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Le terre rubate ai palestinesi: un falso d’autore

Israele terre palestinesi

Da circa sessant’anni s’è diffusa la convinzione che lo Stato di Israele sorga sulle terre che i sionisti avrebbero rubato ai palestinesi. Una bieca prevaricazione dell’Occidente sul Medioriente.

Tale convinzione, profusa a piene mani dall’URSS[1]e poi da tutta la sinistra militante, costituisce il principio per il quale lo Stato di Israele deve sparire e la Palestina tornare libera dal fiume al mare.

Il falso ha attecchito come un’edera bugiarda che scala i muri delle ideologie antioccidentali fino al punto in cui anche il Segretario Generale dell’ONU, Il portoghese António Guterres, ebbe a dire che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 non vengono dal nulla, tradotto: se non giustificabili sono almeno comprensibili. Secondo questo cliché anche l’annientamento nucleare di Israele da parte dell’Iran diverrebbe, almeno, comprensibile.

Il fondamento storico è l’unico dato su cui far fede per distinguere il vero dal falso. Il principio ordinatore di ogni ragionamento a tale riguardo dovrebbe partire dalle seguenti premesse:

  • Gerusalemme fu fondata nel 3000 avanti Cristo, circa, ma fu Re David della stirpe di Giuda, ebreo fino all’osso, a renderla capitale del Regno di Israele un millennio prima di Cristo. Il figlio Salomone vi costruì il Primo Tempio.
  • Quella che oggi è conosciuta come la Spianata delle moschee, con la Moschea di al-Aqsa e la Cupola della Roccia risalenti al 705 e al 691, è, in realtà, il sito del primo e del secondo tempio ebraico: il Beit ha-Miqdash, l’importantissimo luogo della memoria degli ebrei, dove sorge il Muro del pianto. I due templi risalgono all’833 a.C. e al 515 a.C. Ci troviamo vicini alla collina di Sion, conquistata da Re David nel 1010 a.C. Stiamo parlando di quasi 2000 anni prima della nascita dell’Islam.
  • Sempre nella zona abbiamo la valle di Kidron, che nell’Antico e nel Nuovo Testamento è chiamata la valle dei Re e/o valle di Giosafat. Proprio qui Gesù dodicenne giunse con Maria e Giuseppe nel Suo pellegrinaggio della Pasqua ebraica e qui predicò nel tempio.
  • Nel 1947 vennero scoperti i rotoli del Mar Morto, quelli di Qumràn, una desolata terra desertica della Giudea dove la setta giudaica degli Esseni aveva il suo centro vitale fra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Proprio lì, sempre lì.
  • Nel primo secolo D.C. i romani annientarono lo stato indipendente della Giudea. Dopo la rivolta fallita di Bar Kokhba nel secondo secolo d.C. l’Imperatore romano Adriano determinò di spazzare via l’identità di Israele-Giuda-Giudea. Perciò Egli impose il nome “Palestina” alla terra di Israele.
  • La maggior parte della terra in possesso degli ebrei, accusati di furto, fu in realtà comprata ai latifondisti arabi. E gli arabi furono, secondo le definizioni degli avvocati, «ben disposti venditori». Nella relazione finale della Commissione Peel[2], reperibile su Internet in inglese, si fa questa importante osservazione: «…la popolazione araba mostra un notevole aumento dal 1920, ed ha beneficiato della prosperità della Palestina. Molti proprietari terrieri arabi hanno beneficiato della vendita di terreni, ottenendo un investimento redditizio dal prezzo d’acquisto. La condizione dei fellah (i contadini arabi, ndr) è nel complesso migliorata rispetto al 1920. Questo progresso arabo è stato in parte dovuto all’importazione di capitale ebraico in Palestina e da altri fattori associati con la crescita della Nazione ebraica. In particolare, gli arabi hanno beneficiato dei servizi sociali che non avrebbero potuto essere erogati su larga scala senza le entrate ottenute dagli ebrei […] Gran parte del territorio (coltivato dagli ebrei, ndr), ora piantato a aranceti, era costituito da dune di sabbia o da paludi, incolto al momento dell’acquisto[3].
  • Se esiste veramente un antico popolo palestinese in qualche modo distinto da tutti i suoi parenti arabi musulmani cos’è che lo rende tale? Dov’è la sua antica storia precedente agli anni ’60 del ventesimo secolo? Anche un rapido esame della storia recente dimostra che si tratta di un’etichetta politicamente conveniente (Daniel Greenfield[4])

Tuttavia, l’UNESCO ha deciso di ritenere la zona una pura eredità islamica e così la storica denominazione di “Monte del Tempio” è divenuta “Spianata delle moschee”. Tale inesattezza o falsificazione da parte dell’UNESCO dovrebbe essere evidenziata anche a fronte di un importante documento storico di cui sotto.

Lettera del 24 ottobre 1915 di Sir Henry McMahon a Hijaz Al-Husain ibn Ali Himmat.

Il Regno Unito, Nazione mandataria per la Palestina, secondo la vulgata corrente, avrebbe conferito agli ebrei un ingiusto privilegio: la realizzazione di un focolare in Palestina dopo aver promesso la stessa terra agli arabi. Tale spregio sarebbe, dunque, avvenuto dopo che gli inglesi avevano illuso il mondo arabo, sotto l’egida dell’impero Turco-Ottomano che, una volta finita la guerra (I° guerra mondiale), avrebbe concesso loro la disponibilità di ampie estensioni territoriali sì da formare la grande Nazione Araba.

Normalmente si fa riferimento alla lettera del 24 ottobre 1915 di Sir Henry McMahon (Alto Commissario britannico) al governatore della regione di Hijaz Al-Husayn ibn Ali Himmat. Tale documento viene nominato anche su tiktok come prova della disonestà inglese ma senza mai dire che nel testo della missiva non si dice affatto che la Palestina sarebbe stata concessa agli arabi secondo gli accordi presi.

Essa non viene nominata ma si dice che le zone non ritenute puramente arabe (si citavano le zone ad ovest di Damasco) non avrebbero fatto parte degli accordi. La Palestina rientrava fra queste.   Nella lettera si parlava dei distretti di Mersin e di Alessandretta, e zone della Siria che si espandono a ovest del distretto di DamascoHomsHama e Aleppo, ma non si nominava mai il sangiaccato[5] di Gerusalemme, che era la divisione amministrativa ottomana che copriva la maggior parte della Palestina. Tale sangiaccato comprendeva cinque cazà: GerusalemmeGiaffaGazaHebronBeersheba.

Nel Libro bianco del 1939 (Churchill White Paper) stabilì che la frase in cui si parlava dei “distretti a ovest di Damasco” doveva intendersi come inclusiva del Sangiaccato di Gerusalemme e del vilayet di Beirut (cioè la Palestina). A proposito del Monte del Tempio si ribadisce il concetto di zone non puramente arabe. Nonostante le due diaspore, l’ultima nel 70 d.C. gli ebrei non hanno mai abbandonato completamente le loro terre ma, in quantità più o meno cospicue sono sempre rimasti là dove avevano le loro radici. 

Gli ebrei non sono giunti nell’inesistente stato palestinese perché lo ha voluto il Regno Unito, essi non sono i colonizzatori di terre altrui ma sono coloro che, in parte, ritornano nell’antica casa della terra di Israele. Gli ebrei in quei luoghi non sono immigrati ma rimpatriati. Il mandato della Società delle Nazioni al Regno Unito (attraverso la lettera Balfour, la conferenza di Parigi e la Conferenza di Sanremo) non fu quello di inventarsi lo Stato di Israele ma quello di far sì che la comunità ebraica, già esistente in Palestina e già con caratteristiche proprie di uno stato, potesse svilupparsi compiutamente in tal senso.

Di seguito quanto scritto in un brano del Libro Bianco inglese del 1922:


«Durante le ultime due o tre generazioni gli Ebrei hanno ricreato in Palestina una comunità, ora di 80.000 persone, di cui circa un quarto sono agricoltori e lavoratori della terra. La comunità ha i suoi organi politici […] I suoi affari sono effettuati usando la lingua ebraica e la stampa ebraica soddisfa le sue necessità. La comunità ha la sua vita intellettuale e mostra una considerevole attività economica. La comunità quindi, con la sua popolazione urbana e rurale, con la sua organizzazione politica, religiosa, sociale, la sua lingua e i suoi costumi, e la sua vita, ha di fatto caratteristiche “nazionali”. Quando viene chiesto cosa significa lo sviluppo di un focolare nazionale ebraico in Palestina, la risposta è che non si tratta dell’imposizione della nazionalità ebraica sugli abitanti palestinesi in toto, ma l’ulteriore sviluppo della comunità ebraica esistente, con l’assistenza degli Ebrei del resto del mondo, in modo che questa possa diventare un centro di cui il popolo ebraico intero possa avere, per motivi di religione e razza, un interesse e un vanto. Ma, per poter far sì che questa comunità abbia le migliori prospettive di libero sviluppo e possa offrire la piena possibilità al popolo ebraico di mostrare le proprie capacità, è essenziale che sia riconosciuto che questo è in Palestina di diritto e non perché tollerato. Questa è la ragione per cui è necessario che sia garantita internazionalmente l’esistenza di un focolare nazionale ebraico in Palestina e riconosciuta formalmente la sua esistenza in base agli antichi legami storici

Nel 1922 la Società delle Nazioni emette il mandato britannico per la Palestina e nel preambolo del mandato si afferma: «Considerato che in tal modo è stato riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e le ragioni per ricostituire la propria patria nazionale in quel paese

Tutti gli atti prodotti dalla Società delle Nazioni e dal Regno Unito per giungere alla costituzione dello Stato di Israele partono dal presupposto fondamentale del riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con quell’area chiamata Palestina dall’Imperatore Adriano nel 135 d.C, in realtà Terra di Israele ed è questo ciò che è stato riconosciuto a partire dalla dichiarazione di  Arthur James     Balfour, segretario al ministero degli affari esteri britannico, a Lord Rothschild,capo dell’agenzia sionista per lo Stato di Israele.

La risoluzione ONU 181 del 29 novembre del 1947 

Sappiamo che la risoluzione ONU non rappresenta il comando che determina un obbligo ma “solo” un suggerimento da parte di un organismo sovranazionale legalmente riconosciuto. Come è noto in quella occasione venne raccomandata caldamente la soluzione dei due popoli e due stati. I sionisti accettarono senza riserve e dettero vita allo Stato di Israele. Tuttavia, è opportuno evidenziare il fatto che in tutti i passaggi burocratici internazionali precedenti, quelli di cui sopra, quindi il mandato della Società delle Nazioni al Regno Unito, si è sempre parlato di un focolare ebraico in Palestina e non in una parte di questa. A tale proposito la risoluzione 181 fu penalizzante proprio per gli ebrei. La reazione degli arabi a tale suggerimento e alla proclamazione dello Stato di Israele fu la guerra del 1948 scatenata da EgittoTransgiordaniaSiriaLibano e Iraq contro il nuovo Stato.

Conclusioni

L’illegalità dello Stato di Israele in Palestina è una menzogna di dimensioni colossali sotto tutti i punti di vista. Del resto, chiunque abbia un minimo di cognizione dei Vangeli e/o dell’Antico Testamento comprende benissimo che gli ebrei e quei luoghi costituiscono quasi la carta d’identità gli uni degli altri. Non si tratta di simpatizzare o avversare nessuno ma solo di riconoscere la verità storica che in molti, troppi, si ostinano a ignorare o a falsificare.

Vorrei concludere con alcune considerazioni personali a proposito della risoluzione 181 dell’ONU. Questa non concede niente agli ebrei in quanto il diritto alla costituzione del loro Stato in Palestina è sancito dalla verità storica e da quanto stabilito dalla Società delle Nazioni nelle varie vicende istituzionali. Tuttavia, c’è chi sostiene che gli ebrei avrebbero dovuto accordarsi con gli arabi prima di passare alla costituzione del loro Stato ma questo è assai falso. In primo luogo si deve tener conto di quanto viene messo in risalto da David Elber nel suo “Il Mandato per la Palestina. Le radici legali dello Stato d’Israele”, «la Risoluzione 181 non è la benevola dichiarazione che ha fatto nascere lo Stato d’Israele”, ma il risultato della decurtazione di una parte consistente di terra che già sarebbe dovuta appartenere, de jure, allo Stato ebraico dal 1922, data in cui la Gran Bretagna operò la prima partizione del territorio mandatario

In secondo luogo si tenga presente che gli arabi, anche nelle consultazioni internazionali con l’UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina), che precedettero l’emissione della risoluzione 181, avevano reclamato a gran voce e con la violenza il diritto all’istituzione di uno stato arabo su tutta la Palestina e fecero capire in ogni modo la loro indisponibilità ad accettare altre soluzioni. Diritto che non avevano per tutte le ragioni suddette.

 La risoluzione 181, nel suo preambolo, pone tutta una serie di condizioni inderogabili ai fini della formazione dei due stati e una su tutte è quella che si creino stati democratici. A questa dicitura fa seguito un elenco di richieste che caratterizzano le società democratiche. La risoluzione 181 propone una concezione dello stato di stampo illuminista, burocratico e lontano da ogni tendenza teocratica, qualcosa che non poteva rientrare nell’orizzonte esistenziale dell’arabo musulmano. A mio parere vi è una questione culturale-religiosa che sovrasta tutto il resto. Detto in parole povere: gli ebrei avevano la capacità di ragionare in termini politici aconfessionali, i musulmani no. Per gli arabi musulmani costituirsi in uno stato democratico, secondo i criteri richiesti dall’ONU, era difficile assai. Stiamo parlando di etnie avvezze ad assetti “politici” che comprendevano emirati e sultanati sia prima della dominazione Turca-ottomana che, in alcuni casi, durante. Lo stato palestinese non è mai esistito perché il concetto stesso di “Stato” nell’arabo musulmano è assai incompatibile con quello occidentale ma qui potremmo aprire un lungo capitolo non adatto a questa sede.


[1] L’URSS fu la prima a riconoscere de Jure lo Stato di Israele tre giorni dopo la sua costituzione.

[2] La soluzione proposta dalla Commissione Peel (Lord William Peel) era radicale: dividere la Palestina in due Stati indipendenti l’uno dall’altro, uno ebraico (più piccolo) ed uno arabo, con la città di Gerusalemme e l’area circostante che sarebbe rimasta sotto il controllo del Mandato britannico. L’Agenzia Ebraica, con a capo David Ben-Gurion, pur dispiacendosi per Gerusalemme che sarebbe rimasta al di fuori dello Stato ebraico, accettò il piano di spartizione; gli arabi lo rifiutarono in toto perché contrari a qualsiasi diritto di Stato per gli ebrei, anche in aree della regione a maggioranza ebraica.

[3] Dimitri Buffa, l’Opinione delle libertà, 19/4/012.

[4] Daniel Greenfield è un giornalista di origine israeliana che scrive per pubblicazioni conservatrici.

[5] Il sangiaccato di Gerusalemme (Suddivisione amministrativa dell’Impero Ottomano; sopravvive ancora in alcuni paesi arabi)è stato una provincia dell’Impero ottomano fino al 1918. Parte della Palestina, la quale faceva parte del vilayet di Sham (Siria), il sangiaccato di Gerusalemme era formato da cinque cazà (GerusalemmeGiaffaGazaHebronBeersheba)[1]. Nel 1887 il sangiaccato di Gerusalemme, in quanto sede dei Luoghi Santi, divenne un mutasarriflik indipendente il cui mutasarrif era responsabile direttamente nei confronti del governo centrale di Costantinopoli, dei suoi ministeri e dipartimenti di Stato.

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