Rapporti tra Israele e Paesi Arabi: i punti chiaro-scuri dopo Varsavia

A pochi giorni dal vertice di Varsavia che ha visto una evoluzione positiva dei rapporti tra Israele e Paesi Arabi seppur condizionati (almeno ufficialmente) dalla questione palestinese, possiamo iniziare a fare il punto di quanto successo in questa storica riunione organizzata dagli Stati Uniti.

Prima di tutto va ribadita l’importanza del fatto che arabi e israeliani si siano seduti allo stesso tavolo per decidere il futuro del Medio Oriente e per parlare del pericolo che incombe su tutti indistintamente: l’espansionismo iraniano.

In secondo luogo va rimarcata la differenza che c’è tra le dichiarazioni ufficiali degli arabi e le opinioni espresse in privato sulla questione palestinese.

Se infatti ufficialmente i leader arabi continuano a sostenere che i rapporti tra Israele e Paesi Arabi non possono prescindere da una soluzione “equa” della questione palestinese, ufficiosamente la questione palestinese stessa è stata ampiamente superata dai fatti, checché ne dicano i leader arabi alla loro stampa.

Nella sostanza, come ha dimostrato il video erroneamente pubblicato sulla pagina Youtube di Netanyahu, per gli arabi la questione palestinese è un ostacolo alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e Paesi Arabi.

Sebbene opportunamente mascherate da buona parte della stampa araba, le parole del ministro degli Esteri del Bahrain, Khalid Al Khalifa, pesano come macigni sulla questione palestinese tanto che ancora ieri il Presidente egiziano, Abdel al-Fatah al-Sisi, è dovuto correre ai ripari dichiarando che «il mancato raggiungimento di una soluzione equa e definitiva della questione palestinese rappresenta la principale fonte di instabilità in Medio Oriente».

Ma la sostanza non cambia. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è sostanzialmente isolata, con i fondi ridotti all’osso, i Paesi Arabi che la ritengono un ostacolo e, soprattutto, così corrotta da pensare più a riempire i propri portafogli piuttosto che al bene dei palestinesi.

Tuttavia l’isolamento della ANP, seppur giustificato da molti validi argomenti, potrebbe avere un risvolto molto pericoloso, e cioè che a prendere il posto della Autorità Palestinese sia Hamas.

Non è un rischio da sottovalutare. Il costante calo dei consensi di Abu Mazen in Giudea e Samaria e la mancanza di un suo sostituto valido e credibile, che non sia cioè legato ai corrotti di Al Fatah, nel caso di elezioni prefigurano una ascesa di Hamas anche in Giudea e Samaria.

Per Israele sarebbe un grosso problema che forse Netanyahu ha sottovalutato quando ha deciso di portare avanti una politica di delegittimazione della ANP e di Abu Mazen.

Ed è proprio quello che da diverso tempo sostengono Giordania ed Egitto, forse i più interessati a risolvere la questione palestinese. Per questo ieri sono corsi ai ripari smorzando in parte gli entusiasmi derivati dal nuovo corso dei rapporti tra Israele e Paesi Arabi.

Secondo loro va bene preoccuparsi principalmente del pericolo iraniano che incombe su tutti, ma non per questo è lecito accantonare la questione palestinese che specialmente in Giordania viene sentita come una emergenza visto che Amman “ospita” una buona fetta dei cosiddetti “profughi palestinesi” e che si rifiuta categoricamente di “naturalizzare”.

Insomma, il vertice di Varsavia potrebbe essere stato fondamentale per una svolta positiva nei rapporti tra Israele e Paesi Arabi, ma se qualcuno pensava di accantonare definitivamente la questione palestinese oscurandola con il pericolo iraniano, ha probabilmente preso un abbaglio.

E anche la politica di delegittimazione della ANP impostata da Israele (con il tacito assenso dell’Arabia Saudita) è un po’ come correre sul filo del rasoio. Se da una parte è giusto mettere fine alla mangiatoia palestinese, dall’altro il rischio di consegnare Giudea e Samaria ad Hamas è troppo alto per essere affrontato con leggerezza.