Se due dei principali megafoni di Putin, il Presidente Trump e il Ministro Salvini, nel giro di 24 ore ripetono parola per parola la stessa enorme balla chiaramente dettata da Mosca, vuol dire che l’aria al Cremlino comincia davvero a essere pesante.
Ma cosa hanno detto i due megafoni di Putin? Pochi giorni fa il Ministro Salvini durante un convegno organizzato dalla destra ha parlato di «stortura che ci deve portare a fare un ragionamento da uomini e donne liberi: noi finanziamo un paese aggredito, ma con parte di questi aiuti il paese aggredito bombarda le raffinerie del paese aggressore. Risultato: aumenta il costo del carburante in tutto il mondo».
Nemmeno 24 ore dopo il Presidente Trump parlando dall’Irlanda ha detto che «il problema che ho con l’Ucraina e la Russia è che gran parte del gasolio arriva dalla Russia, e questo è ciò che sta causando un grosso aumento delle importazioni, e gli impianti russi vengono colpiti dall’Ucraina. Ho chiesto al presidente Zelensky di non colpire gli impianti di gasolio e le raffinerie».
Ora, la dichiarazione di Donald Trump e Matteo Salvini ha un fondo di verità economica, ma presenta una forte ipersemplificazione.
Il fondo di verità: l’impatto sul mercato del diesel
Gli attacchi con droni effettuati dall’Ucraina contro i complessi di raffinazione sul territorio russo hanno effettivamente ridotto la capacità di raffinazione della Russia e la sua produzione complessiva di gasolio.
Poiché la Russia era un esportatore chiave di prodotti raffinati, il calo dell’offerta russa spinge verso l’alto i premi sui margini di raffinazione (crack spread) e le quotazioni internazionali del gasolio nei mercati globali.
Le commodities energetiche come il diesel funzionano su mercati globali e interconnessi: una riduzione dell’offerta in un’area finisce per far salire le quotazioni su scala mondiale.
Perché la ricostruzione è parziale e fuorviante
Attribuire il rialzo del prezzo del carburante alla sola azione ucraina o ad un legame diretto e causa-effetto con il distributore di benzina nasconde diversi altri fattori determinanti:
- Integrazione delle sanzioni (EU): L’Unione Europea ha già da tempo introdotto l’embargo sull’importazione di prodotti petroliferi raffinati russi. Il carburante che arriva ai distributori europei ed italiani viene raffinato o importato da rotte diverse rispetto a quella russa.
- Fattori geopolitici e logistici globali: Le tensioni nel Medio Oriente (in particolare nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz) costringono le petroliere a compiere rotte più lunghe circumnavigando l’Africa, aumentando drasticamente i costi di trasporto e di assicurazione.
- Tagli dell’OPEC+: La politica di riduzione o controllo della produzione di greggio adottata dai Paesi produttori (OPEC+) mantiene alti i costi della materia prima monte.
- Componente fiscale nazionale: Una quota consistente del prezzo del gasolio e della benzina (in particolare in Italia) è composta da IVA e accise stabili, indipendenti dalla dinamica di mercato del prodotto raffinato.
In sintesi
L’affermazione è parzialmente vera nei meccanismi di fondo dell’offerta globale di prodotti raffinati: la distruzione di capacità di raffinazione russa toglie diesel dal mercato mondiale, creando una spinta verso l’alto dei prezzi. Tuttavia, definire gli attacchi ucraini come l’unica o la principale causa del costo del gasolio trascura sanzioni, costi logistici di navigazione, dinamiche OPEC+ e la pressione fiscale sui carburanti.
In sostanza, i due megafoni di Putin hanno detto una bugia e allo stesso tempo hanno certificato senza ombra di dubbio che le “sanzioni ucraine”, cioè gli attacchi alle fonti di guadagno di Putin, stanno impattando significativamente sia sulla macchina bellica di Putin che sulla popolazione russa, costretta dal razionamento del carburante a lunghe file per qualche litro di carburante.

