Le sorti della Repubblica Islamica dell’Iran sembrano alquanto incerte, in seguito all’operazione israeliana in Iran, iniziata il 13 giugno del 2025.
Iran – Le Analisi Prima della Guerra
Prima dell’intervento israeliano del 13 giugno u.s. in Iran, con cui sono stati colpiti diversi siti, sia militari che civili, riducendo notevolmente la capacità di produrre uranio, anche a scopi militari, gli analisti concordavano sulla pericolosità della leadership di questo Paese.
Nel prossimo anno (2025, ndr), la persistente minaccia di attacchi diretti contro l’Iran potrebbe costringere l’Iran a passare da una strategia militare prevalentemente reattiva a un approccio più proattivo e diretto, nel tentativo di scoraggiare un conflitto su larga scala e le minacce alla leadership iraniana.
(Jeffrey Kruse, 2025 Worldwide Threat Assessment, Valutazione delle Minacce Globali nel 2025, Defense Intelligence Agency, Maggio 2025, p. 21)
Poco prima dell’operazione israeliana, dunque, l’Iran era considerato una minaccia concreta; allo stesso modo, la sua leadership appariva solida, ma sotto attacco.
Rispetto alle sue capacità nucleari, poi, il rapporto appena menzionato concludeva che,
L’Iran quasi certamente non sta producendo armi nucleari, ma l’Iran ha intrapreso attività che negli ultimi anni lo pongono in una posizione migliore per produrle, se decidesse di farlo. Dal 2019, l’Iran ha condotto attività che superano i limiti imposti dal Piano d’Azione Globale Congiunto (PAGC), inclusi la maggiore dimensione e i livelli di arricchimento del suo stock di uranio, producendo piccole quantità di metallo di uranio, e limitando il monitoraggio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, oltre ad ampliare l’arricchimento dell’uranio presso il suo impianto di Fordow.
(Jeffrey Kruse, 2025 Worldwide Threat Assessment, Valutazione delle Minacce Globali nel 2025, Defense Intelligence Agency, Maggio 2025, p. 21)
I dati dell’intelligence, dunque, indicavano che l’Iran stava preparando le condizioni ottimali per produrre armi nucleari. L’ostruzione al monitoraggio internazionale dei suoi siti atomici, poi, ha ulteriormente complicato lo scenario.
Un altro analista, già nel 2010, concludeva che
In assenza di un intervento esterno, l’Iran nel 2025 assumerà un assetto sempre più ideologico ed emergerà come potenza nucleare militarista. Sarà eccessivamente sicura di sé, certa della propria deterrenza nucleare e nella consapevolezza che la sua popolazione è sottomessa. Sarà anche un fallimento economico. Nel complesso, tale scenario renderà l’Iran nel 2025 straordinariamente pericoloso.
(Michael Rubin, “Iran 2025”, International Future Operational Environment Seminar, “Iran 2025”, Seminario sul Futuro Ambiente Operativo, Newport News, Virginia, June 22-23, 2010)
La minaccia rappresentata dalla Repubblica Islamica dell’Iran, dunque, è nota da anni, e non costituisce certamente una novità; sono almeno 15 anni che l’Iran si prepara a diventare una potenza nucleare. L’incertezza che deriva dal suo orientamento ideologico, poi, ha aggiunto un notevole e ulteriore rischio per la stabilità e la pace globale.
L’Operazione Militare Israeliana
L’operazione condotta da Israele in territorio iraniano, tuttora in corso, si pone un duplice obiettivo; da una parte, il contenimento della minaccia nucleare, mediante la distruzione dei siti e delle infrastrutture atomiche, tra cui quelle in cui l’uranio viene ‘arricchito’, consentendone un uso a scopi militari. Allo stesso tempo, sono state colpite le persone che hanno dato un contributo maggiore alla ricerca e allo sviluppo dei progetti atomici. Anche se le capacità iraniane non sono state azzerate, si tratta di un durissimo colpo che limita notevolmente le sue ambizioni di potenza nucleare per diversi anni.
Il secondo obiettivo, poi, è quello di rovesciare l’attuale regime degli Ayatollah (guide religiose sciite) che dal 1979 dominano il Paese con una combinazione di repressione e indottrinamento. Si nota, in particolare, l’uso della retorica del martirio, adottata per costruire una pericolosa ideologia che esalta la morte (più o meno) volontaria per la nazione islamica. Tale obiettivo viene perseguito mediante l’annientamento di figure chiave dell’apparato militare, come il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, il Generale Hossein Salami.
Si nota, in Iran, una crescente opposizione che è stata e viene sistematicamente e brutalmente repressa, ma che potrebbe approfittare di questo momento per cercare di prendere il controllo del Paese e porre fine alla Repubblica Islamica. L’operazione condotta da Israele, tuttavia, potrebbe avere l’effetto opposto, come fanno notare diversi osservatori; in altre parole, l’attacco al regime iraniano potrebbe consolidarne il consenso e frustrare le speranze di un’opposizione che emerge talvolta dall’estero, ma raramente dall’interno del Paese.
Le speranze di Netanyahu, che confida in un effetto a catena che conduca a proteste diffuse e alla caduta del regime degli ayatollah, in effetti, potrebbero essere frustrate, o dare risultati diversi da quelli sperati.
La BBC, a questo riguardo, osserva che
Un’altra possibile conseguenza potrebbe essere il crollo del regime seguito dalla discesa dell’Iran nel caos. Con una popolazione di circa 90 milioni di persone, gli eventi nel paese avrebbero un impatto enorme in tutto il Medio Oriente.
(Amir Azimi, Israel’s endgame may be regime change in Iran – but it’s a gamble, Il fine ultimo di Israele potrebbe essere il cambio di regime in Iran – ma è una scommessa, 14 Giugno 2025.
In altre parole, l’alternativa al regime iraniano essere persino peggiore rispetto alla situazione attuale, e si realizzerebbe uno scenario già noto per Paesi come l’Egitto o la Libia. In entrambi i casi, il cambio di regime non ha portato ad una situazione migliore, specialmente a livello di sicurezza e stabilità regionale e internazionale, oltre che interna. Invece, non ci sono dubbi sugli elevatissimi costi umani, sociali ed economici legati a questi eventi, che condizionano ancora pesantemente lo scenario attuale.
Precedenti Scontri e Tensioni in Iran
Il futuro della leadership iraniana è quantomai incerto, ma esistono dei precedenti che possono far comprendere quale potrebbe essere la direzione futura; il Paese, in effetti, è già stato testimone di numerose tensioni e conflitti, sia interni che esterni. Si ricorda, a tale proposito, la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, combattuta tra il 1980 e il 1988; in questo caso, come noto, non ci furono chiari vincitori, sebbene l’Iran, in quanto parte aggredita, potrebbe essere considerata vincitrice. Ciò nonostante, la Repubblica Islamica iraniana ha dovuto pagare un prezzo elevatissimo in termini umani ed economici.
Si è sviluppata, a partire da questo momento, una maggiore consapevolezza della necessità di difendere la ‘Rivoluzione Islamica’ ed il regime degli ayatollah. Per questa ragione, non è chiaro l’effetto di un ulteriore intervento esterno, come quello in corso.
Per quanto riguarda, poi, la possibilità che il cambiamento avvenga dall’interno, si considerino le recenti proteste studentesche del 2022, in seguito all’uccisione di Mahsa Amini, una ragazza morta mentre si trovava in custodia della ‘polizia religiosa’, che la aveva detenuta a causa di un difetto nel portare il velo islamico, legalmente obbligatorio in Iran. Le massicce manifestazioni, che coinvolsero diverse città iraniane, furono represse duramente dal regime. Organizzazioni umanitarie come Amnesty International, in effetti, hanno riportato centinaia di morti, tra cui anche molti bambini/minorenni.
Si è trattato di un evento che ha scosso il Paese, e che ha fatto sperare nella caduta del brutale regime islamico; tuttavia, questa speranza è stata frustrata, e la vicenda è stata presto messa a tacere dalle autorità. Ciò nondimeno, è emersa una parte minoritaria della popolazione che sembra meno incline ad essere indottrinata e più vicina ai valori occidentali.
Ancora più recentemente, nel 2024 Israele e Iran hanno condotto reciproche operazioni di bombardamento, ma anche in questo caso il regime iraniano non sembra essere stato intaccato nella sua sostanza. Al contrario, il regime ha usato questi eventi per ‘dimostrare’ la propria capacità di reagire a quelle che vengono percepite come aggressioni esterne.
Prospettive e Scenari Futuri
Alla luce delle osservazioni precedenti, l’operazione condotta da Israele, seppure giustificata dalla necessità di porre un limite alle capacità nucleari degli iraniani (obiettivo pienamente condiviso dai governi occidentali), appare connotata da prospettive decisamente incerte. Del resto, il fallimento delle numerose trattative condotte dalle amministrazioni statunitensi nel corso degli anni, unito all’atteggiamento ambiguo del regime iraniano su questo problema, richiedeva un’azione decisa e tempestiva.
La reazione dei governi mondiali, del resto, sembra allineata agli atteggiamenti ideologici noti, e non si registrano novità di rilievo; alla generale condanna di questa operazione, si associa un altrettanto generale quanto inutile richiamo alla de-escalation, che però non appare credibile, e nemmeno possibile nel breve termine. Il regime iraniano è consapevole di essere militarmente inferiore ad Israele e ai suoi alleati, ma non può evitare di reagire, anche (ma non solo) simbolicamente.
Del resto, non sembra che per il momento l’opposizione al regime, che non è possibile quantificare o valutare nella sua reale capacità di azione, sia capace di uno sforzo coordinato, analogamente a quanto accade a Gaza. Anche in questo caso, in effetti, l’opposizione al regime di Hamas risulta frammentata e incapace di imporre un cambiamento. Un’ulteriore operazione di terra, poi, sarebbe insostenibile da un punto di vista sia economico che logistico.
Per queste ragioni, allo stato attuale lo scenario migliore è un cambio di leadership, ma non di regime, che nel corso del tempo ha accentrato e accumulato tutte le risorse e il potere. La situazione attuale, dunque, appare più favorevole alla presa del potere da parte di altre fazioni che non concordano con la linea ultra-conservatrice del governo, ma il cambiamento del sistema di governo teocratico appare poco probabile.
La struttura di potere esistente (lo Stato teocratico) appare abbastanza salda, e destinata a consolidarsi in questa guerra a ragione dell’indottrinamento ideologico, un elemento che non deve essere sottovalutato. Appare altamente improbabile che persone (dis)educate dall’infanzia a combattere e morire per lo Stato iraniano diventino improvvisamente sensibili ai valori occidentali (diritti umani, ecc.). Molti individui si preparano a combattere (ed eventualmente a morire e diventare ‘martiri’) contro coloro che hanno attaccato l’Iran e che mettono in pericolo il carattere teocratico dello Stato. Le altre cercano semplicemente di sopravvivere, in un Paese che non dispone, a differenza di Israele, di rifugi adatti ad una situazione bellica come quella attuale.


