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Pace in Medio Oriente: Trump ci riprova ma fa un favore agli arabi

Trump ritiene che dopo la fine della crisi del Monte del Tempio questo sia il momento giusto per riportare arabi e israeliani al tavolo delle trattative. Ma è un grosso favore agli arabi

Trump ci riprova a promuovere la pace in Medio Oriente. Più precisamente Trump ci riprova a promuovere la pace tra Israele e i cosiddetti palestinesi – considerata essenziale per la stabilità regionale – e invia il genero Jared Kushner accompagnato in questa missione dall’inviato speciale per i negoziati internazionali, Jason Greenblatt, e dal vice segretario per la sicurezza nazionale Dina Powel.

Trump ritiene che dopo la fine della crisi per il Monte del Tempio questo sia il momento più adatto per riallacciare i rapporti tra Israele e i cosiddetti palestinesi. Per questo dopo consultazioni con i suoi maggiori consiglieri ha deciso di inviare il genero e gli altri importanti componenti del suo staff in una missione ad ampio raggio che li vedrà incontrare i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Egitto, Israele e dell’Autorità Palestinese.

Tutto molto bello, tutto molto appariscente, ma quasi certamente tutto molto sbagliato

Tutto molto bello, tutto molto appariscente, ma quasi certamente tutto molto sbagliato. Prima di tutto il Presidente americano dovrebbe porre dei paletti affinché Israele si sieda di nuovo al tavolo dei negoziati con gli arabi e questi paletti non possono prescindere dalla fine dell’incitamento all’odio e alla violenza portato avanti dalla Autorità Palestinese. E guarda caso è stata proprio la recente crisi del Monte del Tempio ad aver riproposto con veemenza il problema dell’incitamento all’odio religioso e razziale nei confronti di Israele e degli ebrei. Quindi la soluzione della suddetta crisi, conclusasi solo grazie al cedimento di Israele sui metal detector, non è affatto una opportunità per riaprire i colloqui tra gli israeliani e i cosiddetti palestinesi, al contrario, è l’ennesima dimostrazione della violenza e della prepotenza araba nei confronti del resto del mondo e in particolare di Israele. Insomma, la conclusione di quella crisi non è affatto un pretesto per parlare di pace in medio Oriente, anzi, è l’esatto contrario perché se c’è una cosa che è apparsa chiara a tutto il mondo è che la crisi si è innescata a causa dell’odio anti-ebraico e si è conclusa solo grazie alla lungimiranza israeliana e non certo per lo scemare della violenza araba.

Quindi Trump, definito “amico di Israele”, vorrebbe portare lo Stato Ebraico a trattare con gli arabi in un momento immediatamente successivo a un clamoroso cedimento israeliano, cioè nel momento in cui gli arabi si sentono più forti che mai. Detto francamente non mi sembra proprio una mossa da “amico di Israele”. Non si sa chi abbia consigliato questa mossa al Presidente americano, ma di certo chi l’ha fatto non è amico di Israele o quantomeno non ne sa niente di politica mediorientale.

Se volessimo fare i maligni potremmo pensare che qualcuno alla Casa Bianca ha pensato che il momento migliore per organizzare nuovi colloqui tra israeliani e palestinesi sia quello che coincide con una delle poche sconfitte israeliane, cioè nel momento in cui Israele ha ceduto alla prepotenza araba. Detto francamente non mi sembra una mossa molto intelligente per chi si definisce “amico di Israele” e detto altrettanto francamente non credo che a Gerusalemme ne siano tanto contenti.

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