Se le informazioni che trapelano sulle scorte di armi in possesso degli Stati Uniti fossero vere anche solo per la metà, la situazione sarebbe a di poco drammatica.
Scrive il New York Times che «secondo alti funzionari, la guerra del presidente Trump contro l’Iran ha ridotto le scorte di armi statunitensi a livelli preoccupanti, sottraendo rifornimenti all’Asia e all’Europa».
Secondo autorevoli esperti, la rapida diminuzione delle scorte di missili antiaerei e di altri armamenti cruciali in Europa e in Asia non solo rende le forze armate statunitensi meno equipaggiate, ma potrebbe anche incoraggiare Russia e Cina qualora contemplassero un potenziale conflitto con gli Stati Uniti o con l’Europa.
Scrive ancora il Times che «la campagna contro l’Iran ha costretto il Pentagono a inviare in fretta navi, aerei e unità di difesa aerea da tutta Europa e Asia verso il Medio Oriente, uno sforzo con conseguenze a cascata sulla manutenzione delle attrezzature e sul morale delle truppe, hanno affermato funzionari statunitensi. Il risultato è una significativa erosione della potenza di fuoco americana in quelle regioni, un cambiamento con implicazioni a lungo termine che destano crescente preoccupazione nelle comunità militari e di intelligence».
La situazione che riguarda la deterrenza convenzionale potrebbe essere così grave da poter spingere Russia e Cina a osare quello che non avrebbero mai osato prima, cioè attaccare uno Stato Europeo (la Russia) e Taiwan (la Cina).
D’altronde se gli Stati Uniti sono arrivati a questo punto molto del “merito” è proprio della Russia e della sua aggressione all’Ucraina che in questi anni ha ridotto significativamente le scorte di missili e armi di precisione del Pentagono.
Senza dimenticare il fondamentale apporto nordcoreano per quanto riguarda i missili alla Russia, che sebbene vecchi e poco precisi hanno dissanguato le difese ucraine contribuendo a indebolire anche l’arsenale americano.
Tom Karako, ricercatore senior presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, ha affermato che l’esaurimento delle munizioni rappresenta un «annientamento epocale dei mezzi di deterrenza convenzionale».
«È impossibile che ciò non abbia un effetto significativo sul processo decisionale di Russia e Cina», ha affermato Karako, che monitora gli arsenali di armi statunitensi. «Potrebbero fare qualcosa di molto deliberato e nel momento che riterranno opportuno, perché non dimentichiamoci che ci vorranno anni per ricostituire le nostre forze armate».
Dove è stato fatto l’errore?
Oltre alla palese sottovalutazione delle possibilità di resistenza dell’Iran, per paura di perdere aerei il Presidente Trump ha ordinato di colpire gli obiettivi iraniani usando i missili di precisione a lungo raggio ATACMS (Army Tactical Missile Systems) e i missili Precision Strike. Il risultato è che le scorte di questi missili sono quasi esaurite mentre negli arsenali americani sono stoccate centinaia di migliaia di bombe convenzionali inutilizzate perché devono essere sganciate in prossimità degli obiettivi con rischi per gli aerei. Ma fino a poco tempo fa USA e Israele erano letteralmente padroni dei cieli iraniani. Colpire gli obiettivi con le bombe sarebbe stato molto più saggio oltre che quasi privo i rischi.
A russi e cinesi non è sembrato vero che gli americani stessero dando fondo agli arsenali di missili piuttosto che a quelli strapieni di bombe.
Qual è ora il vero rischio?
Secondo fonti qualificate di intelligence, Russia e Cina stanno monitorando attentamente gli arsenali statunitensi, stimandoli attraverso fonti pubbliche come il processo di bilancio del Congresso e gli annunci dei contraenti della difesa, nonché tramite i loro satelliti spia e altri sistemi di sorveglianza.
Secondo il New York Times «l’impatto a lungo termine dell’esaurimento delle scorte potrebbe essere maggiore in Asia, dove gli Stati Uniti si preparano da tempo alla possibilità di un’invasione cinese di Taiwan, l’isola autogovernata che Pechino rivendica come propria».
Il Comando Indo-Pacifico delle forze armate statunitensi è diventato una delle principali fonti di munizioni per la guerra contro l’Iran, con molti dei suoi missili Tomahawk e altri missili a lungo raggio presenti nella regione – cruciali per un conflitto con la Cina – trasferiti dalle sue scorte.
Centinaia di intercettori antiaerei avanzati sono stati inviati in Medio Oriente dalla Corea del Sud e da altre parti dell’Asia, mentre un gruppo d’attacco di portaerei e alcuni dei cacciatorpediniere più sofisticati della Marina sono stati dispiegati dalla regione a supporto della campagna contro l’Iran. Le truppe statunitensi in Corea del Sud sarebbero più vulnerabili in caso di guerra con la Corea del Nord perché il Pentagono ha riorientato le risorse di sorveglianza tattica verso il Medio Oriente e ritirato le difese aeree.
Secondo quanto affermano analisti della intelligence occidentale, Russia e Cina sanno da tempo che le scorte statunitensi sono limitate e ora comprendono anche che ci vorrà del tempo per ricostituirle a livelli che consentirebbero l’attuazione di determinati piani di guerra. In tal senso, secondo gli analisti, un conflitto con l’Iran più prolungato avvantaggerebbe Mosca e Pechino.
Lo stesso discorso vale per l’Europa che sta dando fondo ai propri arsenali per aiutare l’Ucraina nella guerra contro l’aggressore russo. Più dura la guerra tra Russia e Ucraina e più l’Europa e il fianco est della NATO diventano vulnerabili.
Dara Massicot, esperta di questioni militari russe presso il Carnegie Endowment for International Peace, ha affermato che Mosca aveva già iniziato a rivalutare le proprie ipotesi sulle scorte militari statunitensi prima dell’inizio della guerra in Iran. I quattro anni di conflitto in Ucraina, ha aggiunto, potrebbero aver dimostrato ai pianificatori militari russi che gli Stati Uniti erano più lenti nell’aumentare la produzione di armi di quanto avessero creduto.
«È un ragionamento pericoloso da introdurre nel sistema russo, perché in tal modo iniziano a modificare la percezione della propria potenza rispetto alla NATO», ha affermato la signora Massicot, recentemente tornata da un viaggio in Ucraina. «Li porta a trarre conclusioni che forse non vorremmo che traessero».


