Donald Trump incarna un realismo politico ereditato da Theodore Roosevelt, ma interpretato in chiave contrattuale e nazionalista; questa logica ispira la sua politica estera.
- Il Realismo Politico di Donald Trump
- La Missione Imperiale di Theodore Roosevelt
- Trump – Realismo Transazionale e Crisi dell’Universalismo
- Continuità o Rottura?
- Conseguenze sulle Minoranze nel Mondo Islamico
- Dall’Idealismo al Pragmatismo – L’Evoluzione del Realismo Statunitense
- Donald Trump e Theodore Roosevelt – Un Bilancio
Il Realismo Politico di Donald Trump
La politica estera che Donald Trump ha condotto e conduce in Medio Oriente (ma non solo) viene spesso riconosciuta come una rottura rispetto al tradizionale atteggiamento liberal-democratico della diplomazia statunitense. In realtà, la dottrina incarnata da Trump ha radici profonde nella politica a stelle e strisce, e ha accompagnato l’ascesa degli USA come grande potenza globale all’inizio del Novecento.
Donald Trump incarna un realismo di tipo utilitarista, pragmatico e transazionale (basato sulle transazioni, economiche, politiche, ecc.); Theodore Roosevelt, invece (da non confondere con Franklin Delano Roosevelt, autore del New Deal nel 1933), adottava un realismo basato sull’espansionismo e sulla logica del ‘big stick’, letteralmente ‘grosso bastone’. Si tratta di una teoria espressa dalla sua celebre espressione, ‘Speak softly and carry a big stick; you will go far.’, ‘Parla con dolcezza e porta con te un grosso bastone; andrai lontano.’
Secondo T. Roosevelt, dunque, era necessario usare il potere soft (persuasione, diplomazia, ecc,), ma essere pronti, allo stesso tempo, ad usare la forza.
Donald Trump ha avuto un successo globale con il suo slogan, poi tradotto in politiche concrete, ‘America First’ (già usato dal Presidente Harding nel 1920 e in seguito dal movimento isolazionista degli anni Quaranta del XX secolo) o anche ‘Make America Great Again’ ‘MAGA’, sottolineando la preminenza degli interessi statunitensi.
La Missione Imperiale di Theodore Roosevelt
Theodore Roosevelt, eletto come 26esimo Presidente degli Stati Uniti d’America (1901-1909), riteneva che la politica estera fosse una sorta di proiezione naturale del vitalismo nazionale. La sua epoca (fine dell’Ottocento e inizio del Novecento), lo si ricorda, era segnata dal fenomeno del ‘darwinismo sociale’, oltre che dalla competizione tra imperi contrapposti. Pertanto, tale situazione era interpretata come una specie di selezione naturale da cui emergevano ‘nazioni forti’ che avevano il diritto di esercitare la propria influenza ed egemonia. Il motto ricordato in precedenza, appunto, richiamava un realismo energico, che alla diplomazia abbinava la forza e la potenza nazionale.
Non si deve ritenere, tuttavia, che T. Roosevelt disprezzasse i valori morali, anche in considerazione della sua fede calvinista, più morale che dogmatica. Pertanto, Theodore Roosevelt interpretava i valori morali come strumenti per l’esercizio di un potere ‘etico’; tale atteggiamento fu alla base del suo interventismo. Si ricordano, a tale proposito, la costruzione del Canale di Panama (iniziato nel 1904 e completato nel 1914) e la definizione del cosiddetto Roosevelt Corollary, nel 1904, che si configurava come un’estensione della dottrina di James Monroe, Quinto presidente degli Stati Uniti d’America dal 1817 al 1825.
In altre parole, T. Roosevelt rafforzava il diritto degli Stati Uniti d’America ad intervenire nelle dispute internazionali allo scopo di difendere un’idea di ordine funzionale agli interessi del suo Paese.
Egli, dunque, si fece portavoce attivo di un realismo di tipo espansionista, una sorta di eco e prolungamento della missione civilizzatrice ottocentesca; in tale ambito, la forza era concepita come uno strumento per affermare la giustizia, mentre l’egemonia globale diventava un canale di progresso e prosperità. T. Roosevelt, dunque, portò alle estreme conseguenze il realismo del XIX secolo, rendendolo organico, in una concezione in cui moralità e potenza non si contraddicevano ma si intrecciavano tra loro in maniera inestricabile. La potenza degli Stati Uniti d’America, secondo questa visione, era condizione e garanzia della giustizia, che a sua volta legittimava le azioni e gli interventi esterni.
Trump – Realismo Transazionale e Crisi dell’Universalismo
Donald Trump irrompe sulla scena politica americana nel 2016, candidandosi alle primarie del Partito Repubblicano; nello stesso anno egli vince le elezioni presidenziali di novembre, e viene eletto come 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dopo una campagna elettorale che ha diviso profondamente il Paese.
Nel 2017 egli si insedia come Presidente ed inizia un mandato storico, che segue la lunga era Obama (2009-2016); ad oltre un secolo di distanza, è proprio Trump che riprende la dottrina Monroe e di Theodore Roosevelt, adattandola, tuttavia, al contesto globalizzato del XXI secolo.
Trump, in effetti, non si concepisce come una sorta di missionario civilizzatore, ma come esponente di un realismo basato sui contratti e le transazioni. Con i suoi due predecessori condivide la concezione della centralità della forza e della potenza. Invece, alla moralità di Roosevelt egli preferisce gli interessi economici e strategici, che legittimano, secondo questa visione, gli interventi esterni.
Si tratta di una differenza sostanziale, che, nel caso del Medio Oriente, si è tradotta nell’assenza di un afflato universalistico; in altre parole, gli Stati Uniti d’America non si concepiscono più (sotto la doppia presidenza di Trump) come garanti dell’ordine universale (come avveniva con i presidenti Bush, sia padre che figlio, per esempio), ma come un attore che si pone come obiettivi la difesa dei propri confini e interessi.
E’ in questo quadro che si inseriscono azioni come il riconoscimento di Gerusalemme, e non più della neutrale Tel Aviv come capitale di Israele, oppure il sostegno a regimi autoritari, come l’Arabia Saudita, ma (almeno parzialmente) allineati agli obiettivi occidentali. Anche gli ‘Accordi di Abramo’ del 2020, con cui Trump ha cercato di normalizzare le relazioni diplomatiche tra Israele e i Paesi arabo/musulmani, rientrano in questa logica di scambio e di potere.
Pertanto, sembra ragionevole ritenere che il realismo di Trump sia post-ideologico, al contrario di quanto espresso sia da Monroe che da T. Roosevelt; per questa ragione, il tycoon non cerca di civilizzare direttamente il Medio Oriente, promuovendo attivamente ed esplicitamente il rispetto dei diritti umani o della democrazia. Al contrario, egli avanza degli equilibri geopolitici che siano vantaggiosi per il suo Paese in termini non solamente simbolici, ma anche e soprattutto economici, militari e politici.
Continuità o Rottura?
Alla luce delle osservazioni precedenti, emergono delle evidenti discontinuità tra il realismo Trumpiano e quello di Monroe e di T. Roosevelt; ci sono, tuttavia, anche elementi che sottolineano una certa continuità. Si pensi, in questo senso, alla concezione unilaterale dell’intervento statunitense, e alla diffidenza verso le istituzioni internazionali, spesso accusate di essere inefficienti e opposte agli interessi americani. Ancora, Trump condivide con i suoi predecessori l’idea che l’ordine globale derivi dalla volontà degli USA, e non da regole condivise dalla comunità internazionale. Theodore Roosevelt, in effetti, intervenne in America Latina, mentre Trump adotta una politica di riconoscimenti selettivi dei partners in Medio Oriente.
In entrambi i casi, si osserva, ancora, la spettacolarizzazione del potere, resa evidente dalle moderne tecnologie, che hanno trasformato il tycoon in una sorta di star anti-sistema. E’ il contesto in cui i due presidenti operano, tuttavia, ad essere profondamente cambiato; Theodore Roosevelt agiva in un mondo ancora coloniale, segnato dall’espansionismo, mentre Trump deve adattare il suo messaggio politico ad un mondo ormai disilluso.
A questo punto, la domanda sorge legittima, e, dietro l’apparente aggressività di Trump, che agita spesso slogan e tematiche divisive, potrebbe celarsi una gestione difensiva di quanto rimane dell’egemonia americana. La comparsa e affermazione di nuovi attori globali, Cina in primis, minacciano l’egemonia statunitense, minando il suo tradizionale ruolo globale di garante dell’ordine che si era affermato dopo il Secondo Conflitto Mondiale.
A tale proposito, si osserva che il suo ruolo di garante della pace (in realtà di un cessate il fuoco prolungato) tra Hamas e Israele, cela probabilmente la necessità di ribadire un ordine che sta crollando sotto il peso della storia. Sebbene l’accordo raggiunto rappresenti un significativo progresso dopo due anni di conflitto aperto ed esplicito, la realtà sembra essere distante dagli obiettivi e dalle clausole che il tycoon aveva originariamente proposto. Analogamente, il mancato accordo tra Russia e Ucraina, dopo il tentativo di mediazione di Trump, testimonia che l’ordine globale è cambiato, e che la parola del Presidente degli Stati Uniti d’America non è più sufficiente a garantire pace e ordine nel mondo.
Conseguenze sulle Minoranze nel Mondo Islamico
L’atteggiamento realista di Trump ha degli effetti molto precisi sulle minoranze che vivono nei Paesi islamici o a maggioranza islamica; il tycoon, al pari di T. Roosevelt, privilegia la stabilità dei governi ‘amici’, alleati, e non tanto il rispetto dei diritti umani e dei valori democratici. E’ evidente che gli accordi di Abramo sono stati siglati con Paesi autoritari, come il Barhein, il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti.
In cambio di una maggiore stabilità in questi Paesi, Trump si è assicurato dei mercati rilevanti per le merci e gli interessi statunitensi; i governi di queste nazioni, retti da regimi autoritari, pur presentandosi come promotori del dialogo tra le religioni, in realtà non hanno modificato la situazione pre-esistente delle minoranze, già precaria come nel resto del Medio Oriente.
Si tratta dunque dell’imposizione di una tolleranza e benevolenza nominale, che ricorda il paternalismo imperiale di Roosevelt; in entrambi i casi, le minoranze vengono strumentalizzate ed usate a fini politici. Trump può presentare questi Accordi come una sorta di vetrina diplomatica, come esempio di diplomazia efficace ed energica. Per T. Roosevelt, invece, si trattava di popolazioni e Paesi da civilizzare, secondo la dottrina classica della missione civilizzatrice ottocentesca.
Dall’Idealismo al Pragmatismo – L’Evoluzione del Realismo Statunitense
L’atteggiamento di Trump, che ha rivitalizzato e attualizzato il realismo politico, rappresenta l’evoluzione attuale di questa dottrina; anche se il tycoon si è presentato come attore anti-establishment, egli ha in realtà seguito una dottrina che sembrava ormai defunta, trasformandola in un successo mediatico e politico.
Trump, dunque, ha avuto il merito (o demerito, a seconda dei punti di vista) di aver riportato nell’agenda e nel confronto politico (e non solamente negli Stati Uniti d’America) tematiche su cui vigeva una sorta di tabù implicito. Si ricorda, a tale proposito, che la dottrina e l’agenda woke sembravano regnare incontrastate. A slogan come ‘black lives matter’, si sono sostituiti quelli che affermano che ‘white lives matter’, che Trump non ha mai usato, ma che ha contribuito a creare. All’internazionalismo imposto dal politicamente corretto è subentrata l’idea di un interesse nazionale da difendere (eventualmente con la forza), anche in sede internazionale.
Donald Trump e Theodore Roosevelt – Un Bilancio
Donald Trump e Theodore Roosevelt sono separati da oltre un secolo, ma le loro presidenze, e l’atteggiamento adottato in politica estera riflette una matrice comune. Si tratta del realismo politico, declinato in chiave imperialista in Roosevelt, e in chiave più marcatamente nazionalista in Trump.
Quest’ultimo, che proviene dal mondo degli affari, ha declinato il realismo in chiave contrattuale, e questo atteggiamento era già evidente dal cosiddetto ‘Muslim Ban’, una serie di ordini esecutivi del 2017 con cui il Presidente vietava l’ingresso negli USA di persone provenienti da alcuni Paesi islamici o a maggioranza islamica. Tra di essi figuravano nazioni a basso reddito o politicamente avversi agli Stati Uniti d’America, come la Somalia, il Sudan e lo Yemen, ma non Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita o l’Egitto. Anche se la motivazione ufficiale fu la sicurezza, il reale problema, evidentemente, non era la religione islamica, ma l’assenza di interesse da un punto di vista economico o il contrasto di interessi geopolitici.
Invece, quando si considera il suo realismo ‘contrattuale’ si possono comprendere decisioni che apparentemente sono ideologiche, ma che, al contrario, rispondono a logiche economiche e geopolitiche precise.

