Valeria Novodvorskaja, scrittrice russa, ha definito il suo paese così:
“Un impero che non sa vivere senza guerra. Se non ha un nemico, lo crea. Se non ha minacce esterne, inizia a cercarle all’interno. Questa è una maledizione che si estende attraverso i secoli.”
Tutta la storia russa lo sembra confermare. Ma questo non viene capito, in Occidente, e particolarmente in Italia, dove i sostenitori della Russia sono tanti, e distribuiti a destra e a sinistra.
In Russia ci sono sempre stati i dissidenti, uomini coraggiosi, spesso perseguitati, spesso uccisi, spesso espatriati. Voci tanto nobili quanto isolate, nella massa straripante del consenso al regime. Il consenso degli ignavi, ai quali la sorte terribile di tanti popoli aggrediti e sottomessi non ha mai fatto pena, nemmeno quando era piena di atrocità commesse dall’esercito per conto del regime.
Il popolo russo, infatti, è totalmente indifferente alla sofferenza degli altri popoli, che ritiene semplicemente che debbano rientrare nel suo mondo.
Ecco perché le frasi apparentemente pacifiche, come “La Russia non è il mio nemico” sono sulla bocca dei gonzi.
Ed ecco perché era chiaro dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina che l’unico modo per liberarsi del pericolo che i russi rappresentano per noi sia quello di umiliarli totalmente, togliendo loro l’orgoglio di immaginarsi una grande potenza conquistatrice.
I tavoli di trattativa sono inutili, in una visione razionale di lungo periodo, poiché concederebbero alla Russia una via d’uscita che la propaganda interna venderebbe come onorevole. La dignità conservata aprirebbe le porte ad un imperialismo futuro rinnovato.
Ci vuole invece una definitiva e umiliante disfatta, che permetta la catarsi, la revisione storica e una rinascita democratica.

