Prima della guerra con Hamas, Israele era l’unico passaggio aperto per far entrare gli aiuti umanitari a Gaza. Tra i 400 e i 600 TIR di aiuti di ogni genere entravano a Gaza ogni santo giorno.
Per darvi una idea chiara della immensa mole di materiale di ogni tipo che entrava a Gaza, vi basti pensare che in Sudan per qualche centinaio di camion (320 per la precisione) che non riescono ad entrare nel Paese si rischia di far morire di fame quasi mezzo milione di persone.
In Giudea e Samaria (Cisgiordania) le cose cambiano un pochino ma non molto. Non ci sono grandi ingressi di aiuti come a Gaza perché la gente almeno qui lavora (in parte e per lo più in Israele) ma tutta l’economia si basa esclusivamente su Israele. La moneta è lo Shekel israeliano, le tasse vengono incassate da Israele e poi girate alla Autorità Palestinese ecc. ecc. Ma almeno qui gli aiuti sembrano sortire un effetto diverso da quello visto a Gaza.
In ogni caso, che si tratti di Gaza o di Giudea e Samaria, parliamo di una popolazione araba composta da qualche milione di persone che in maggioranza dipendono dagli aiuti internazionali che passano tutti per Israele, nonostante Gaza confini anche con l’Egitto e la Cisgiordania con la Giordania, cioè con due paesi arabi luoghi di origine dei cosiddetti “palestinesi”.
Le manifestazioni a favore di Hezbollah viste ieri sera a Ramallah, capitale della cosiddetta “Palestina”, confermano che se c’è una cosa che unisce la popolazione di Gaza e quella della Cisgiordania è l’odio per Israele.
Ed è proprio questo odio viscerale che ha impedito sin qui la nascita di uno Stato arabo che viva in pace a fianco di uno Stato ebraico così come previsto dalla Risoluzione ONU n°181. Agli arabi quel “vivere in pace” a fianco degli ebrei non è mai andato giù e anche adesso continua ad essere indigesto. Nessuno dei due unici leader palestinesi che la storia ricordi, Yasser Arafat e Mahmud Abbas (Abu Mazen) si è mai sognato di accettare la formula della risoluzione 181, sarebbero stati linciati dalla folla.
È quindi inutile continuare con il ritornello “due Stati per due popoli”. Prima di tutto, uno non è un popolo ma un insieme di emigrati da Egitto e Giordania che solo grazie ad una regola della UNRWA, l’agenzia ONU per i palestinesi, si sono potuti moltiplicare in quanto la UNRWA, a differenza della UNHCR, considera profughi anche i discendenti dei profughi originari. Così da 450.000 che erano, non sono scesi come succede in tutto il resto del mondo, sono diventati 5/6 milioni. In secondo luogo alla storia dei due Stati non crede più nessuno.
Cosa fare allora? Lo Stato binazionale, al quale puntano gli arabi, è da escludere in quanto nel volgere di un attimo gli ebrei sarebbero minoranza a casa loro. È da escludere anche che dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, Israele continui ad essere un mezzo per “aiutare” i cosiddetti “palestinesi”. Se la sbattano da soli, in ogni campo.
Il buon senso vorrebbe che i cosiddetti “palestinesi” ritornino alle origini, cioè Gaza all’Egitto e la Cisgiordania alla Giordania. Ma purtroppo né al Cairo né ad Amman sono impazziti. Per di più, per la solita regolina della UNRWA, ci sarebbero anche diversi altri milioni di cosiddetti “palestinesi” distribuiti tra Iraq, Siria e Libano che non saprebbero dove andare mentre chi li ospita li vorrebbe fuori il prima possibile.
C’è un altro problema, quasi insormontabile: Israele non può permettersi il lusso di avere nemici ai suoi confini, così anche l’ipotesi di costituire una regione autonoma in stile Kurdistan Iracheno (Gaza sotto l’Egitto e la Cisgiordania sotto la Giordania) va a farsi friggere. Tuttavia questa alternativa sembra essere sul tavolo e non sarebbe completamente invisa a Gerusalemme se ci fossero le dovute garanzie.
Una cosa è certa, la soluzione dei due Stati non è più su nessun tavolo. Abu Mazen nemmeno la nomina più (ammesso che l’abbia mai presa in considerazione). Rimane solo nelle menti dei sognatori.

