Middle East

La tenaglia iraniana su Israele. Cosa intendeva Netanyahu nel suo discorso

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In questi giorni si sono accese diverse polemiche, sia in Israele che fuori del paese (tra i tanti sostenitori dello Stato Ebraico), sulla decisione di Netanyahu di accettare il cessate il fuoco con Hamas, una decisione che ha provocato le dimissioni del Ministro della Difesa, Avidgor Lieberman, e ha rischiato di portare il Paese a elezioni anticipate.

In molti avrebbero voluto una risposta “più decisa” nei confronti di Hamas, altri volevano addirittura una sorta di “tabula rasa” nella Striscia di Gaza.

Netanyahu ha cercato di spiegare il suo punto di vista in un discorso televisivo di otto minuti nel quale ha parlato di “momento molto delicato” per la sicurezza di Israele, aggiungendo però che non ne poteva parlare proprio per ragioni di sicurezza.

Cerchiamo allora di capire cosa intendeva dire il Premier israeliano nel suo accorato discorso alla nazione, soprattutto quando affermava che «Israele si trova in una delle più complesse situazioni di sicurezza».

Il fronte nord, il vero problema per lo Stato Ebraico

In molti, specie tra chi se ne sta comodo in poltrona a pontificare, ritengono che Israele possa affrontare senza problema una guerra su due fronti. Evidentemente queste persone non hanno ben chiara la situazione sul fronte nord, anzi, sui fronti nord perché i fronti di guerra da quelle parti sono due, quello libanese e quello siriano. Cerchiamo quindi di porre rimedio, seppur sommariamente, a questa lacuna.

Il fronte siriano

Il fronte siriano è quello che più di tutti desta preoccupazione. L’Iran sta costruendo basi permanenti in Siria con il tacito consenso di Mosca.

Teheran sta trasferendo uomini e mezzi in Siria, ma non piccoli drappelli di militari, intere divisioni. Solo la Brigata di Liberazione del Golan, formata da miliziani sciiti provenienti da tutto il mondo e addestrati dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana (IRGC), può contare su 80.000 combattenti. Come dice il loro nome, questi combattenti sono in Siria con un compito preciso: liberare il Golan. Non ci sono altre motivazioni. E non si sposta una simile armata, con tutto ciò che comporta a livello logistico, se non si vuole raggiungere l’obiettivo.

Solo una settimana fa la Siria ha minacciato di iniziare una guerra contro Israele per liberare le Alture del Golan, una minaccia da non sottovalutare proprio per la presenza dei miliziani iraniani.

Il fronte libanese

Non meno pericoloso è il fronte libanese dove ci sono gli Hezbollah con i loro 25.000 combattenti ai quali si affiancano circa 30.000 riservisti. Non solo, Hezbollah dispone di circa 150.000 missili che proprio in questo momento tecnici iraniani stanno riconvertendo in missili di precisione oltre a costruirne di nuovi.

Una guerra a Gaza sarebbe un enorme favore agli iraniani

Considerando queste poche e sommarie informazioni (ma l’intelligence israeliana dispone di moltissime informazioni che chiaramente non rende note) e dando per contato che quegli eserciti sono schierati con uno scopo preciso, cioè attaccare Israele, iniziare una guerra a Gaza sarebbe un suicidio tattico imperdonabile perché aprirebbe un terzo pericolosissimo fronte di guerra e porrebbe lo Stato Ebraico in una “morsa a tenaglia” difficilmente gestibile anche per un esercito potente e addestrato come quello israeliano.

Oltretutto è ormai certo che Hamas si muove su imput diretto di Teheran, cioè sta chiaramente cercando in tutti i modi di tirare Israele dentro quel conflitto che Netanyahu vuole evitare a tutti i costi.

Ora, questa è la situazione menzionata da Netanyahu (almeno quella conosciuta) quando nel suo discorso parlava di «complessa situazione di sicurezza». Come dargli torto?

L’unica cosa che si può rimproverare al premier israeliano è quella di aver permesso che si arrivasse a questa situazione, forse fidandosi troppo della Russia, ma per tutto il resto criticare Netanyahu perché non ha ordinato un attacco contro Gaza è semplicemente folle perché aprire un terzo fronte contro Hamas vorrebbe dire cadere nella trappola iraniana, cioè in quella tenaglia alla quale gli Ayatollah lavorano da molto tempo.

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