Middle East

Trump si è già rimangiato le promesse su Israele e Iran?

Può Trump nel giro di due giorni rimangiarsi le promesse fatte su Israele e Iran, nello specifico quella di portare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e quella di strappare l’accordo sul nucleare iraniano? A quanto pare si, con delicatezza e diplomazia, ma sembra proprio che sia così.

A spiegarlo in una intervista alla BBC è Walid Phares, uno dei maggiori consulenti di Trump, il quale sembra mettere le mani avanti sulla impossibilità per il Presidente eletto di mantenere quelle due importantissime promesse.

In merito all’accordo sul nucleare iraniano Walid Phares dice che «la parola “strappare” è una parola forte» e che il trattato internazionale «è comunque un buon punto di riferimento». Poi aggiunge che Trump «prenderà in mano l’accordo, visionerà le richieste iraniane in merito ad alcuni problemi, le invierà al Congresso dove ci sarà una discussione». E’ chiaro quindi che Trump fa una discreta marcia indietro e passa dallo “strappare l’accordo” e “valutare le richieste iraniane”, più che altro relative allo sblocco dei fondi ancora sotto sequestro negli Stati Uniti. Niente a che vedere quindi con il succo del trattato sul nucleare iraniano tanto che a un certo punto della intervista Walid Phares afferma che «è interesse di tutti che l’Iran si attenga all’accordo» e che «strappare l’accordo equivarrebbe a spingere l’Iran a produrre subito armi nucleari».

Ma la marcia indietro più clamorosa sembra essere quella in merito al trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, un gesto altamente simbolico perché di fatto equivarrebbe al riconoscimento da parte americana di Gerusalemme come capitale di Israele. Ebbene, a quanto pare non solo non si può più fare, ma quando Trump ha fatto quella promessa non ha considerato che così facendo metterebbe gli Stati Uniti contro quasi tutti i Paesi dell’ONU e non ha elaborato che romperebbe decenni di equilibrio. Tuttavia Walid Phares non ha escluso a priori che Trump voglia fare una cosa del genere ma se la farà non sarà in modo unilaterale.

Per dirla tutta, questo parziale dietrofront non ci meraviglia più di tanto. Sapevamo benissimo che le roboanti promesse di Trump non sarebbero diventate realtà perché la politica pragmatica è diversa dalle intenzioni o dai desideri e le promesse elettorali valgono dalla sera alla mattina, ma un dietrofront così veloce ha spiazzato anche noi.

Scritto da Sarah F.

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8 Comments

  1. Come ho gia’ detto: lasciamolo lavorare e vedremo se e’ un amico VERO di Israele,o un cantastorie. Comunque e
    credo di non essere troppo ottimista, non avra’ con Israele il rapporto meschino, traditore e vendicativo che ha avuto il suo predecessore Obama. Alcune cose potra’ farle, altre no, ma non partira’ pregiudizievolmente contro Israele e sono sicuro che il suo mandato sara’ soddisfacente utile e positivo anche per gli stessi americani

  2. Non aspettiamoci un presidente israeliano! Basta che sia onesto e soprattutto non un musulmano come Hussein Obama.

  3. Non sono d’accordo con questo articolo, si cita solo questo sedicente collaboratore Phares e non Greenblatt, che ha invece chiaramente detto che i cosiddetti “insediamenti” non sono considerati da Trump un ostacolo al processo di pace, come invece hanno sempre sostenuto Obama e Kerry

      1. Ok, ora, senza innescare una polemica che non ha senso tra chi è dalla stessa parte e la pensa allo stesso modo, cerco di spiegarmi meglio: quello che volevo dire è che forse era il caso di bilanciare l’orientamento dell’articolo riportando, oltre a quello che dice questo Phares, anche quello che dice Greenblatt e, dal mio punto di vista, esprimersi così sugli “insediamenti” è di grande importanza, per cui torvo eccessivo parlare già di promesse non mantenute.
        AM ISRAEL CHAI

  4. Forse il suo era un discorso di “pancia” credo che poi tutti i suoi collaboratori(ebrei inclusi) gli consiglieranno di soprassedere per spostare la capitale a Gerusalemme, sarebbe un gesto troppo forte…

  5. Hai ragione Gatto;spostare la capitale a Gerusalemme sarebbe un gesto con un impatto troppo forte e prevedibile in
    negativo,anche per Israele. Per il momento quanto dichiarato sugli insediamenti,mi sembra piu’ importante che il
    paventato spostamento . E di questo se ne puo’ parlare dopo……..un passo alla volta. Ora che il vento sta cambiando, e’ bene non essere troppo frettolosi di raggiungere tutti i risultati in un solo colpo. Riconoscere da parte americana Gerusalemme come capitale di Israele e’importante, ma la sicurezza in confini, sicuri e riconosciuti credo lo sia ancora di piu’.Da questo punto di vista, Trump si e’ circondato di ottimi collaboratori, ora diamo tempo al tempo,
    e dopo potremo giudicare……

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