Sono ormai passati una decina di giorni da quando il Presidente statunitense Donald Trump si è detto «incazzato» con Vladimir Putin, diverse settimane da quando il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha accettato il cessate il fuoco proposto dagli Stati Uniti mentre la Russia ha continuato a colpire incessantemente i civili e le strutture civili in Ucraina.
Sebbene tutto questo, sebbene Putin abbia palesemente rifiutato la proposta di cessate il fuoco americana e sebbene il Presidente Trump abbia gridato ai quattro venti che se Putin non avesse cambiato rotta lo avrebbe «punito», la Casa Bianca su quel fronte non risulta essere pervenuta.
Forse sarà perché Trump è troppo impegnato a distruggere l’economia mondiale che non trova il tempo di «punire» Putin. Forse sarà perché è troppo impegnato a garantire pieno accesso al Mar Rosso e al Golfo Persico ai suoi soci in affari Sauditi, tanto che da giorni martella i ribelli Houthi dello Yemen e sposta un paio di flotte e qualche B52 nella base di Diego Garcia, dando l’impressione ai più ottimisti di farlo per attaccare l’Iran (aspetta e spera).
Fatto sta che al momento quella guerra che Trump si era impegnato a chiudere in 24 ore non solo non è stata fermata, ma ha visto un forte aumento degli attacchi russi sui civili ucraini, il tutto nel completo silenzio della Casa Bianca.
Come mai? Perché Trump detta le condizioni al paese aggredito, l’Ucraina, ma non lo fa con l’aggressore russo? Circolano voci sul fatto che Putin tenga in mano in qualche modo Trump e che lo ricatti. La cosa è venuta in mente pure a me. Ma secondo Alex Younger, ex direttore dell’MI5 britannico, intervistato da Indipendent, molto più banalmente «Trump e Putin la pensano allo stesso modo» cioè «sono d’accordo sul fatto che i grandi Paesi ottengano ulteriori diritti sui piccoli Paesi, in particolare nel loro cortile di casa».
Insomma, sono complici oppure, ancora più banalmente come afferma Vladimir Kara-Murza, sono alleati.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, ha incolpato l’Ucraina per l’invasione su larga scala del Paese da parte di Putin; ha etichettato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky come “dittatore senza elezioni” (una descrizione che si adatterebbe perfettamente a Putin) e lo ha sottoposto a un umiliante confronto pubblico a febbraio nello Studio Ovale; ha invitato Putin a rientrare nel Gruppo degli Otto, da cui la Russia è stata espulsa dopo l’annessione della Crimea nel 2014; e ha diretto gli Stati Uniti a schierarsi con la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, la Guinea Equatoriale e altre dittature nell’opporsi a una risoluzione delle Nazioni Unite che condannava l’attacco di Putin all’Ucraina.
Quelli bravi dicono che lo fa per sottrarre la Russia dall’influenza cinese. Forse. Forse è quello che Trump pensa nella sua mente bacata. Ma la Russia dipende troppo dall’aiuto di Pechino per poterne fare a meno e passare dalla parte di Trump senza transitare dalla casella del via. Diciamo che in questo momento gli interessi di Trump combaciano con quelli di Putin al quale non dispiacerebbe non essere più lo zerbino di Pechino ma sa che non lo può fare in due giorni e, soprattutto, senza prima “vincere” la guerra in Ucraina.
Nota a parte:
l’altro ieri Trump ha incontrato Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Il povero Bibi ne è uscito con un pugno di mosche. Trump non ha tolto i dazi, che faranno davvero male all’economia dello Stato Ebraico, ha detto che appoggia la “supervisione” turca sulla Siria, fatto assolutamente non digeribile da parte israeliana, è infine ha annunciato l’inizio delle trattative con l’Iran. Qualche ottimista dalle parti di Gerusalemme ha detto che è tutta una tattica. Speriamo, perché se non lo è… alla faccia dell’amico Trump.

