Giovedì le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno pubblicato una risposta in inglese di 10 pagine al film “NAZA”, incentrato sulle accuse secondo cui Israele avrebbe ucciso intenzionalmente decine di migliaia di civili nella Striscia di Gaza utilizzando l’intelligenza artificiale, oltre a una serie di altri crimini di guerra, dopo che un rappresentante militare è finalmente riuscito a visionare il documentario quasi tre settimane dopo la sua prima.
In risposta, l’esercito ha affermato che il film «presenta un quadro distorto, fuorviante e in malafede della pianificazione degli obiettivi e del processo di attacco dell’IDF» e che la sua narrazione è «basata su sostanziali errori fattuali derivanti da rappresentazioni manipolative della realtà».
Secondo l’esercito, contrariamente a quanto sostenuto dal film, le «direttive vincolanti dell’IDF distinguono in modo esplicito, esaustivo e chiaro tra operatori militari e civili non coinvolti a Gaza», e che le procedure relative agli attacchi «si basano fondamentalmente su questa distinzione, vietano di dirigere intenzionalmente attacchi contro i civili e richiedono di ridurre al minimo, per quanto possibile, la possibilità che questi subiscano danni».
L’IDF ha dichiarato di «non aver mai pianificato, approvato o effettuato alcun attacco a Gaza in cui si prevedesse la morte di 500 civili o di un numero anche solo vagamente simile», un’accusa sollevata nel film, aggiungendo: «Né nessuno ha mai seriamente sostenuto che un attacco dell’IDF abbia causato morti su quella scala o su una scala anche solo vagamente simile».
Riguardo alle accuse relative all’uso dell’intelligenza artificiale per selezionare gli obiettivi e autorizzare gli attacchi, l’IDF ha affermato che «l’intelligenza artificiale non ha mai selezionato in modo autonomo obiettivi da colpire all’interno dell’IDF» e che «l’identificazione degli obiettivi da colpire è effettuata esclusivamente da ufficiali dei servizi segreti autorizzati, gli attacchi sono pianificati da professionisti del settore e la decisione di procedere all’attacco spetta ai comandanti operativi». L’esercito ha inoltre affermato che le sue direttive «non hanno mai concesso un’autorizzazione automatica per attacchi contro obiettivi che mettessero a rischio un numero prestabilito di civili», come ad esempio 20 civili in un attacco contro un agente di basso livello o 200 civili in un attacco contro un comandante di alto rango, come sostenuto nel film.
Riguardo a «Lavender», descritto nel film come uno strumento utilizzato dall’IDF per identificare i membri di Hamas e segnalarli per eventuali attacchi, l’esercito ha precisato che «Lavender non è una banca dati di obiettivi approvati per essere colpiti, ma una banca dati che assiste gli analisti dell’intelligence».
Riguardo alle accuse secondo cui l’IDF avrebbe effettuato attacchi in alcune zone dopo aver emesso avvisi di evacuazione, anche se i civili erano ancora presenti, l’esercito ha affermato che le sue direttive «non consentono che un avviso di evacuazione per una zona sia considerato come un’autorizzazione a effettuare attacchi in quella zona, ignorando i civili che vi rimangono».
L’IDF ha affermato che, contrariamente a quanto sostenuto nel film, «non ignora le conseguenze dei propri attacchi, ma interviene per valutarle, anche per quanto riguarda i danni accidentali ai civili», aggiungendo che «tali valutazioni hanno portato a riesaminare centinaia di incidenti avvenuti durante le ostilità e costituiscono la base per trarne insegnamenti».
«Se i realizzatori del film avessero condotto un’adeguata verifica e conferma dei fatti in buona fede, come richiedono gli standard professionali, avrebbero potuto individuare gli errori sostanziali presenti nel film. Il risultato finale dimostra che non l’hanno fatto», ha affermato l’esercito.
L’IDF ha affermato che molti errori nel film derivano dal fatto che «gli intervistati, descritti come ex membri dei servizi di intelligence dell’IDF, di solito si riferiscono solo alle fasi iniziali e limitate relative all’intelligence, piuttosto che al processo molto più ampio di pianificazione e approvazione degli attacchi».
«Tale processo [più ampio] non rientra nella responsabilità dei servizi di intelligence, bensì in quella degli organi operativi che gestiscono e attuano i processi di individuazione degli obiettivi. Di conseguenza, è evidente che in vari casi gli intervistati avanzano speculazioni e ipotesi prive di fondamento fattuale», ha affermato l’esercito.
L’IDF ha accusato i realizzatori del film di non aver mostrato «molte delle altre persone coinvolte nell’intero processo di individuazione degli obiettivi», comprese quelle «responsabili della pianificazione volta a mitigare i danni ai civili, i consulenti legali che esaminano gli attacchi proposti e i comandanti incaricati di approvarli o respingerli».
«Per adattarsi alla narrazione che il film cerca di promuovere, i realizzatori omettono anche il contesto essenziale per comprendere la guerra a Gaza e la condotta dell’IDF durante la stessa», ha affermato l’esercito, aggiungendo che il film «non attribuisce il giusto peso alle ragioni di sicurezza di Israele che giustificano l’intervento a Gaza e il massacro del 7 ottobre; alla strategia deliberata di Hamas di infiltrarsi tra la popolazione civile, che è la causa principale dei danni ai civili; né alle innumerevoli azioni e metodi impiegati dall’IDF per mitigare i danni ai civili, tra cui gli avvertimenti prima degli attacchi, la selezione delle munizioni e un’adeguata pianificazione degli attacchi, l’agevolazione degli aiuti umanitari e altro ancora».
L’IDF ha inoltre affermato che «particolarmente preoccupante è l’ulteriore distorsione della realtà da parte del film attraverso il montaggio manipolatorio delle interviste, allusioni irresponsabili ad atrocità storiche e la sua attribuzione falsa e infondata di intenzioni maligne all’IDF».
Riguardo al titolo del film, «NAZA», acronimo ebraico che significa «danno collaterale», l’IDF ha precisato che «si tratta di un termine tecnico utilizzato da tutte le forze armate rispettose della legge a livello mondiale per descrivere i danni accidentali causati ai civili a seguito di un attacco contro un obiettivo militare, che serve ai comandanti per valutare la legittimità dell’attacco e adottare misure volte a mitigare i danni ai civili nella misura massima possibile».
«Paradossalmente, il film descrive lo sforzo eccezionale e l’attenzione ai dettagli che l’IDF dedica alla valutazione dei danni ai civili negli attacchi come indifferenza verso le vite dei civili», ha affermato l’esercito.
L’IDF ha osservato che diversi intervistati descrivono «il peso morale che deriva dalla partecipazione alle procedure di selezione degli obiettivi».
«Quel peso è reale, e l’IDF non lo sottovaluta: le decisioni che possono costare vite civili sono tra le più difficili che soldati e comandanti debbano affrontare, e l’IDF si aspetta che i propri soldati ne sentano il peso e agiscano di conseguenza. Tuttavia, quel fardello morale non è prova che le decisioni fossero illegali o indifferenti alle vite dei civili; riflette piuttosto la serietà con cui sono state prese», ha affermato l’esercito.
«Le tragiche conseguenze delle guerre non giustificano la distorsione dei fatti. Una discussione seria sui danni ai civili richiede un resoconto serio di come le decisioni siano state effettivamente prese», ha affermato l’esercito, aggiungendo che «il film non ne fornisce uno».
«Al contrario, offre un manifesto semplicistico guidato da un’agenda chiara. Cerca di creare l’impressione che l’IDF agisca in modo disumano. In realtà, i realizzatori del film possono creare tale impressione solo distorcendo i fatti, omettendo il contesto essenziale, ignorando le precedenti pubblicazioni e spiegazioni dell’IDF e ricorrendo a manipolazioni emotive ed effetti scenografici”, ha affermato l’esercito. “L’IDF ha agito e continua ad agire in modo umano, anche se i realizzatori del film hanno fatto tutto il possibile per nascondere questo fatto”.
L’IDF ha affermato di essere «disponibile ad ascoltare critiche sincere sulla propria condotta e attribuisce importanza all’apprendimento da accuse comprovate e al miglioramento continuo delle proprie pratiche», e di essere «vincolata e impegnata a rispettare il diritto internazionale umanitario; le sue procedure operative sono concepite per attuare tali obblighi giuridici e gestisce unità e meccanismi dedicati per mitigare i danni ai civili».
L’esercito ha affermato di non «negare le carenze e gli errori verificatisi durante la guerra; essi si verificano effettivamente in situazioni di combattimento complesse», e i presunti crimini di guerra o violazioni del protocollo militare «vengono esaminati e, ove giustificato, affrontati tramite azioni disciplinari, indagini penali o altre misure».
Infine, l’IDF ha accusato i registi di non aver seguito le corrette prassi giornalistiche, non avendo sottoposto le loro accuse all’IDF per un esame e una risposta prima della pubblicazione, «né hanno fornito una copia del film dopo la sua proiezione, sebbene l’IDF ne avesse fatto richiesta».
«Pertanto, nel valutare i contenuti del film, l’IDF si è basata su un’analisi dettagliata redatta da un rappresentante [militare] che ha assistito a una proiezione pubblica, nonché su altre testimonianze pubbliche», ha aggiunto l’esercito.
L’IDF ha inoltre pubblicato una risposta in lingua ebraica di 17 pagine al film.

