Tre schemi concettuali, una paralisi: cosa rivela la teoria delle relazioni internazionali su Gaza

Di Cédric Debernard

Il conflitto a Gaza ha suscitato più commenti di natura morale che chiarezza analitica. A seconda dell’osservatore, viene descritto come una guerra giusta contro il terrorismo, una catastrofe umanitaria, un fallimento del diritto internazionale o un sintomo del declino dell’imperialismo americano.

Queste interpretazioni non sono semplicemente incompatibili, ma derivano da quadri analitici del tutto diversi. Ed è proprio questa divergenza, più di qualsiasi singolo evento sul campo, a spiegare perché il sistema internazionale sia rimasto così completamente paralizzato nella sua risposta.

Gli strumenti della teoria delle relazioni internazionali — realismo, istituzionalismo liberale, costruttivismo — non stabiliscono chi abbia ragione. Fanno qualcosa di più utile spiegando perché lo stesso conflitto produca imperativi radicalmente diversi a seconda di come si legga il sistema internazionale.

Gaza è diventata, in questo senso, uno stress test non solo del diritto internazionale umanitario (IHL), ma anche dei quadri analitici attraverso i quali gli Stati decidono cosa si devono l’uno all’altro — e cosa devono alle regole. La politica estera di Trump non ha creato questa tensione, ma l’ha resa impossibile da ignorare.

Il realista non è sorpreso

Da un punto di vista realista, la situazione a Gaza è più una conferma che un paradosso. Israele è uno Stato che lotta per la propria sopravvivenza contro un’organizzazione il cui obiettivo fondamentale è la sua distruzione.

L’attacco del 7 ottobre 2023 ha ucciso circa 1.200 persone e preso 250 ostaggi. Da allora Hamas ha rifiutato il disarmo e ha operato all’interno di infrastrutture civili — ospedali, scuole, zone residenziali — con una strategia deliberata che sfrutta l’asimmetria tra uno Stato vincolato dal diritto internazionale e un attore non statale che lo ignora.

Per il realista, uno Stato in queste condizioni non accetta vincoli normativi che il suo avversario tratta come una risorsa tattica.

Il realismo prevede anche la posizione degli Stati Uniti. La decisione di Trump di sospendere la condizionalità umanitaria — esentando gli aiuti militari a Israele dal congelamento globale degli aiuti statunitensi — non è irrazionale in questo quadro. È l’espressione logica di una lettura transazionale delle alleanze: Washington sostiene un alleato che ritiene strategicamente prezioso, senza subordinare tale sostegno a vincoli normativi che considera secondari rispetto all’equilibrio di potere.

Ciò che il realismo non riesce facilmente a spiegare è il costo a lungo termine: un alleato la cui condotta mina sistematicamente la credibilità dell’ordine che gli stessi Stati Uniti hanno costruito.

L’istituzionalista liberale vede un fallimento sistemico

Il quadro istituzionalista liberale produce una lettura completamente diversa. L’architettura del diritto internazionale umanitario è stata progettata proprio per conflitti come questo — non per una guerra simmetrica tra eserciti statali, ma per le condizioni asimmetriche, in cui sono coinvolti civili, che definiscono la maggior parte dei conflitti moderni.

Il diritto internazionale umanitario si applica indipendentemente dalla giustezza della causa e dalle violazioni dell’avversario. È questo il punto. La questione, per l’istituzionalista liberale, non è se Israele abbia il diritto di difendersi – ce l’ha – ma se le istituzioni progettate per rendere operative tali restrizioni possano funzionare quando il loro principale garante si ritira dal ruolo di applicazione.

Le prove provenienti da Gaza suggeriscono che non possano farlo. La Corte penale internazionale (ICC) ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant nel novembre 2024, obbligando tutti i 125 Stati membri a farli rispettare. La Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha ordinato a Israele di garantire un accesso umanitario senza ostacoli.

Nessuno dei due ordini ha prodotto un’adesione significativa. Gli Stati hanno garantito a Netanyahu un passaggio sicuro; il primo ministro belga ha citato la “realpolitik” per spiegare perché l’arresto fosse improbabile.

Le istituzioni hanno funzionato: hanno deliberato, hanno deciso, hanno documentato. Ciò che non sono riuscite a fare è stato convertire quelle decisioni in costi strategici senza il sostegno degli Stati Uniti.

Questa è la diagnosi fondamentale degli istituzionalisti liberali: l’applicazione del diritto internazionale umanitario è sempre dipesa strutturalmente da una potenza disposta a imporre costi ai violatori, compresi i propri alleati. Quando Trump ha sospeso quella condizionalità, non ha abolito le regole, ma ha rimosso il meccanismo che conferiva loro peso operativo.

La risposta europea dell’estate 2025 ha illustrato i limiti di ciò che rimane: la Germania ha imposto un embargo sulle armi, l’UE si è mossa verso la sospensione degli accordi commerciali ed entrambe hanno invertito rotta a poche settimane dal piano di pace di Trump di ottobre. Senza la leva degli Stati Uniti, la pressione normativa multilaterale non può sostenersi da sola.

Il costruttivista identifica il contagio

Il quadro costruttivista sposta la questione dall’applicazione all’aspettativa. Le norme non funzionano solo attraverso meccanismi formali, ma attraverso credenze condivise su quale comportamento sia ammissibile e quali costi derivino dalla trasgressione. Quando tali credenze si erodono, la norma si indebolisce non solo nel caso specifico ma in tutto il sistema, poiché gli altri attori ricalibrano ciò che l’ordine è disposto a tollerare.

È qui che Gaza si collega a una dinamica sistemica più ampia. L’argomento non è che altri Stati imiteranno la condotta specifica di Israele, poiché il sostegno degli Stati Uniti che rende possibile la posizione di Israele non è replicabile. L’argomento è che la sospensione selettiva dell’applicazione del diritto internazionale umanitario trasmette un segnale: il vincolo è, d’ora in poi, contingente, non universale. Le regole si applicano a chi non ha protettori potenti. Per chi ne ha uno, sono negoziabili. Ogni governo che osserva questo fenomeno aggiorna il proprio calcolo di quanto potrebbero costare future violazioni e a quale pressione può resistere. La soglia di trasgressione, come nel Mar Cinese Meridionale, è abbassata.

Tre letture, un verdetto

Ciò che colpisce di Gaza, vista attraverso questi tre schemi, non è la loro divergenza ma la loro convergenza su un’unica scomoda conclusione.

Il realista osserva che è il potere, non la legge, a determinare i risultati — e che un alleato che lotta per la propria sopravvivenza non sarà vincolato da istituzioni che il suo protettore ha scelto di aggirare.

L’istituzionalista liberale osserva che l’architettura di applicazione del diritto internazionale umanitario è stata resa funzionalmente inoperante dal ritiro della condizionalità americana — lasciando istituzioni che documentano ma non possono imporre.

Il costruttivista avverte che il segnale inviato — ovvero che le norme sono applicabili in modo selettivo — rimodellerà le aspettative in tutto il sistema molto tempo dopo la fine del conflitto.

Trump non ha creato le asimmetrie che hanno prodotto questa paralisi. Le ha rese visibili rimuovendo il linguaggio normativo che le aveva parzialmente nascoste. Il risultato è un mondo in cui il diritto internazionale umanitario rimane formalmente intatto — i suoi testi immutati, le sue istituzioni ancora attive — ma funzionalmente condizionato. Non si tratta di un’anomalia specifica di Gaza. È, sempre più, la logica operativa dell’ordine internazionale stesso.

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