Lo Stretto di Hormuz è sempre stato molto più di uno stretto braccio d’acqua. È l’arteria pulsante di un fragile ordine mondiale, che trasporta quasi un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali in tempo di pace. Quando quell’arteria si restringe, il mondo non prova solo un senso di disagio: comincia a soffocare. La crisi odierna, innescata dagli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e inasprita dalla risposta radicale di Teheran, ha spinto quel sistema al limite, mettendo a nudo non solo le linee di frattura geopolitiche, ma anche le contraddizioni morali insite nell’ordine internazionale stesso.
Un vecchio ordine che crolla
Quello che si è verificato non è semplicemente un altro conflitto mediorientale. È un momento che impone un bilancio. A poche settimane dagli attacchi iniziali, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato da circa 130 transiti giornalieri a appena una manciata. I prezzi del petrolio sono saliti a livelli di crisi, con alcune raffinerie che secondo quanto riferito pagavano quasi 150 dollari al barile. Le conseguenze si sono propagate ben oltre il Golfo: shock inflazionistici in Europa, rischi di razionamento del carburante in Asia e un aggravarsi dell’insicurezza alimentare in alcune parti dell’Africa. L’economia globale, già sotto pressione, ora vacilla sull’orlo di una crisi sistemica.
In questo contesto, il tentativo del Bahrein di promuovere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per ripristinare la libertà di navigazione è apparso, almeno superficialmente, come una difesa dei beni comuni globali. Eppure il successivo veto di Cina e Russia ha fatto ben più che bloccare un’iniziativa diplomatica: ha ridefinito la narrativa. La loro argomentazione era schietta: qualsiasi risoluzione che ignori l’uso precipitoso della forza contro l’Iran rischia di legittimare l’aggressione.
In tal senso, il veto non è stato semplicemente ostruzionistico; è stata una sfida deliberata a ciò che molti nel Sud del mondo percepiscono sempre più come un’applicazione selettiva del diritto internazionale.
È qui che la crisi diventa profondamente scomoda per i responsabili politici occidentali. Il divieto dell’uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite è inequivocabile. Se i primi attacchi contro l’Iran non avevano una chiara autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, essi si inseriscono a malapena – se non addirittura illegalmente – in quel quadro. Le azioni successive dell’Iran, compreso l’effettivo blocco di Hormuz, sono ben più controverse. Esse mettono a dura prova il principio della libertà di navigazione e rischiano di comportare una punizione economica collettiva a carico di Stati ben lontani dal conflitto. Eppure Teheran presenta queste misure come un esercizio del suo diritto intrinseco all’autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta.
Il risultato è un paradosso giuridico e morale. Da una parte si invoca l’ordine mentre se ne infrangono le regole; dall’altra si violano le norme mentre si sostiene di difenderle. In questa breccia si inseriscono Cina e Russia, posizionandosi come custodi di un’interpretazione più rigida della sovranità, anche se i loro stessi precedenti invitano a un esame più attento. Il loro veto, sostenuto retoricamente dall’Iran, è stato descritto come “di principio” – un termine che risuona in modo diverso a seconda della posizione in cui ci si trova.
Un nuovo ordine che fatica a nascere
Ciò che si sta dispiegando dallo Stretto di Hormuz al Mar Cinese Meridionale e a Bab el-Mandeb non è una serie di crisi isolate, ma l’emergere di un ordine globale frammentato in cui le grandi potenze ridisegnano sempre più i confini della loro influenza attraverso la coercizione e il veto, lasciando i principi di sovranità e dignità umana pericolosamente subordinati all’allineamento piuttosto che al diritto.
Inoltre, dalle acque contese del Mar Cinese Meridionale alle arterie invisibili dell’infrastruttura digitale globale, sta prendendo forma un ordine nuovo e inquietante — in cui il potere viene affermato non solo attraverso la presenza militare, ma anche attraverso il controllo dei dati, delle rotte commerciali e della tecnologia, erodendo silenziosamente l’universalità del diritto internazionale e lasciando la sicurezza umana in balia dei calcoli di giganti in competizione.
Per molti osservatori in Asia, Africa e America Latina, l’episodio rafforza una lamentela di lunga data: che il diritto internazionale sia troppo spesso applicato in modo asimmetrico. Il ricordo dei ripetuti veti che hanno protetto Israele dalla censura su Gaza rimane vivo. In quel contesto, il veto su Hormuz appare meno come un’aberrazione che come un’immagine speculare — un’inversione di ruoli in un sistema in cui il potere, non i principi, determina spesso gli esiti.
Eppure, inquadrare questo momento esclusivamente come un trionfo della resistenza sarebbe pericolosamente semplicistico. Non c’è una vittoria netta in una crisi che ha paralizzato una rotta vitale, messo in pericolo la navigazione civile e amplificato le sofferenze umanitarie in diverse regioni. Almeno cinque navi civili sono già state colpite. Le spedizioni di aiuti verso le zone di conflitto, tra cui Gaza e parti dell’Africa, hanno subito ritardi.
I costi non sono sostenuti dagli strateghi di Washington, Tel Aviv, Mosca o Pechino, ma dalla gente comune che deve affrontare le conseguenze a cascata dell’interruzione degli scambi commerciali e dell’aumento dei prezzi. Cosa significa, allora, “vittoria” in un contesto del genere?
Se misurata in termini di resistenza strategica, l’Iran ha dimostrato una formidabile capacità di imporre costi ai propri avversari. Sfruttando la geografia e le capacità asimmetriche, ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un punto di pressione con portata globale. Se misurata in termini narrativi, il sostegno – o almeno la simpatia – da parte di grandi potenze come la Cina e la Russia segnala un mutamento dell’equilibrio discorsivo nelle relazioni internazionali, dove l’inquadramento occidentale non domina più incontrastato.
Ma se la vittoria è intesa in termini umani — in termini di stabilità, sicurezza e salvaguardia della vita — rimane sfuggente per tutte le parti.
La questione più profonda è strutturale. Il Consiglio di Sicurezza, concepito come perno della sicurezza collettiva, è ancora una volta paralizzato dalla politica del veto. Ogni membro permanente sostiene di difendere l’ordine mentre protegge i propri alleati. Il risultato è una forma di nichilismo strategico: un sistema che riconosce le regole ma manca della coesione necessaria per applicarle in modo coerente. Come ha osservato un analista, la crisi è per molti versi «frutto delle nostre stesse azioni» — un prodotto di decisioni accumulate che hanno privilegiato il vantaggio a breve termine rispetto alla stabilità a lungo termine.
Perché è importante
Per i responsabili politici globali, le implicazioni sono evidenti. L’erosione della fiducia nelle istituzioni multilaterali sta accelerando. Quando il Consiglio non riesce ad agire con decisione di fronte a una crisi con ramificazioni globali così evidenti, la sua credibilità ne risente. Inoltre, l’uso strumentale dei punti nevralgici economici rischia di diventare più frequente. L’Oronse di oggi potrebbe essere un precursore di disagi simili altrove, dal Mar Cinese Meridionale alle infrastrutture digitali critiche.
Inoltre, gli schemi di allineamento delle grandi potenze stanno cambiando, con Cina e Russia sempre più disposte a contrastare le iniziative occidentali non solo a livello retorico ma anche istituzionale.
In un panorama internazionale frammentato e in rapida evoluzione, l’onere non grava più su una singola nazione o blocco, ma sulla coscienza della comunità globale stessa, ora di fronte a una prova morale inesorabile: se il linguaggio di un “ordine basato sulle regole” possa ancora avere un significato quando i civili in Iran e in tutta la regione subiscono le conseguenze a cascata di una forza militare sostenuta, ampiamente condannata come illegale e indiscriminata.
Il principio in gioco non è astratto: è impresso nelle vite di chi si muove tra città bombardate, ospedali in crisi e infrastrutture messe a tacere, dove i diritti umani non sono oggetto di dibattito ma vengono negati in tempo reale.
C’è un’inconfondibile dissonanza tra l’invocazione del diritto internazionale e la sua applicazione selettiva, in particolare quando continuano ad emergere accuse di crimini di guerra legati alle azioni di Stati Uniti e Israele, parallelamente a un sistema multilaterale paralizzato, incapace di rispondere con coerenza o urgenza. In questo momento, la credibilità non dipende dalle dichiarazioni ma dalla coerenza: un’insistenza universale sul fatto che la sovranità non può essere violata impunemente, che la punizione collettiva – sia attraverso i bombardamenti che lo strangolamento economico – non può essere normalizzata, e che l’accesso umanitario non è una merce di scambio ma un diritto non negoziabile.
Ciò che emerge non è semplicemente un appello alla de-escalation, ma una richiesta più profonda di simmetria etica: una riaffermazione del fatto che la dignità umana a Teheran ha lo stesso peso che in qualsiasi altro luogo, e che qualsiasi percorso duraturo verso il futuro deve essere ancorato al cessate il fuoco, alla responsabilità e a un rinnovato impegno verso una diplomazia che non si pieghi sotto il peso del potere, ma si elevi per rispondere all’urgenza dell’umanità.
In definitiva, la crisi dello Stretto di Hormuz è un monito. Essa rivela quanto rapidamente l’impalcatura dell’ordine globale possa cedere sotto il peso di narrazioni contrastanti e di un’escalation incontrollata. Sottolinea inoltre una verità più silenziosa: il potere senza freni da nessuna parte non porta alla stabilità, ma a una perpetua insicurezza.


