Egitto: il referendum farsa di cui l’occidente non parla. Ecco cosa non dicono

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Il giornalista e analista egiziano, Gamal Essam El-Din, ha definito il referendum svoltosi in Egitto per l’approvazione della nuova Costituzione un “Déjà vu”, qualcosa che si è già visto in passato, un referendum “Mubarak style”.

E non è che ci sia molto da dargli torto. Se andiamo ad analizzare i dati diffusi dalle ONG egiziane c’è di che rimanere esterrefatti per lo svolgimento del referendum e per quanto successo durante le operazioni di conteggio.

I dati ufficiali diffusi dalla Fratellanza Musulmana sostengono che i SI all’introduzione della nuova Costituzione, che introduce di fatto l’applicazione testuale della Sharia, sono stati il 64%. In occidente nessuno si è sognato di contestare questi dati prendendoli per buoni a prescindere e accettando quello che è stato definito “il volere del popolo egiziano”. Ma è andata veramente così? E’ stato veramente rispettato il volere del popolo egiziano? Permetteteci qualche dubbio….. e vi spieghiamo perché.

Punto primo: l’affluenza. Difficile avere dal Ministero dell’Interno Egiziano i dati ufficiali sull’affluenza dei due turni. Quelli ufficiosi parlano di un’affluenza del 33% al primo turno e del 27% al secondo turno. Quindi, contrariamente a quello che il regime egiziano ha voluto far credere parlando di “affluenza record”, i partecipanti al referendum sono stati meno di un terzo degli aventi diritto. E già qui cade il concetto di “volere del popolo egiziano”.

Punto secondo: i controlli. Secondo l’ex Ministro del Lavoro, Ahmed Al-Borai, “i brogli nelle due tornate di voto sono stati travolgenti”. Oltre 7.000 denunce di brogli nella prima tornata, 4.900 nella seconda. Donne tenute in fila per ore e ore prima di farle votare tanto che in moltissime ci hanno rinunciato. Sempre le donne accompagnate nell’urna dai loro mariti o padri. Cristiani copti a cui è stato impedito di votare in moltissime delle zone rurali. E poi il problema più grosso: i giudici che dovevano controllare il regolare svolgimento delle elezioni. Secondo Ahmed Al-Zind, Presidente del cosiddetto “Club dei Giudici” (una sorta di sindacato dei giudici egiziani), per controllare il voto sarebbero stati necessari almeno 13.000 giudici. Invece erano appena 1.231. I giudici mancanti sono stati prontamente rimpiazzati da esponenti dei Fratelli Musulmani e dei salafiti i quali hanno avuto ben 20.000 permessi per poter accedere in qualità di “controllori” alle sezioni di voto, permessi che per esempio sono stati negati alle ONG e ai rappresentanti della società civile. Durante lo spoglio e il conteggio nessun rappresentante delle ONG è stato ammesso mentre i rappresentanti delle opposizioni ammessi a supervisionare le operazioni di conteggio si contano sulle dita di una mano.

Punto terzo: le zone rurali e i governatorati minori. La vittoria del SI è apparsa schiacciante nelle zone rurali e nei governatorati minori dove il controllo era totalmente in mano ai Fratelli Musulmani. In moltissime di queste zone il tasso di analfabetismo arriva a sfiorare l’80%, tanto che gli elettori iscritti erano una percentuale del tutto minoritaria della popolazione. Eppure in molti governatorati si è assistito a un fenomeno curioso: le schede di voto conteggiate erano superiori al numero degli iscritti. E’ avvenuto nei governatorati di Marsa Matrouh, del Mar Rosso e di Al-Wadi Al-Gadid dove a fronte di 500.000 iscritti totali si sono contate 1,2 milioni di schede. Stessa scena in quello di Suez e del Sinai mentre mancano i dati dei governatorati di confine. In questi casi le opposizioni hanno parlato chiaramente di migliaia di schede precompilate con il segno SI.

Punto quarto: il voto degli egiziani all’estero. Come già detto in precedenza (qui il link), sui voti degli egiziani della diaspora c’è un fitto mistero. Gli aventi diritto erano circa 500.000. Di questi, secondo i sondaggi, oltre il 90% avrebbe votato per il NO. Tuttavia i voti contati degli egiziani all’estero sono stati meno della metà, 235.000 circa. Che fine hanno fatto gli altri voti?

Come si vede da questi quattro punti, quando Gamal Essam El-Din parla di un referendum “Mubarak style” e di “Déjà vu” ha perfettamente ragione. Per decenni i Fratelli musulmani e gli islamisti salafiti hanno accusato Mubarak di pilotare a suo favore le elezioni facendole passare per democratiche. Ma loro adesso stanno facendo esattamente la stessa cosa.

Allora rimane una sola domanda da farsi, che poi è la stessa che si porgono moltissimi egiziani: che fino ha fatto la rivoluzione democratica o, come amano chiamarla i buonisti occidentali, la “primavera araba”?

Noemi Cabitza

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