Di Oded Ailam – Teheran, giugno 2020. La sala era tappezzata di bandiere con la scritta “Morte all’America” e foto della rivoluzione. L’ayatollah Ali Khamenei entrò lentamente. Le macchine fotografiche scattarono flash. Si sedette, circondato dai suoi collaboratori. Sul tavolo era posato il “Piano d’azione strategico”, il programma di arricchimento dell’uranio dell’Iran in risposta alle sanzioni.
Il momento storico era arrivato. Il presentatore della TV di Stato dichiarò con tono profetico: “Con questa firma, metteremo l’Occidente in ginocchio!”
Khamenei sollevò solennemente la penna. Iniziò a firmare, ma il foglio rimase bianco. Premette più forte. Niente. Trascorsero cinque secondi di imbarazzato silenzio. Khamenei si guardò intorno, fece una pausa e sussurrò: “È una cospirazione”. Finalmente, un assistente emerse con una nuova penna. La firma fu completata. Il pubblico applaudì educatamente.
Fu un semplice problema tecnico, ma un momento che rivelò la mente dell’uomo: profondamente sospettoso, al limite della paranoia, vedeva una mano invisibile dietro ogni oggetto.
Un sovrano anziano in un’epoca in ebollizione
Khamenei, 86 anni, governa l’Iran con pugno di ferro dal 1989. Sopravvissuto a un attentato del 1981, in cui un registratore trappola esplose durante una conferenza stampa, rimase gravemente ferito, quasi perdendo l’uso della mano destra. Il trauma ha consolidato la sua profonda diffidenza verso qualsiasi attore interno o esterno.
Per lui, non c’è una vera differenza tra un rivale politico, un dissidente civile, un agente della CIA o un giovane manifestante per le strade di Teheran: sono tutti potenziali agenti di una cospirazione globale per rovesciare la Repubblica Islamica. Da questa prospettiva, Khamenei non si è mai considerato semplicemente un governante, ma l’ultimo guardiano della rivoluzione del 1979.
Meccanismi di sospetto reciproco
Spinto da queste paure, Khamenei ha istituito un elaborato sistema di sorveglianza interna in Iran, in cui molteplici organismi si monitorano, spiano e persino si informano a vicenda: l’intelligence delle Guardie Rivoluzionarie monitora l’esercito; la polizia segreta indaga sul Ministero degli Interni; e il Ministero dell’intelligence civile opera indipendentemente da tutti loro.
Questo disegno frammentato impedisce a qualsiasi figura di accumulare troppo potere, ma alimenta anche un’atmosfera di costante paura, silenzio e allerta esistenziale.
‘Velayat-e Faqih’: una dottrina di dominio totale
Tutto ciò affonda le sue radici nel principio giuridico sciita noto come Velayat-e Faqih , ovvero il potere del giurista islamico. Secondo questa dottrina, solo un alto funzionario religioso ( faqih ) può governare lo Stato fino al ritorno dell’Imam Nascosto.
Khamenei incarna questa dottrina, ma sa che persino la legittimità religiosa può essere infranta da rivolte popolari o turbolenze economiche. La sua paura più profonda? Essere ricordato come “l’ultimo ayatollah”, colui sotto la cui sorveglianza è crollata la Rivoluzione Islamica.
La vera minaccia: le persone all’interno, non il nemico esterno
Sebbene Khamenei parli spesso del “Grande Satana” – gli Stati Uniti – la sua vera paura è dentro di lui. Ricorda bene le proteste di massa del 2009 dopo le elezioni e le rivolte del 2019 e del 2022. La sua risposta fu brutale. Centinaia di persone furono uccise, migliaia arrestate e ordinò il blocco totale di internet.
Percepisce ogni sciopero o protesta come una minaccia esistenziale e risponde con la forza, imprigionando gli attivisti e usando la pressione economica interna come arma.
Lo sciopero dei camionisti e l’ombra dell’Occidente
Nelle ultime settimane, gli autotrasportatori iraniani sono in sciopero. La carenza di carburante, gli elevati costi di manutenzione e i timori economici derivanti dalle proteste prolungate hanno creato disordini che potrebbero infiammare l’intero Paese.
Un autista ha dichiarato ai media stranieri: “Siamo in sciopero da 14 giorni. Siamo senza soldi. Dove sta Trump per aiutarci?”
Non si tratta necessariamente di un appello a un presidente specifico, ma di un appello all’intervento occidentale, non solo militare, ma anche economico e sociale: finanziando hotspot Wi-Fi di protesta, supporto logistico e comunicazioni libere.
Khamenei lo sa bene, ed è per questo che dedica ingenti risorse alla sorveglianza, agli arresti e ai tentativi di isolare gli uni dagli altri settori della popolazione.
Colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti: tra diplomazia e detonazione
Khamenei sa che l’Occidente fa ripetutamente marcia indietro rispetto alle sue richieste. Dopo essersi ritirato dall’accordo sul nucleare nel 2018, Trump ha posto numerose condizioni, ma col tempo si è indebolito politicamente e la pressione si è affievolita.
Khamenei ritiene che, sotto qualsiasi futura amministrazione, gli Stati Uniti eviteranno probabilmente lo scontro diretto, soprattutto se coinvolti in altri scenari globali.
Questo spiega il suo approccio ai negoziati sul nucleare. In apparenza, proietta durezza e “fermezza”, ma dietro le quinte osserva attentamente ogni movimento americano. Ricorda bene che nei negoziati passati gli Stati Uniti hanno ceduto più volte: revocando le sanzioni, abbandonando le richieste fondamentali e tornando al tavolo delle trattative senza alcuna leva. Per lui, questa è la prova che l’Occidente non ha la forza per un confronto prolungato.
Khamenei ha anche una memoria lunga. Il 3 luglio 1988, gli Stati Uniti abbatterono accidentalmente il volo Iran Air 655, uccidendo tutte le 290 persone a bordo. Settimane dopo, l’allora leader iraniano Ruhollah Khomeini dichiarò di stare “bevendo il calice avvelenato” e accettò un cessate il fuoco dopo quasi otto anni di guerra con l’Iraq – una resa quasi totale al leader iracheno Saddam Hussein. Il motivo: il timore di un intervento diretto degli Stati Uniti.
A quel tempo, Khamenei era presidente e vicino al processo decisionale. L’umiliazione e la lezione che ne è derivata sono impresse nella sua coscienza. Per questo motivo, oggi, nonostante la sua immagine intransigente, Khamenei non cerca un conflitto diretto con gli Stati Uniti. Il suo incubo è un attacco americano che destabilizzi il regime e faccia di lui, in quanto ultimo ayatollah, colui che ha condotto la repubblica al collasso.
Tra il calice avvelenato e l’illusione dell’immortalità
Khamenei si trova a un bivio storico. Da un lato, vuole essere ricordato come il leader che ha preservato la rivoluzione, il programma nucleare e l'”asse della resistenza”. Dall’altro, sa che il collasso potrebbe arrivare dall’interno: attraverso crepe economiche, strutture di potere stanche e motori a corto di carburante.
Come disse una volta il filosofo francese Michel de Montaigne: “Il miglior re è quello che sa quando deporre la corona, prima che gli cada dalla testa”.
Ma Khamenei non è tipo da dimettersi. Se l’Occidente vuole impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare, deve puntare al vero obiettivo: non solo un accordo nucleare, ma un cambio di regime.
Questo obiettivo non può essere raggiunto solo con la forza militare, ma piuttosto attraverso una combinazione di potenza militare, soffocamento economico e sostegno alle rivolte interne. Tre forze che, insieme, potrebbero mettere in ginocchio il regime.

