Sono passati dal vendere palazzi al gestire complesse crisi internazionali come se niente fosse, come se tra le due cose non ci fosse differenza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, purtroppo.
Come andava a finire lo avevamo già capito all’arrivo in Alaska del Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, il quale esibiva una felpa con la stampa “CCCP” che in cirillico significa “Unione Sovietica”.
Dai più è stata definita “una provocazione”, in realtà quella felpa, indossata da un uomo che da decenni si destreggia nelle complesse diplomazie mondiali, non era affatto una provocazione, era una dimostrazione di forza, una incredibile dimostrazione di forza.
Lavrov ha plasticamente mostrato al mondo cosa intende fare Putin, cioè ricostruire l’Unione Sovietica, il che implica fagocitare l’Ucraina e tutte le ex repubbliche sovietiche.
E non lo ha fatto in un momento qualsiasi o per emulare le felpe di Salvini, lo ha fatto prima di un incontro importantissimo per Putin e per la Russia, un incontro che Lavrov sapeva già di aver vinto.
La politica di Lavrov contro quella di Steve Witkoff, come dire Real Madrid contro Casalpusterlengo.
Il fatto che Donald Trump usi Steve Witkoff come se fosse uno stratega internazionale invece di essere un venditore di fumo, la dice lunga sulla sua considerazione della diplomazia. In fondo basta raccontare al mondo MAGA quattro cavolate, mostrare qualcosa di populista e il gioco è fatto. Steve Witkoff diventa Joachim von Ribbentrop, così, come se niente fosse.
Non riesco ancora a capire bene come Putin ha gestito Trump in questo incontro che, indubitabilmente, ha segnato per il russo una enorme vittoria diplomatica, se non altro perché lo ha tirato fuori dalla melma dell’isolamento.
Dopo le videochiamate con i maggiori leader europei che sembravano aver incuneato tutto su una linea comune che portava al “non smembramento” dell’Ucraina e alla richiesta di un cessate il fuoco, subito dopo l’incontro Trump ha fatto capire che adesso “dipende tutto da Zelensky”, come a dire che lui un accordo con Putin lo ha raggiunto e se non andrà in porto sarà solo colpa per del Presidente ucraino e dei leader europei. Una retromarcia dovuta a cosa? O era già tutto scritto, business compreso?
Intanto la notte scorsa la Russia ha lanciato sull’Ucraina la solita raffica di missili e droni, giusto per festeggiare la grande vittoria diplomatica di Monaco di Baviera, ops, di Anchorage. Quale sarà il Sudetenland ucraino? Lo scopriremo presto.
«Ho chiamato il presidente Zelensky e gli ho detto: Dobbiamo raggiungere un accordo. Guarda, la Russia è una potenza molto grande e l’Ucraina no. Sono grandi soldati». Insomma, l’Ucraina si deve arrendere. Lo sapeva tutto il mondo che tutto questo carrozzone andava a finire da quelle parti. Anche l’ultimo dei coglioni è capace di fare accordi così. Questi ancora sono convinti di vendere appartamenti.

