Middle East

Israele, Palestina: finiamola con la farsa dei colloqui di pace

israele-palestina

Chi ha dato a John Kerry il mandato di negoziatore di pace tra Israele e Palestina? Come ha individuato John Kerry la controparte palestinese dato che Abu Mazen non è da molti anni un leader regolarmente eletto? Con che Palestina sta trattando John Kerry? Con quella della Cisgiordania o con quella di Gaza? Qualcuno lo ha detto a John Kerry che c’è un’altra Palestina che non ha alcuna intenzione di parlare di pace con Israele e nemmeno di riconoscerla? E ancora, ammesso e non concesso che John Kerry raggiunga un accordo di pace tra Israele e la Palestina di Abu Mazen che, come prevedibile, comprenda il reciproco riconoscimento, chi andrà da Hamas a dirgli che deve riconoscere Israele?

Sono solo alcune delle domande che ci stiamo facendo e che anche a livello internazionale, tra coloro che premono per un accordo di pace tra Israele e Palestina, si dovrebbero fare. Perché il punto fondamentale è stabilire chi sia la controparte palestinese, chi rappresenta e se parla (e quindi negozia) per nome e per conto di tutti i palestinesi. Senza che venga chiarito questo punto fondamentale è perfettamente inutile parlare di un accordo di pace, anzi, possiamo dire senza possibilità di essere smentiti che tutta la vicenda è solo una squallida farsa mirata chiaramente a danneggiare Israele.

E quando dico “senza possibilità di essere smentiti” non lo dico a caso perché alla base di qualsiasi trattativa tra due parti c’è la necessità ineludibile di stabilire chi siano le due parti. E se dalla parte israeliana si conosce bene chi sia la parte seduta al tavolo delle trattative, cioè un leader (che può piacere o meno) eletto democraticamente e legittimato a parlare per conto del popolo israeliano, dalla parte palestinese non c’è un leader eletto democraticamente né legittimato a parlare per il suo popolo dato che un giorno si e l’altro pure oltre la metà di quello stesso popolo, quello che sta con Hamas, non solo lo rinnega e rinnega le sue decisioni, ma avvisa che non accetterà nessun accordo con Israele che preveda il riconoscimento dello Stato Ebraico, e questo a prescindere da quanta terra si darà ai palestinesi, dove verranno fissati i confini o da quanti coloni verranno buttati a mare.

E cosa è quindi questa trattativa di pace se non una farsa quando si sa in partenza che da parte palestinese non si riconoscerà quello che Abu Mazen si impegna a fare? E chi sono John Kerry e la comunità internazionale per imporre a una democrazia compiuta, qual è Israele, di trattare con una controparte non democraticamente eletta e che non parla per nome e per conto del suo popolo?

Finiamola una volta per tutte con questa farsa. Il popolo israeliano ha già fatto tanti sacrifici in passato abbagliato dal miraggio della pace e non ha ottenuto altro che guerra. Nonostante questo anche ora sarebbe disposto a fare sacrifici per raggiungere quel traguardo (miraggio) che si chiama pace. Ma stando così le cose è  un traguardo palesemente irraggiungibile.

E siccome questa cosa è evidente a tutti, perché se non lo fosse vorrebbe dire che la diplomazia internazionale è in mano a dei dementi, l’ultima domanda che ci poniamo è: perché pur sapendo che un accordo di pace tra Israele e Palestina è praticamente impossibile continuano a proporlo e ad incolpare l’unica parte chiaramente identificabile, Israele, di essere la causa dell’eventuale fallimento? A chi giova tutto questo?

Miriam Bolaffi

Tags

Related Articles

3 Comments

  1. Già, a chi giova?
    Se si vuole capire un comportamento, é spesso utile individuare quale problema questo comportamento intenda risolvere.
    E’ ovvio che gli USA non si illudono certamente che sia possibile trovare un accordo definitivo, che ponga fine al contenzioso israelo-palestinese.
    Anzi, chiunque può capire che inevitabilmente qualunque finto accordo parziale che si raggiunga non può che ridurre la sicurezza Israele, senza creare quella dei Palestinesi, creando per di più instabilità nell’area.
    Proprio per questa ragione é lecito pensare che il problema che Obama intende risolvere sia da collocare all’esterno della questione israelo-palestinese intesa in senso classico.
    Non solo, direi che il vero obiettivo di Obama, da cui nasce il problema é del tutto esterno alla su menzionata questione.
    Proviamo ad immaginare se non sia proprio l’ “eccesso di sicurezza” di Israele il problema che Obama intende risolvere.
    Gerusalemme ha infatti ridotto quasi a zero il terrorismo interno ed é in grado di fermare i missili, che gli piovono addosso.
    Per di più ha un PIL che é cresciuto anche durante la recessione mondiale degli ultimi anni.
    Si può quindi concludere che Israele controlla abbastanza agevolmente la zona a sinistra del Giordano e gode di un’economia di livello qualitativo altissimo, fermo restando il problema dell’atomica iraniana.
    Per capire il punto di vista della Casa Bianca, bisogna però partire dagli obiettivi finora coerentemente emersi da quando Obama si é insediato
    A) Favorire l’avvento al potere nei paesi arabi della Fratellanza musulmana.
    B) Aprire all’Iran, nell’idea che anche l’appeacement nei confronti di Teheran non pregiudichi gli interessi americani, anzi li favorisca.
    Il primo non é riuscito, ma poco importa: chiunque comandi nei paesi arabi non potrà mai divenire amico di Israele.
    Il secondo é in corso d’opera.
    Entrambi gli obiettivi relegano Israele ad un ruolo di comprimario, che deve piegarsi ad un copione che “deve” ridurre la sua sicurezza.
    Con questo artificio Israele diviene ancora più dipendente dagli USA per la propria sopravvivenza e quindi più ricattabile e piegabile ad interessi “superiori”, che potrebbero renderlo merce di scambio..
    Ma la sua scomparsa potrebbe anche non essere necessaria.
    Per Obama, credo, Israele potrebbe sopravvivere, magari anche con un po’ di terrorismo in più.
    L’importante é che non “vinca”.
    E’ ovvio pertanto che la questione israele -palestinese é usata da Obama in modo strumentale
    Probabilmente il Presidente USA pensa anche di potere gestire la conseguente accresciuta instabilità della zona, frenando le iniziative difensive di Israele e congelando l’intensità dello scontro al solo livello di terrorismo unilaterale. Tipo Gaza, male che vada.
    E’ chiaro a questo punto che nella mente di Obama l’alleanza con Israele per gli USA non é più strategica ed é addirittura scomoda.
    Con il Congresso americano che si trova di fronte non può certo dirlo.
    Il che implica che i veri scopi della politica americana sono forse oscuri pure a molti uomini della Camera e del Senato americani.
    Tuttavia il successo del piano dipenderà in buona misura anche dal fatto che sia interpretato da Teheran nel modo che Obama si aspetta e auspica, con reciproco “vantaggio” per i due Paesi.
    A questo scopo non é necessaria una vera e propria alleanza tra Iran e USA, bastano “normali , anche se non amichevoli “relazioni.
    Per il resto é mistero: bisognerebbe sapere di più, per esempio sulle prossime mosse degli USA in Afghanistan , che confina con l’Iran,e sulla necessità di buone relazioni con quest’ultimo in quello scacchiere.
    In ogni caso la politica americana é a tutto campo, per cui é difficile prevederla nelle varie direttrici.
    Certo é che che qualunque intervento militare americano, da qualunque parte, é per Obama un vero e proprio tabù: il caso Siria insegna.
    L’attuale tattica della Casa Bianca consiste nell’uso dei droni per gli irriducibili e l’accordo con i “nemici”, con i quali invece di fare guerre é meglio fare buoni affari.
    E chi può dubitarne?
    Se i “nemici” divengono “razionali”, allora questa politica si potrebbe consolidare.
    Ma come si sa, il diavolo fa le pentole , ma non i coperchi e tutto rimane aperto.
    E Israele?
    Credo che a Gerusalemme convenga cominciare a non contare più di tanto negli USA e a impostare nuove alleanze o comunque buoni rapporti a vari livelli con Russia e Cina.
    Immagino che abbia già cominciato.
    Ma soprattutto per il momento conviene resistere alle pressioni di Obama, che bisogna costringere a scoprire le carte.
    Anche a costo di rischiare di rinunciare – ma solo per iniziativa USA- ai tre miliardi di dollari annui di aiuti ,che poi alimentano in buona parte la stessa industria americana con le commesse militari.
    Bisogna vedere, però, se Obama é disposto a scoprire davvero le carte, visto che le sue probabilità di “successo” sono per il momento affidate alla sua doppiezza.

  2. è un ragionamento che non fa una piega, sia per quanto riguarda l’articolo che per il commento di Milano. Proprio su questo sito qualche giorno fa si fece notare che il taglio da parte degli USA degli aiuti militari a Israele è già iniziato. I caccia israeliani dovevano essere aggiornati da ormai due anni e non lo sono stati.
    E’ logico che un Israele debole fa molto comodo a Obama per la sua scellerata politica, quello che non capisco è come il Congresso possa permettergli di fare questo tipo di politica suicida.

  3. Certamente il Congresso condivide con Obama una preoccupazione cui non ho fatto cenno: le minacce del terrorismo islamico agli USA, in patria e fuori.
    E’ sicuro che anche questa preoccupazione abbia un qualche ruolo nella politica obamiana in medio oriente. E quindi andrebbe aggiunta all’analisi precedente.
    Obama vuole combattere il terrorismo islamico, senza inimicarsi o mettere in cattiva luce gli islamici.
    Infatti ha dato la disposizione da anni di chiamare questo terrorismo “terrorismo internazionale”.
    E molta stampa si é adeguata.
    Perfino alcuni giornalisti italiani come Lucia Annunziata.
    La scelta della sua politica con Israele potrebbe essere dettata dalla preoccupazione di essere sempre meno percepito come associato allo Stato “sionista”.
    E, in questa ipotesi, insistere con Israele dovrebbe facilitargli i rapporti con gli Stati islamici in chiave antiterroristica.
    Ma mi sembra un calcolo un po’ miope.
    Il terrorismo islamico globale é un nemico di tutti, anche dei paesi musulmani.
    Tale terrorismo infatti vuole realizzare il califfato, che annullerebbe gli Stati e i confini attuali con relative classi dirigenti e combatte da anni la sua guerra inserendosi nei vari teatri di guerra come sta facendo in Siria e in Iraq.
    Credo pertanto che la “delicatezza” che Obama mostra per la sensibilità islamica sia in questo caso non particolarmente utile e denota sicuramente paura e debolezza.
    Qualcuno però potrebbe considerarla preoccupazione per gli interessi americani.
    Il Congresso deve sicuramente approvare le leggi e l’entrata in guerra, ma gli USA sono una repubblica presidenziale e spettano all’Amministrazione gli indirizzi di politica estera.
    Il Presidente, infatti, avrebbe avuto anche il potere di ordinare di bombardare la Siria, in occasione della scoperta dell’uso di armi chimiche.
    Scelse di non farlo, riparandosi dietro un pronunciamento del Congresso da lui richiesto.

Close