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Turchia: il regime fascio-islamico stringe ancora il cappio sulla libertà di stampa

In Turchia si stringe ancora il cappio sulla libertà di stampa. Lo denuncia lo Stockholm Center for Freedom (SCF) che riporta come il regime turco negli ultimi tempi abbia agito sistematicamente per silenziare ogni voce di opposizione.

Arresti sistematici di chiunque critichi Erdogan, come Fırat Erdem, condannato a sette anni e sette mesi di prigione per aver criticato il dittatore turco su Facebook, o come Meral Danıs Bestas, un deputato del Partito democratico pro-curdo (HDP) che è stato condannato a due anni e tre mesi di carcere per aver criticato Erdogan sui social media, oppure come Mutlu Colgecen che già ha passato 432 giorni in prigione per una serie di Twitt che criticavano Erdogan e che l’8 novembre scorso è stato condannato a 16 anni di prigione con l’accusa di terrorismo.

E’ lunghissima la lista di nomi pubblicata dal Stockholm Center for Freedom, giornalisti e semplici cittadini incarcerati e condannati a pene severe solo per aver espresso sulla stampa o sui social il loro dissenso verso la politica di Erdogan.

Scrive lo Stockholm Center for Freedom: «gli sforzi del governo per sopprimere l’opposizione comprendono, oltre agli arresti, limitazioni alle attività sul web e misure per monitorare l’attività dei cittadini online». A tal riguardo, lo scorso 5 novembre fa rabbrividire il fatto che la Turchia abbia introdotto un nuovo motore di ricerca che ben presto andrà a sostituire quelli tradizionali come Google o Yahoo. Si chiama Yaani il motore di ricerca turco, ma non è un semplice motore di ricerca. Sviluppato da Turkcell, il principale operatore di telefonia mobile in Turchia, il motore di ricerca è progettato per comprendere la sintassi unica del turco, garantendo risultati migliori per le ricerche effettuate in turco. Solo che fa anche altro, come per esempio monitorare tutte le critiche ad Erdogan individuando l’autore delle critiche e segnalandolo alle autorità. In sostanza si tratta di uno strumento per monitorare con facilità la rete. Secondo il quotidiano pro-governativo, Daily Sabah, alla data del 5 novembre è stato superato il milione di download da parte degli ignari cittadini turchi.

Erdogan ossessionato dai social media

Erdogan è ossessionato dai social media e dal controllo sul web. I primi di novembre l’agenzia di stampa svedese Arbetet ha riferito che i dipendenti statali in Turchia erano stati costretti a dichiarare le password dei loro account social e di quelli dei loro familiari. Secondo il rapporto, i 22.000 dipendenti della State Hydraulic Works (DSI), l’agenzia turca responsabile delle risorse idriche nazionali, sono stati obbligati a condividere i dettagli sui loro abbonamenti ai giornali, dei conti bancari, dei contributi di beneficenza e affiliazioni sindacali. I dipendenti sono stati inoltre costretti a firmare una autorizzazione che consente ai loro datori di lavoro di accedere ai loro account personali sui social media.

Europa muta

Nel frattempo l’Europa tace sul regime fascio-islamico instaurato da Erdogan in Turchia. Ogni tanto una piccola critica sulle limitazioni della libertà individuale e sulla libertà di stampa, ma di azioni concrete nemmeno se ne parla, anzi, a parte la Merkel nessuno ancora ha messo seriamente in discussione il processo di adesione della Turchia alla UE mentre gli aiuti economici continuano a fluire verso Ankara senza alcun intoppo. E’ la morte dei cosiddetti “valori europei” tanto declamati in altre occasioni.

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