Donald Trump ha incaricato il suo rappresentante speciale Kellogg di ottenere la pace in Ucraina entro 100 giorni, dal 20 gennaio scorso.
Trump stesso ha già chiarito più volte che se Putin resiste, “le cose non faranno che peggiorare”.
Per illustrare meglio, Trump ha espresso la sua intenzione di introdurre nuove sanzioni contro la Russia e aumentare i dazi sulle materie prime russe.
In effetti, trattative dietro le quinte sono in corso con l’Arabia Saudita, al fine di ottenere che gli arabi aumentino la produzione di petrolio.
Trump ha anche indicato che la produzione statunitense di petrolio deve aumentare. Tutto ciò porterà a un forte calo del prezzo internazionale del petrolio, aggravando i problemi economici e sociali in Russia.
Per molti anni Putin e il suo entourage si sono convinti che nessuno tra i leader politici occidentali possa essere più sfacciato di loro.
Non senza una buona quantità di quinte colonne e di creduloni, la posizione della Russia in Occidente è sovrastimata, ma la presente guerra, se non altro, ha l’effetto di rendere evidente che la Russia non è una superpotenza, ma il vassallo della Cina, il suo principale cliente.
Una nuova consapevolezza della realtà russa ha finalmente preso piede nell’UE e negli Stati Uniti, anche se, sfortunatamente, non tutti in Europa accettano di rivedere le proprie convinzioni.
Ad ogni modo, l’Occidente collettivo ha iniziato a parlare con la Russia in un modo a cui la Russia e la sua leadership non sono abituate.
Ciò è destabilizzante per il Cremlino, proprio nel momento in cui le sue componenti stanno faticosamente cercando un modo per evitare il disastro e come avviare una transizione politica.
Ciò che Trump sta facendo ora in relazione all’Ucraina è la preparazione a futuri negoziati, dove gli USA avranno una posizione di forza: non una mero e astratto enunciazione di propositi e principi.
Contemporaneamente, l’Europa si è convinta della necessità di aumentare la produzione di armi e munizioni, aumentare e addestrare diversamente gli eserciti e a prepararsi per una possibile guerra con la Russia.
Che potrebbe ricominciare su iniziativa della sua leadership, qualunque questa sia, che non ha finora fatto mistero di volere invadere Lituania, Lettonia ed Estonia e, probabilmente, la Polonia.
Lo scopo di questo sarebbe ricostituire il fetido carrozzone sovietico e punire chi ha osato desiderare e ottenere libertà, democrazia e benessere.
Il Presidente francese Macron ha già incaricato il Ministro della Difesa e lo Stato Maggiore di elaborare un piano entro il 20 maggio, per attrarre volontari nelle Forze Armate.
Si tratterebbe di un reclutamento supplementare di 80 mila persone entro la fine del 2025 e di un ulteriore aumento del reclutamento nel 2026 e negli anni successivi.
Oltre ai volontari senza esperienza di servizio, il piano francese prevede di attrarre anche riservisti, con contratti redditizi e bonus sociali.
In questo modo la Francia potrà espandere i reggimenti e le brigate che ha in posizione “quadro” fino alla loro dimensione massima, e anche creare un corpo di spedizione separato, di composizione composita.
Anche Svezia, Finlandia, Polonia, Lituania e Romania sono impegnate a rafforzare e modernizzare i loro eserciti.
La Germania sta gradualmente iniziando ad aumentare la produzione di munizioni e armi.
Questo non è un processo rapido e non è esattamente la preparazione per un’invasione russa che potrebbe avvenire in tempi brevi, anche se è effettivamente difficile immaginare che chi è in così grande difficoltà in Ucraina possa ragionevolmente impensierire la NATO.
Ma la Russia non ha mai mancato l’occasione di scegliere i “colpi di testa”: non si sa mai…
E’ però innegabile che, finalmente, 16 anni dopo l’invasione della Georgia, 11 anni dopo quella di Crimea e Donbas e tre anni dopo l’inizio della presente guerra, l’Occidente collettivo ha meno timore del moccioso aggressivo dotato di un pulsante nucleare e prepara una risposta adeguata.
Le dichiarazioni di Trump e le azioni dei leader europei passano sempre per lo specchio distorto del Cremlino e vengono percepite non come un lento, ma sistemico cambiamento di politica, ma come intimidazione della leadership russa.
Nella Amministrazione Presidenziale russa, nel Consiglio di Sicurezza federale e fra coloro che prestano servizio nello Stato Maggiore sono convinti che si tratti di una intimidazione e in quanto tale potrebbero non valutare correttamente la situazione.
Dovrebbe essere evidente che in Russia non esiste consapevolezza delle relazioni causa-effetto, pertanto è molto probabile che la percezione della situazione sia errata che, molto probabilmente, ci saranno ulteriori azioni inadeguate russe.
La Russia è abituata a rispondere alle intimidazioni con ancora più intimidazioni.
Al Cremlino sono convinti che, se questo non funzionerà sul “cowboy” Trump, allora funzionerà sui “deboli europei”.
Inoltre, al Cremlino sono sicuri che gli Stati Uniti si allontaneranno sempre di più dall’Europa e che Washington non sia interessata a un conflitto diretto con la Russia.
Nell’ottica del Cremlino, questo significa che nei negoziati proposti da Trump, la Russia dovrà contrattare per ottenere le condizioni più favorevoli per sé, poiché la parte americana sarà pronta a fare concessioni.
In seguito la Russia proverà a spaventare a morte gli europei senza violare direttamente i termini del cessate il fuoco.
Il che potrebbe rivelarsi in una nuova offensiva in Ucraina o un attacco ai paesi baltici, che in Russia ritengono “deboli” e quindi aggredibili.
Tutto ciò dipingendosi come una vittima: siamo stati costretti a colpire per primi, perché altrimenti ci avrebbero colpito loro. Nulla di nuovo: sono cose già viste.
Si tratterebbe degli stessi metodi triti e ritriti impiegati per giustificare l’invasione della Crimea e del Donbas nel 2014 e poi l’invasione dell’Ucraina su vasta scala.
Sapendo già che i diplomatici russi non erano stati invitati alla cerimonia di insediamento di Trump, il Cremlino ha organizzato ha fatto un piccolo spettacolo, posticipando la tradizionale riunione del venerdì del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa a lunedì 20 gennaio e facendo pronunciare a chi ha impersonato Putin in quella circostanza, nel suo discorso di apertura prima della riunione, rivolgendosi a Trump:
“… Siamo anche aperti al dialogo con la nuova Amministrazione statunitense sul conflitto ucraino.
La cosa più importante qui è eliminare le cause profonde della crisi, di cui abbiamo parlato molte volte, questa è la cosa più importante.
Per quanto riguarda la risoluzione della situazione in sé, voglio sottolineare ancora una volta: il suo obiettivo non dovrebbe essere una breve tregua, non una sorta di tregua per raggruppare le forze e riarmarsi con l’obiettivo di continuare successivamente il conflitto, ma una pace a lungo termine basata sul rispetto degli interessi legittimi di tutte le persone, di tutte le nazioni che vivono in questa regione.
Ma noi, naturalmente, combatteremo per gli interessi della Russia, per gli interessi del popolo russo.
Questo, infatti, è lo scopo e il significato di condurre un’operazione militare speciale”.
Tradotto in parole coerenti, la Federazione Russa è pronta a negoziare solo a quelle condizioni che possono essere date al popolo russo per raggiungere gli obiettivi della famigerata “SVO”.
Se nell’estate del 2024 da parte russa è stato chiarito che qualsiasi negoziazione è possibile solo a condizione di trasferire alla Russia tutti i territori che ha già occupato, più le regioni di Zaporizhzhya e Kherson, una parte significativa delle quali le Forze Armate russe non sono state in grado di catturare in tre anni di guerra, ora al Cremlino non discutono pubblicamente di confini.
Infatti, al Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa sono consapevoli che, dopo la perdita di parte della regione di Kursk, sarebbe difficile per la Russia conservare le acquisizioni territoriali ottenute in Ucraina.
Pertanto loro dovranno preparare per eventuali negoziati altre richieste e condizioni.
Né l’Ucraina né la Russia desiderano ora entrare in negoziati, poiché per Kyiv questa non sarebbe pace, ma un grave indebolimento delle posizioni prima di una nuova e inevitabile invasione, mentre per Mosca questo ritardo non necessario nella guerra porterebbe probabili restrizioni aggiuntive dovute alla presenza di peacekeeper e osservatori europei in Ucraina.
La posizione ucraina non cambia: i negoziati che porteranno una pace piena ed equa per l’Ucraina sono ora impossibili.
Ma questo non impedisce che tali negoziati possano avvenire e non ha effetto sull’atteggiamento delle autorità ucraine e russe nel merito.
Ora Russia e Ucraina saranno costrette a sedersi al tavolo.
L’Ucraina con promesse di garanzie di sicurezza, la Russia, con minacce di far crollare i prezzi del petrolio e bloccare completamente le sue esportazioni di materie prime.
L’élite russa percepisce chiaramente tutto questo come una coercizione.
Putin, o chi per lui, nella sua nota incapacità di prevedere l’effetto delle sue azioni diverse mosse avanti, non oserà entrare in un conflitto diretto con gli Stati Uniti.
Esiste quindi un alto grado di probabilità che la Russia acccetti una trattativa, nella convinzione di poter “portare a casa” più di quanto sia in effetti possibile.
Per il Consiglio di Sicurezza Federale e l’Amministrazione presidenziale russa, adesso, il massimo possibile è prima ritardare l’inizio dei negoziati e poi ritardare il processo stesso e contrattare per ottenere condizioni migliori.
Per la Russia, ritardare i negoziati è necessario per avere il tempo di cacciare le Forze Armate ucraine dalla regione di Kursk e avanzare il più possibile in Ucraina, conquistando più territorio possibile con le forze disponibili.

Se la regione di Kursk tornasse sotto il controllo russo, allora la Russia avrebbe forze militari con cui potrebbe provare a occupare l’intero territorio delle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e della regione di Kherson lungo il fiume Dnipro. Come posizione di partenza.
Le condizioni chiave per la Russia sarebbero il mantenimento della parte occupata della regione di Kherson, per avere un corridoio terrestre verso la Crimea, e l’occupazione dell’agglomerato di Slavyansk-Kramatorsk, che era e rimane il principale fulcro della difesa ucraina nell’est del Paese.
È chiaro che al Cremlino non hanno ancora sviluppato condizioni specifiche per possibili negoziati, ma l’opzione descritta è già discussa.
Se invece la Russia non riuscirà a liberare la regione di Kursk prima dei negoziati, e ciò è molto probabile, dato che lì le truppe russe si sono nuovamente fermate e negli ultimi giorni hanno perdute alcune delle loro posizioni recentemente occupate, allora si potrebbe parlare di scambio di territori.
Allo stesso tempo, il Cremlino insisterà per ridurre dimensioni e consistenza dell’Esercito ucraino, per imporre all’Ucraina lo status di non “paese non allineato” e molti altri punti che influenzano direttamente la capacità di difesa ucraine.
Non è nemmeno nascosto il proposito russo che con queste condizioni avverrebbe una nuova invasione russa dell’Ucraina, o di ciò che di essa rimarrebbe.
La parte russa provocherà deliberatamente la parte ucraina, in modo che essa giunga a rifiutare il dialogo. In modo che gli ucraini saranno incolpati del naufragio dei negoziati.
I russi sono maestri in tali provocazioni, avendo affinato le loro abilità per molti anni, ad esempio, alle riunioni delle Nazioni Unite.
Il miglior scenario possibile per la Russia sarebbe interrompere i negoziati in modo che la colpa possa essere spostata sull’Ucraina e grazie a questo evitare una escalation del conflitto con gli Stati Uniti.
Ma se tutto ciò non sarà possibile, allora per la Russia sarà necessario negoziare fino alla fine.
Probabilmente la Russia insisterà affinché non ci sia un cessate il fuoco durante i negoziati, usando questo come leva di pressione.
La Federazione Russa ha già iniziato a preparare un piano per il caso in cui la “coercizione alla pace” di Trump finisca con la firma di un qualche tipo di accordo.
Il Cremlino non ha bisogno della pace in Ucraina, ha bisogno di tutta l’Ucraina e non solo di essa.
Nelle condizioni di una tregua, ciò può essere ottenuto in due modi: in primo luogo, destabilizzando la situazione politica in Ucraina, creando una crisi politica che possa portare a un cambio di potere, in secondo luogo, accumulando forze durante la pace forzata per continuare la guerra più tardi.
Il Cremlino crede, e potrebbe essere vicino alla verità, che gli obiettivi e gli interessi di Donald Trump tendano a cambiare nel tempo.
Ciò significa che, dopo aver raggiunto una tregua, Trump la chiamerà pace, si definirà un pacificatore e passerà a qualcosa di nuovo e più interessante, come il Canada o la Groenlandia.
Ovvero, secondo il Cremlino, in un anno o un anno e mezzo la Russia potrà giocare di nuovo al vecchio gioco, avendo in mano non un mazzo di carte malconcio, ma uno nuovo.
Considerando che durante questo periodo le relazioni tra USA e UE potrebbero peggiorare, la Russia potrebbe quindi spostare la partita su un altro tavolo, dall’Ucraina alla Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia. Questo è ciò di cui sono convinti a Mosca.
Mosca ha percepito come un suggerimento all’Europa a garantire di più la propria sicurezza le dichiarazioni di Trump sull’esercito americano, che ora combatterà i nemici dell’America.
In realtà, questo suggerimento nelle parole di Trump è solo intuibile, ma al Cremlino la vedono in questo modo.
E poiché l’Europa sarà lasciata a se stessa, forse, la Russia potrà nuovamente dimostrare chi è il capo.
In questo momento, la Federazione Russa non ha le risorse per una escalation militare. Il gruppo di 600.000 soldati malconci che schiera contro l’Ucraina è quasi tutto ciò che ha.
Ma in un anno e mezzo le cose possono cambiare: nei programmi del Cremlino, entro gennaio 2026, le Forze Armate dovrebbero aumentare a 3,6 milioni di persone.

In condizioni di guerra, senza mobilitazione, questo è un compito difficile, se non impossibile. In condizioni di pace forzata, potrebbe accadere, con determinate condizioni soddisfatte.
Ora, in condizioni di belligeranza attiva, i russi sono disposti a morire per compensi a cottimo e pagamenti postumi.
A maggior ragione lo saranno durante una tregua, pur mantenendo alti stipendi per i soldati a contratto e benefici sociali e preferenze per le loro famiglie e figli: il flusso dei volontari non farà che aumentare.
Non si deve pensare che i russi si renderanno conto che si sta preparando una nuova guerra: no, essi si convinceranno facilmente che poiché Putin ha detto pace, significa pace.
Quindi coglieranno l’attimo e correranno a arruolarsi, finché ci saranno soldi per i pagamenti. Nulla nella vita civile in Russia è così redditizio.
La Russia ha bisogno di 600 mila soldati per controllare il territorio già conquistato dell’Ucraina e la zona di confine.
Durante una tregua, le unità russe manterranno e “controlleranno” le posizioni, poi subiranno perdite solo per violenza nelle unità, diserzione, ubriachezza, overdose e sciatteria. Abbastanza per rendere il “controllo” un problema.
Pertanto, per la Russia sarebbe necessario reclutare 1,2-1,5 milioni di persone per una nuova e più “promettente” invasione.
Questa invasione potrebbe essere sia una “seconda serie” della guerra in Ucraina, che un nuovo fronte, data la discordia che il Cremlino ritiene esista realmente tra gli Stati Uniti e l’UE.
Durante la preparazione dell’invasione dell’Ucraina, nel novembre 2021, lo Stato Maggiore russo, convinto che la “questione ucraina” si sarebbe risolta in pochi giorni e che le operazioni in Ucraina sarebbero state vittoriose e incruente, pensò che l’esercito russo sarebbe aumentato, anche a spese di singole unità e risorse militari ucraine, in modo che sarebbe stato possibile condurre un’operazione per “sbloccare” la regione di Kaliningrad.

Ciò sarebbe stato sviluppato con un attacco dalla Bielorussia, che è in realtà sotto il controllo effettivo della Federazione Russa.
Questo attacco sarebbe avvenuto attraverso il varco di Suwalki, guidando un’operazione di terra contro la Lituania, quindi sbarchi a Tallinn e Riga, mirati a prendere il controllo di Estonia e Lettonia dal mare. Ulteriori operazioni di terra furono previste nella Polonia nord-orientale e orientale.
Il vecchio piano per Kaliningrad e i Paesi Baltici fu tuttavia ritirato.
Il capo dello Stato Maggiore russo, Valery Gerasimov, ha sempre avuto un gusto per le operazioni di sbarco di vari gradi di audacia e natura suicida.
Solo i più distratti non ricorderanno i falliti tentativi delle allora migliori truppe d’assalto russe di impadronirsi dell’aeroporto di Gostomel vicino a Kiev e di farvi atterrare una divisione aviotrasportata incaricata di prendere la capitale ucraina. Finì in un bagno di sangue per la Russia.
Il piano per “sbloccare” Kaliningrad fu preparato contemporaneamente al piano per l’invasione dell’Ucraina e non si può escludere che da allora non sia cambiato.
Il capo stratega militare russo Gerasimov ha collezionato tre anni di fallimenti in Ucraina e ha perso fiducia nelle capacità dei suoi subordinati, ma conserva l’avversione a cambiare ciò che lui stesso ha preparato.
Alla fine, per l’esercito russo, Estonia e Lettonia sembrano un nemico molto meno formidabile dell’Ucraina.
Un’operazione contro gli stati baltici richiederebbe 300-350 mila truppe di terra e marine delle flotte baltiche e del Nord, più circa 550 carri armati e non meno di 2000 veicoli blindati e 1400 pezzi di artiglieria.
Conoscendo la scarsa disponibilità di equipaggiamenti che i russi hanno ora, qualsiasi ulteriore piano di invasione russa sembrerebbe esagerato e pretenzioso. Ma date alla Russia abbastanza tempo per prepararsi e lo vedremo.
In questo momento i marines delle flotte russe del Baltico e del Nord sono quasi completamente coinvolti nelle operazioni di combattimento in Ucraina e nella regione di Kursk, ma durante una pace forzata queste unità possono essere rinforzate e persino potenziate.
Altri 420-460 mila soldati, circa 3000 carri armati e veicoli blindati e almeno 2000 pezzi di artiglieria sarebbero necessari per iniziare qualsiasi azione contro la Polonia.
La prospettiva di un’invasione russa della Polonia non è stata presa sul serio nell’anno 2021, ma la Russia è abituata a ripetere gli errori, nella convinzione che persistendo i risultati attesi non mancheranno.
Tutti i paesi elencati appartengono alla NATO e qualsiasi invasione innescherebbe sicuramente un intervento dell’articolo 5 dell’Alleanza.
Non che i membri della NATO siano ansiosi di farne parte, ma un’alleanza è un’alleanza e sarebbe la Russia, il male, contro il bene.
In caso di invasione di un Paese membro della NATO, l’Alleanza dovrà entrare in guerra con la Federazione Russa. Punto.
Il Cremlino gioca sulla mancanza di prontezza degli europei a combattere la Russia, perché credono che con gli USA in una posizione apatica i politici europei non oseranno affrontare direttamente una potenza nucleare.
O che deciderebbero solo dopo lunghi dibattiti e consultazioni, durante i quali le Forze armate russe avrebbero il tempo di attuare il loro piano. Fatto compiuto: uno dei soliti trucchi dei russi.
Non è difficile capire e sapere come la Russia reagirà a Trump, il loro copione è altrettanto noto: aumenterebbero semplicemente la posta in gioco, fino a a andare a sbattere contro un muro.
Diamo alla Russia la possibilità di sbattere contro un muro abbastanza forte, e “finita la musica”…

