Israele e Valle del Giordano: il “tradimento” di Daniel Pipes che non ti aspetti

In tutta onestà devo dire che non ho mai seguito con particolare attenzione Daniel Pipes, presidente del Middle East Forum, un think tank con sede a Filadelfia.

So tuttavia che Pipes è particolarmente amato da alcuni giornalisti di destra che ne riprendono spesso gli articoli.

Il New York Times, nel pubblicare un suo editoriale contrario all’annessione della Valle del Giordano da parte di Israele, lo definisce “un commentatore conservatore americano” per rimarcare (e usare in maniera strumenale) come anche i conservatori americani siano contrari all’idea di Gerusalemme di annettere la Valle del Giordano.

Seppure non lo segua, ho sempre saputo che Daniel Pipes fosse un buon amico di Israele e un ottimo conoscitore delle questioni mediorientali, per questo sorprende molto il suo editoriale pubblicato dal New York Times nel quale Pipes elenca sei ragioni per cui l’annessione da parte di Israele della Valle del Giordano sarebbe per lo Stato Ebraico un errore quasi fatale.

Quell’editoriale deve aver sorpreso molto anche Morton Klein e Mark Levenson, presidente e vice-presidente della Sionist Organization of America (ZOA), che su Arutz Sheva pubblicano un contro-editoriale che smonta pezzo per pezzo le sei ragioni, a dire il vero assai flebili, elencate da Pipes per dirsi contrario alla annessione della Valle del Giordano.

Tra le cose che scrivono Morton Klein e Mark Levenson ce ne sono alcune particolarmente condivisibili a prescindere da come uno la pensi sulla annessione degli insediamenti in Giudea e Samaria (la cosiddetta Cisgiordania) e quindi della Valle del Giordano.

La prima è che le sei ragioni elencate da Pipes nel suo editoriale sono per lo più basate sul fatto che una decisione israeliana in tal senso farebbe arrabbiare molta gente, a partire dal Presidente Trump fino alla sinistra americana passando per l’Unione Europea e i paesi arabi.

Ora, uno Stato degno di questo nome non condiziona le sue politiche basandosi sul fatto che quella o quell’altra decisione potrebbero far arrabbiare quella o quell’altra persona o categoria di persone. Uno Stato valuta i pro e i contro delle sue decisioni e agisce come meglio crede per il bene dello Stato e dei suoi cittadini senza badare a chi “farebbe arrabbiare”. Questo vale soprattutto per Israele che, come sappiamo, qualsiasi decisione prenda troverà sempre chi le contesta a prescindere. Si chiama odio anti-israeliano e antisemitismo.

Non sarà quindi rinunciando all’annessione che Israele troverà nuovi amici o convertirà un anti-israeliano o un antisemita.

La seconda, molto più importante, è che Israele non può rinunciare al controllo della Valle del Giordano e permettere che quella diventi terra araba.

La Valle del Giordano si trova a soli trenta Km da Gerusalemme e dal triangolo Gerusalemme-Tel Aviv-Haifa, cioè da quella zona dove vive il 70% della popolazione israeliana e dove vi sono l’80% delle infrastrutture economiche del Paese.

Ora provate solo ad immaginare cosa succederebbe se quell’area, dove vivono anche 500.000 israeliani, diventasse terra araba. Israele sarebbe sotto costante minaccia. La Valle del Giordano è quindi un confine irrinunciabile per Israele.

La cosa buffa è che anche in occasione del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, ci furono molte persone che si arrabbiarono (le stesse citate nell’editoriale del New York Times) e non mi risulta che Daniel Pipes abbia scritto qualcosa contro quella decisione, per altro molto simbolica a differenza dell’annessione della Valle del Giordano che invece ha un valore altamente strategico.

Scrivono Morton Klein e Mark Levenson: «permettere alle paure speculative di dettare le azioni di Israele può avere conseguenze devastanti. L’incapacità di esercitare la sovranità indebolisce gravemente la sicurezza di Israele e invia il falso messaggio che questa non è terra ebraica, legalmente, politicamente e biblicamente».

Ecco, in queste poche righe è racchiuso tutto il “malessere” per l’editoriale di Daniel Pipes apparso sul New York Times, un editoriale visto alla stregua di un “tradimento” tanto che viene chiesto al presidente del Middle East Forum di ritrattare quanto scritto.