Di Max Boot – Trump è entrato in carica promettendo di porre fine alla guerra tra Ucraina e Russia in un giorno. Sono passati 144 giorni dal suo insediamento e la prospettiva della pace sembra più lontana che mai. La Russia sta infatti preparando una nuova offensiva terrestre e sta sferrando i suoi più grandi attacchi aerei sulle città ucraine.
Trump si è stancato anche della guerra senza fine di Israele a Gaza e ha detto al primo ministro Benjamin Netanyahu di chiuderla. L’amministrazione Trump ha contribuito a negoziare un cessate il fuoco di sei settimane, ma dopo la sua scadenza il 18 marzo, la guerra è ripresa, brutale come sempre.
E poi, negli ultimi due mesi, Trump ha cercato di negoziare un accordo nucleare con l’Iran, facendo pressione su Israele affinché non lanciasse un attacco militare. Eppure è proprio quello che ha fatto Netanyahu, inviando circa 200 aerei ad attaccare obiettivi in tutto l’Iran. Venerdì l’Iran ha reagito lanciando missili balistici contro Israele.
Trump merita un riconoscimento per gli Accordi di Abraham raggiunti nel suo primo mandato, ma a parte questo non ha molto da mostrare per tutti i suoi sforzi volti a concludere vari accordi di pace.
Parte del problema è la difficoltà intrinseca di porre fine a qualsiasi conflitto prolungato. Ma Trump ha reso le cose più difficili per sé stesso con il modo approssimativo con cui conduce i negoziati. Ha nominato la stessa persona, il suo amico Steve Witkoff, come inviato degli Stati Uniti per tutti e tre i cicli di negoziati di pace, che coinvolgono Ucraina/Russia, Israele/Hamas e Israele/Iran. Condurre tre negoziati così diversi contemporaneamente metterebbe alla prova anche un diplomatico esperto come Henry Kissinger o Philip Habib.
Il compito è ancora più arduo dato che Witkoff è un imprenditore immobiliare senza alcuna esperienza diplomatica. E, in una sconcertante dimostrazione di arroganza, ha scelto di non avvalersi di molte delle risorse disponibili nel governo degli Stati Uniti. Si è presentato agli incontri con Vladimir Putin da solo, senza nemmeno un interprete, apparentemente nella convinzione infondata di poter superare in astuzia un despota subdolo che ha visto succedersi cinque presidenti degli Stati Uniti.
La capacità della Casa Bianca di supervisionare questi complessi negoziati è stata ostacolata dalla decisione di Trump di epurare il Consiglio di sicurezza nazionale e di affidare a Marco Rubio il doppio incarico di consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato. Forse non sorprende che non si sia percepita alcuna strategia dell’amministrazione per i colloqui di pace. Tutto è stato improvvisato, con l’orientamento principale fornito dai post irregolari di Trump sui social media.
La ricerca della pace da parte di Trump è stata ulteriormente compromessa da altri tre problemi: sta cercando di fare troppo in una volta (non solo tre serie di colloqui di pace, ma anche negoziati commerciali con innumerevoli paesi); non è disposto a mettere sotto pressione Netanyahu o Putin, che considera suoi amici, per aver ignorato le sue richieste; e ha una soglia di attenzione breve e vuole risultati immediati.
I negoziati di pace richiedono pazienza. Nel caso dei negoziati degli Stati Uniti con l’Iran, c’erano anni di reciproca sfiducia che dovevano essere superati. L’amministrazione ha inviato segnali contrastanti sulla sua disponibilità ad accettare una parte residua della capacità di arricchimento nucleare iraniana. Tuttavia, un alto funzionario dell’amministrazione ha descritto i colloqui come “costruttivi” il mese scorso. Poi sono arrivati gli attacchi aerei israeliani di giovedì.
Venerdì, Trump ha espresso il desiderio di continuare i colloqui “PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI”, ma tutto indica che è già troppo tardi. Teheran ha annunciato che i colloqui sono sospesi. Se Trump pensava che l’attacco israeliano avrebbe spinto l’Iran a fare concessioni, ha fatto male i suoi calcoli, almeno nel breve termine.
Teheran ha commesso un errore di valutazione non sospendendo il suo programma nucleare mentre era in corso il dialogo con gli Stati Uniti. Giovedì l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha dichiarato che l’Iran era in violazione dei suoi obblighi di non proliferazione. L’agenzia internazionale aveva precedentemente riferito che dall’inizio di febbraio l’Iran aveva aumentato di almeno il 50% le sue scorte di materiale quasi utilizzabile per scopi militari. Netanyahu era talmente allarmato da questi sviluppi da rischiare una rottura con Trump per lanciare un attacco che minacciava di compiere da decenni.
I primi risultati sono stati impressionanti, con i raid aerei israeliani che hanno decapitato la leadership militare iraniana e ulteriormente indebolito le difese aeree del Paese. Secondo quanto riferito, Israele avrebbe preposizionato dei droni in Iran, proprio come aveva fatto in precedenza l’Ucraina in Russia, e non sono stati segnalati abbattimenti di aerei israeliani. L’intelligence israeliana sull’Iran è semplicemente eccellente. Tuttavia, negli attacchi iniziali è stato preso di mira solo un importante sito nucleare iraniano, a Natanz, e l’entità dei danni è ancora sconosciuta. Altri siti, in particolare quello sepolto sotto una montagna a Fordow, saranno molto più difficili da colpire per Israele.
Gli israeliani possono rallentare il programma nucleare iraniano, forse in modo sostanziale, ma non possono sradicarlo. Non importa quanti scienziati iraniani uccidano gli israeliani, non c’è modo di cancellare il know-how nucleare che l’Iran ha accumulato nel corso dei decenni. Anzi, l’attacco israeliano potrebbe persino accelerare gli sforzi segreti dell’Iran per trasformare il suo programma nucleare in un programma militare, cosa che finora ha evitato di fare. C’è poi il pericolo di una ritorsione iraniana, che potrebbe includere complotti terroristici, attacchi alle basi statunitensi o agli Stati arabi moderati e tentativi di chiudere lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo. La mossa di Israele di attaccare l’Iran sta dando i suoi frutti finora, ma resta comunque rischiosa.
La risposta migliore, anche se imperfetta, al programma nucleare iraniano che sia stata trovata finora è il Piano d’azione congiunto globale firmato dal presidente Barack Obama nel 2015. Questo accordo ha portato all’eliminazione del 97% del materiale fissile iraniano, alla rimozione di due terzi delle centrifughe e all’imposizione di severi controlli internazionali sul programma nucleare. Il JCPOA ha allungato il “tempo di fuga” dell’Iran a oltre un anno; più recentemente, il tempo di fuga è stato di appena una o due settimane.
La disastrosa decisione di Trump di uscire dall’accordo nel 2018, nonostante gli iraniani lo stessero rispettando, ha acceso la lunga miccia che ha portato all’ultima guerra tra Iran e Israele. È un conflitto che Israele probabilmente vincerà, ma il fatto che siano iniziati gli scontri è un segno dell’inefficacia della diplomazia di Trump.
Note
Max Boot è editorialista del Washington Post e senior fellow del Council on Foreign Relations. Finalista del Premio Pulitzer per la categoria biografie, è autore, più di recente, del bestseller del New York Times “Reagan: His Life and Legend”, nominato uno dei 10 migliori libri del 2024 dal New York Times

