata o di pattugliamento, le scorte nazionali e la produzione interna (che vede giganti come Rafael, Elbit Systems e IAI a livelli record di export e ordini, superando i 19 miliardi di dollari di commesse) offrono un’indipendenza di diversi mesi per quanto riguarda munizionamento standard e componenti per mezzi corazzati.
I tre nodi cruciali della dipendenza da Washington
1. Munizionamento Guidato e Kit di Conversione: Sebbene Israele produca internamente ottimi sistemi d’arma, la flotta aerea dipende storicamente dalle bombe guidate americane (come le JDAM) e dalle relative componenti elettroniche.
2. Parti di Ricambio per l’Aviazione: La flotta di F-15, F-16 e F-35 richiede una catena di fornitura continua gestita da contractor statunitensi (come Lockheed Martin e Boeing). Senza la componentistica originale e gli aggiornamenti software proprietari forniti dagli Stati Uniti, l’efficienza operativa della flotta aerea subirebbe un progressivo deterioramento nel giro di pochi mesi a causa dell’usura meccanica e tecnologica.
3. Il War Reserve Stockpile Ammunition-Israel (WRSA-I): Si tratta di imponenti depositi di armi che gli Stati Uniti mantengono fisicamente sul territorio israeliano. Sebbene siano di proprietà americana, in situazioni di emergenza estrema e previa autorizzazione presidenziale di Washington, Israele può attingervi direttamente per bypassare i tempi logistici di spedizione. Un blocco totale delle forniture significherebbe anche la chiusura dell’accesso a questa riserva strategica di sicurezza.
Queste sono le grandi incognite che Netanyahu deve affrontare nel caso più che probabile che sul Libano non segua le direttive di Trump. Tuttavia c’è anche il rovescio della medaglia, ovvero: può Donald Trump bloccare le spedizioni di armi e/o dei componenti senza che buona parte della politica gli si rivolti contro in maniera bipartisan? Può ragionevolmente inimicarsi la comunità ebraica, quella evangelista e quella conservatrice non MAGA che considerano Israele «l’unico alleato affidabile» a livello globale?
Fermare la consegna di armi a Israele significa fare quello che chiede l’estrema sinistra americana. Può Donald Trump far digerire anche questo al mondo conservatore?

