I russi e la realtà. Fine della “verità alternativa” di Putin

Già l’invasione russa della Crimea nel 2014 era stata una grave lesione del diritto, un furto a cui l’Ucraina non riuscì ad opporsi, accettato di fatto da un Occidente addormentato, che finse che la cosa non lo riguardasse, avendo i tipi come Frau Merkel il gas di Gazprom e altro a cui pensare. Così la versione degli invasori, che piegava la realtà dei fatti a loro vantaggio, passò, e quelli si presero tutto, si tennero e non mollarono la loro realtà e anche la Crimea.

Poi vennero subdolamente le milizie russe infiltrate, a sobillare le regioni di confine, chiamate “russofone”, e vennero armate, occupando il Donbas ucraino senza divise e bandiere, con i brutti ceffi comandati da bestie violente ben pagate, come Prigozin. E poi cadde anche un aereo con tanti civili olandesi a bordo, colpito da un missile, e violenze e deportazioni si compirono ai danni di chi quei russi non li voleva, ed era accusato di tutto, perfino della caduta dell’aereo.

La realtà fu di nuovo messa in dubbio, e già in Europa tanti credettero alle versioni preparate da Mosca, e ancora ci credono.

In Italia poi sopravvive ancora il megafono del PCI di Guareschi, quello di Peppone e don Camillo, e la verità è un atto di fede.

La propaganda di Putin, con cui in Russia a tutt’oggi rovesciano la evidenza dei fatti, attribuendo ogni nefandezza alle loro vittime, è insidiosa e pervasiva.

I russi hanno da sempre un curioso rapporto con la verità, che tendono a identificare con una realtà di loro comodo, essendo entrambe ai loro occhi visivamente incolori, e solo distinguibili, come l’acqua dalla vodka, in base ad altri sensi, che non siano la vista. Così ciò che è ingannevole può trasformarsi nel reale.

Non funziona il piano del Cremlino di trasformare l’Ucraina in uno stato dipendente da Mosca, sul modello bielorusso? Gli ucraini che scelgono il distacco da un passato doloroso già provato sotto l’URSS, e guardano a ovest, ai paesi dove si contano onestamente i voti e si formano le maggioranze che governano, e i governanti spesso cambiano, non essendo eterni, sbagliano! Sono slavi, anzi sono proprio “russi” come loro, secondo Putin, e non devono sottrarsi alla logica stalinista delle “sfere d’influenza”! Valeva anche per l’Ungheria, nel 56, e per la Cecoslovacchia nel ‘68.

Putin, che non ha mai accettato la fine dell’URSS, vuole riprendersi il paese, inventandosi una serie di menzogne evidenti sul supposto nazismo degli ucraini. A tutti quelle assurde balle appaiono ciò che sono: menzogne pretestuose. Ma non ai russi!

I russi veramente ci vogliono credere, abituati a ripetere ciò che viene loro detto a una voce sola, che ha una sola verità, che coincide con la realtà.

Un complesso apparato propagandistico capace di far ingoiare ai sudditi qualsiasi cosa sia funzionale ai suoi piani, sa di avere facile gioco. La sua pravda (verità), diventa la realtà per centoquaranta milioni di russi che seguono la TV senza sapere niente di preciso sul mondo che non sia il loro e senza nutrire dubbi che perfino una pecora di gregge potrebbe nutrire nel cervello.

I russi credono in massa al mito del 1945, alimentato dalla parata annuale sulla Piazza Rossa. Esso porta il nome di “Grande Guerra Patriottica”, e si basa, per quei milites gloriosi, sulla vittoria contro la Germania di Hitler, costata loro decine di milioni di morti, in buona parte non russi, ma sovietici.

Non stanno a sottilizzare troppo sul patto Molotov-Ribbentrop con cui spartirono la Polonia, metà alla svastica e metà alla falce e martello, né si pentono delle fosse di Katyn che hanno riempito e sepolto e su altri particolari minori, di cui la loro storia incolpa i nazisti (chi se no?), tutte cose senza importanza, per loro, essendo poco note o dimenticate.

E ovviamente non ricordano mai i massicci aiuti ricevuti dall’America, che consentirono al loro paese di resistere a stento a Hitler e poi di vincere occupando tutto il possibile per non mollarlo mai.

Nella loro mistica astrazione dalla realtà vedono soltanto la Russia che vince sui suoi nemici. La Russia potente ed eterna, per cui il cielo stesso non ha che benedizioni, ovviamente trionfa sempre, traendo come Swiatogor, il mitico eroe, una forza inesauribile dal contatto col suo sacro suolo. La fede nella superiorità militare della Russia sul resto del mondo, imbelle e degenerato, è ferma, e viene alimentata come sempre dal Cremlino con la propaganda capillare rimasta in eredità dai tempi dell’URSS.

Poco importa che il mondo sia cambiato, e si ribelli ai miti nazionalistici, alla barbarie delle invasioni a cui la gente ha smesso di credere, osservando la realtà.

Per Putin non è cambiato nulla e lui ancora crede di restaurare il potere imperiale del suo paese ormai arretrato, in cui era un giovane colonnello del KGB.

Ed ecco il passo falso, fatalmente compiuto il 24 febbraio 2022, che pone la sua verità allo specchio in cui non appare più la realtà di fantasia, ma un paese che si regge solo sull’export di materia prima, e ha il PIL di un qualunque paese europeo tra i tanti, che senza gli altri sarebbe ridotto all’insignificanza finanziaria.

Da quel febbraio maledetto sono passati quattro anni e mezzo, e quasi un milione e quattrocentomila soldati del suo esercito sono morti o feriti gravemente. L’export dell’unico prodotto che sostiene la Russia è bloccato, petrolio e gas vanno in fumo, fumo nero come la morchia che si deposita su tutte le cose. Tutto è stato colpito e incendiato, e la Russia è in pezzi. Niente benzina, niente movimento, poco cibo, razionamenti.

Lentamente si fa strada la verità, che è ormai realtà anche nelle città grandi, tenute protette, all’oscuro da un regime che non permette ribellioni.

Ora c’è da chiedersi se mai, anche una sola volta, qualcuno abbia, in questi anni pensato ai civili ucraini massacrati volontariamente dai loro generali lanciatori di droni e missili sulle città?

Ai russi sono stati sempre indifferenti. Hanno gioito, in Russia, per quegli schianti che hanno distrutto famiglie. Nessuno di loro si è occupato di scoprire se gli stupri e le uccisioni di Bucha fossero veri o no, ai russi erano del tutto indifferenti. Indifferenti come le deportazioni di bambini ucraini. O come Mariupol, una città resistente rasa al suolo. Indifferenza è mancanza di empatia, diffusa, annegata nella mediocrità e nella ferocia dei Prigozin e dei Surovikin, di cui i russi sono sostanzialmente l’humus come popolo.

Mi si dirà che esagero, che generalizzo. Guardate a quanti hanno cominciato, appena in questi giorni, a lamentarsi delle autorità e vedrete che le loro imprecazioni riguardano solo la loro condizione personale, mai il male che essi hanno fatto tutti insieme ad un popolo vicino che a loro non ha fatto nulla, quello non esiste e può anche morire. La sensibilità non è nelle loro corde, pensano al loro bene e basta, e gli altri possono crepare.

Per questo vanno puniti. Vanno rieducati.

E la cosa deve restargli impressa, non se la devono cavare a buon mercato. Sarebbe troppo ingiusto concedere loro l’assoluzione che non meritano. Dopo un po’ sarebbero tentati di ricominciare.

Di famiglia italo-austriaca, goriziano, Medico, sionista cristiano. Sposato, con due figli, ha scritto per anni su Trieste-Arte e Cultura. Ha pubblicato due romanzi storici: “La borsa di cuoio” e “La lettera di Lasciac bey”.