Accordo Hamas-Fatah: cinque domande che in occidente dovrebbero farsi

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Il leader di Hamas, Khaled Meshaal, è riapparso ieri a Doha, in Qatar, dove si è tenuta una commemorazione della cosiddetta “Nakba” palestinese e commentando il recente accordo tra Hamas e la OLP ha lanciato parole di fuoco contro Israele.

Khaled Meshaal prima di tutto ha commentato il recente accordo con la Olp e quindi con Fatah definendolo “un importante passo avanti”, un accordo che “gira pagina sulle divisioni tra i palestinesi”. Poi è andato direttamente a lanciare parole di fuoco contro Israele dicendo che “l’accordo con la OLP non cambia l’obbiettivo di Hamas che rimane quello di eliminare Israele”.

In realtà nelle parole di Khaled Meshaal non c’è alcuna novità, nulla che non si sapesse, tuttavia quelle parole sollevano dei quesiti che la “grande politica internazionale” e l’occidente non può non considerare:

1 – l’accordo tra OLP e Hamas prevede un Governo di Unità Nazionale per circa sei mesi e poi nuove elezioni in tutti i territori palestinesi, quindi Cisgiordania e Gaza. Come verrà gestito il Governo di Unità Nazionale in Cisgiordania? Verrà permesso a personaggi di Hamas di entrare in Cisgiordania? Come verranno distribuite le forze di sicurezza sul territorio della Cisgiordania e, in particolare, quale sarà il ruolo di Hamas nei territori palestinesi sotto il controllo di Israele?

2 – se le previsioni verranno rispettate, le elezione che si terranno tra sei mesi dovrebbero vedere la vittoria schiacciante di Hamas su Fatah. Cosa significa questo? Che Hamas governerà anche la Cisgiordania dopo Gaza? E come si comporterà la comunità internazionale con un Governo palestinese in mano a un gruppo terrorista?

3 – al momento Hamas è completamente isolato non potendo più contare nemmeno sulla tolleranza dell’Egitto. La Striscia di Gaza è chiusa ermeticamente. Una volta che Hamas avrà vinto le elezioni palestinesi, come dovrebbe comportarsi Israele con la Cisgiordania? Teoricamente si ripresenterebbero le stesse condizioni della Striscia di Gaza, quindi a rigor di logica andrebbe sigillata anche la Cisgiordania.

4 – attualmente la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) riceve dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti centinaia di milioni di dollari in aiuti (che poi spariscono nel nulla, ma questo è un altro discorso), se come probabile le elezioni verranno vinte da Hamas, cioè da un gruppo universalmente riconosciuto come terrorista, cosa faranno UE è Stati Uniti? Continueranno a elargire questi milioni di dollari sapendo che Hamas li userà per compare armi?

5 – attualmente circa 150.000 palestinesi lavorano in aziende israeliane o commerciano in vario modo con esse. Se, come prevedibile, la Cisgiordania venisse isolata a seguito della vittoria di Hamas, cosa ne sarà di tutta questa gente? Quale sarà l’impatto sulla già fragile economia palestinese?

In molti, anche in Europa e negli Stati Uniti, hanno gioito all’annuncio di un accordo tra Hamas e Fatah, un accordo che oltretutto aiuta incredibilmente Hamas in un momento di estrema difficoltà del gruppo terrorista. Ma francamente non si capisce cosa ci sia da gioire quando nei fatti quell’accordo rischia di rigettare la parte palestinese della Cisgiordania indietro di venti anni. Il rischio che ciò avvenga è serio e concreto e sinceramente gli entusiasmi di gente come Catherine Ashton ci lasciano molto perplessi.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Sharon Levi

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