Cosa abbiamo capito dall’attacco israeliano all’Iran

By Franco Londei - Editor

Ieri Israele ha mantenuto la sua promessa di rispondere all’attacco iraniano avvenuto il 1° ottobre con 200 missili balistici.

Non tutti in Israele (e non solo) sono rimasti soddisfatti della risposta israeliana. In molti avrebbero voluto che venissero attaccate le centrali atomiche, altri che almeno venissero attaccate quelle infrastrutture che ancora mantengono in vita la fragilissima economia iraniana.

Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha optato per una via di mezzo che però è stata molto più efficace di quello che in tanti sostengono, se non altro perché ci spinge a fare alcune riflessioni non secondarie su alcuni aspetti della difesa iraniana e sui suoi alleati.

riassunto su mappa del attacco di Israele a Iran

Ma andiamo con ordine. Nei giorni che hanno preceduto la risposta israeliana all’attacco di Teheran, il Ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha fatto il giro delle capitali che contano, tra le quali quasi tutte quelle arabe, affinché facessero pressione su Gerusalemme al fine di convincere Netanyahu a dare una risposta “limitata”.

Sul piatto della trattativa Araghchi ha messo tutti i calibri da 90 di cui l’Iran dispone, che non sono i suoi missili ma la sua posizione geografica e la posizione dei suoi alleati, in particolare quella degli Houthi dello Yemen.

Un attacco israeliano alle infrastrutture petrolifere iraniane avrebbe innescato una escalation di eventi che sarebbero partite dall’esplosione dei prezzi di gas e petrolio, fino alla chiusura dei due stretti strategici che iraniani e Houthi controllano, quello Hormuz e quello Bab al-Mandab. Blocco totale del petrolio e di moltissime merci con ripercussioni a livello globale inimmaginabili. Una deterrenza formidabile e un punto di pressione su Netanyahu impressionante.

Di qui la decisione, sofferta, da parte del Premier israeliano di non colpire le centrali atomiche né le infrastrutture petrolifere.

Questa è la prima cosa che abbiamo capito, ma non è la sola.

Gli attacchi israeliani non sono stati affatto “soft”, oltre 100 jet da combattimento hanno colpito la base segreta di Parchin vicino a Teheran, hanno distrutto i sistemi di difesa della raffineria di petrolio di Abadan nella provincia del Khuzestan, del complesso petrolchimico di Bandar Imam Khomeini e di un importante porto adiacente, nonché del giacimento di gas di Tange Bijar nella provincia di Ilam.

Hanno distrutto i sistemi di difesa antiaerei di fabbricazione russa S-300 posizionati presso l’aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran e presso la base missilistica di Malad vicino alla capitale, dimostrando la loro completa inefficienza contro i jet israeliani.

Hanno colpito le basi di produzione di missili del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) di Falagh, Shaid Ghadiri e Abdol Fath, nonché gli impianti di Parchin e Parand. In particolare gli attacchi hanno distrutto almeno 12 miscelatori planetari utilizzati per produrre combustibile solido nei missili balistici a lungo raggio; alcuni stimano che il numero dei miscelatori colpiti sia 20. Secondo alcune stime ci vorranno due anni per riprendere la produzione. Distrutti anche gli impianti che producono i droni venduti a Russia e a Hezbollah.

Poi c’è lo smacco alle difese iraniane. Un pilota di jet israeliano che ha partecipato all’operazione ha detto che «hanno potuto fare tutto quello che volevano dei cieli iraniani». Qualcuno direbbe che «non gli hanno visti arrivare» ma poi li hanno sentiti. Nemmeno una scalfittura agli oltre 100 jet israeliani, nemmeno un graffio. Come affondare un coltello caldo nel burro (qualcuno avvisi Orsini).

Che dire poi dei sistemi di fabbricazione russa? I tanto declamati dalla propaganda putiniana S-300. Avevamo già visto in Siria che non erano efficaci, ma in Iran non hanno sparato nemmeno un colpo prima di essere vaporizzati.

Concludendo, Israele non ha colpito le centrali atomiche né i centri nevralgici che reggono la fragilissima economia iraniana. Sono felice per questo? No. Era una incredibile occasione per mettere una pietra tombale sul programma nucleare iraniano. Tuttavia non solo ha inferto un durissimo colpo all’industria missilistica e a quella dei droni di Teheran, ma ha mostrato al mondo (e a Orsini) l’estrema fragilità di questo colosso con i piedi d’argilla che, ormai privato anche della deterrenza che gli forniva Hezbollah, se attaccato seriamente rischia di crollare su se stesso.

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Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Fondatore di Rights Reporter