Editoriali

In Siria si è perso il senso della misura. E se Assad e Putin fossero il male minore?

Guardando oggi alla Siria non si può fare a meno di ripensare al peccato originale di obamiana memoria e a come quel tragico errore, quello cioè di appoggiare la Fratellanza Musulmana ostile a Bashar al-Assad, abbia influito non solo nel contesto siriano ma su tutti gli equilibri mediorientali.

In questi sette anni di guerra in Siria, una guerra che erroneamente viene ancora definita “guerra civile”, si è visto tutto il campionario di quella che è la politica in Medio Oriente, una politica fatta spesso di repentini cambi di alleanze, di tutti contro tutti, di alleanze non dichiarate ecc. ecc. ma soprattutto si è visto come la lotta interna all’Islam possa effettivamente sconvolgere un intero continente trascinandolo in un vortice di violenze che non si vedevano più dal Medio Evo.

Oggi in Siria ci sono tutti gli attori mediorientali ma soprattutto ci sono tutti i fattori destabilizzanti della regione, un concentrato di “guerre potenziali” che rischia di allargarsi ben oltre i confini del Medio Oriente. Dalla Russia all’Iran, dagli Stati Uniti a Israele passando per Turchia e Arabia Saudita, la guerra in Siria sta diventando il teatro da dove con ogni probabilità scaturirà il prossimo grande conflitto regionale.

Paradossalmente il pericolo maggiore non viene né da Bashar al-Assad né dalla Russia. E’ vero, sia Assad che Putin non sono certamente due stinchi di santo. Si dice che il Presidente/dittatore siriano sia colpevole di usare armi chimiche e che il Presidente/zar russo lo copra. Magari è vero, magari non lo è. Non lo so. So solo che sia Putin che Assad sono due pragmatici e che per quanto possa essere odioso ammetterlo, Assad è ancora la miglior scelta per la Siria e per la stabilità regionale. Chi per esempio afferma che Israele abbia soffiato sul fuoco della rivolta siriana si sbaglia di grosso. Assad per Israele era la miglior garanzia di stabilità sul fronte nord. Certo, era e rimane un nemico, ha cercato di dotarsi si armi nucleari, ha appoggiato Hezbollah ed è un alleato dell’Iran, ma prima della guerra civile in Siria (prima che diventasse un conflitto regionale) il fronte nord di Israele (lato siriano) era quello che dava meno pensieri e Assad poteva essere messo a posto con facilità.

Oggi gli avvenimenti in Siria hanno portato l’esercito iraniano a pochi Km dal confine con Israele, hanno portato Erdogan a occupare una parte del Kurdistan siro-iracheno e chissà cos’altro, hanno portato le milizie wahabite nel cuore della Siria insieme a quelle di uno jihadismo senza bandiere ma deciso a portare avanti il jihad globale partendo proprio dalla Siria. Davvero qualcuno può pensare che prima non era meglio anche per Israele o che lo Stato Ebraico abbia contribuito a creare una situazione simile?

Il senso della misura

Quello che si è perso in Siria è il senso della misura, quel senso cioè che in maniera pragmatica cerca di stabilire un equilibrio tra stabilità e le giuste pretese di Diritti da parte dei siriani. Assad si è trovato a dover scegliere tra l’incudine jihadista/wahabita e il martello sciita e logicamente ha scelto quest’ultimo. Non poteva abbandonare un Paese certamente poco democratico ma sicuramente laico nelle mani dei fondamentalisti finanziati dai sauditi. La cura sciita è forse peggio della malattia sunnita, ma almeno Assad è riuscito a mantenere una qualche forma di potere. Un fattore stabilizzante poteva essere Putin che all’inizio aveva garantito il sostegno militare russo ad Assad in cambio di una paio di basi navali, ma i fatti si sono rincorsi così velocemente che in poco tempo sono confluiti in Siria gli jihadisti sunniti di mezzo mondo e gli jihadisti sciiti finanziati dall’Iran fino ad arrivare alla situazione odierna.

Per essere chiari, non mi piace né Assad né tanto meno Putin, sto solo facendo un ragionamento il più possibile pragmatico per cercare di capire quale possa essere la soluzione più adatta per gli equilibri regionali e, paradossalmente, la soluzione più adatta a tutti sarebbe che Assad riprenda in pieno i poteri su tutta la Siria, che si liberi della ingombrante presenza iraniana e degli Hezbollah e infine che possa essere messo nelle condizioni di contrastare l’avanzata di Erdogan nel Kurdistan siriano. E c’è solo una potenza che potrebbe garantire questo “reset” della Siria: la Russia di Putin.

Lo dico con il cuore in gola, consapevole che sia Assad che Putin sono due bruttissime persone, ma l’unico modo per uscire dalla crisi siriana prima che sfoci in un conflitto regionale di vastissime proporzioni è proprio quello di garantire ad Assad il pieno controllo del suo territorio, un controllo così sicuro da poter fare a meno degli iraniani e degli Hezbollah.

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