Chi mi conosce sa che ho sostenuto Benjamin Netanyahu per decenni e in ogni occasione senza tuttavia essere accondiscendente, criticandolo quando dovevo e credevo.
Ma di recente, come del resto per molti altri commentatori non ideologizzati, la critica legittima è diventata quasi disappunto. Perché? Perché Netanyahu, dopo una serie impressionante di vittorie che hanno riscattato in parte il disastroso fallimento del 7 ottobre 2023 – le cui colpe ricadono principalmente sul comandante in capo e solo poi sui subalterni – ha inanellato una serie di decisioni a dir poco “discutibili” a livello militare, politico e diplomatico, decisioni che stanno vanificando le vittorie militari ottenute e isolando Israele allontanando persino gli alleati più fedeli.
Perché lo fa? Comincio a pensare che lo faccia veramente per mantenere il potere, così come affermano i suoi maggiori rivali e critici. Di sicuro non lo fa pensando al futuro di Israele.
Ma cosa ha sbagliato? Cosa ha fatto e, soprattutto, cosa non ha fatto?
Partiamo dalla fine, da cosa non ha fatto. Non ha attaccato l’Iran quando poteva e doveva. Dopo il secondo attacco missilistico iraniano del 1° ottobre 2024, il contrattacco israeliano mise letteralmente a sedere le difese iraniane. Radar distrutti, batterie S-300 russe, Bavar-373, i sistemi Arman distrutti così come gli altri sistemi a medio e lungo raggio. I lanciatori per i missili distrutti. L’Iran era letteralmente alla mercé dell’aviazione israeliana. Certo, senza l’aiuto americano non poteva distruggere le centrali nucleari più protette (Fordow), ma poteva dare un colpo decisivo al programma nucleare iraniano e, colpendo le infrastrutture portuali e i depositi di greggio, poteva mettere in ginocchio l’economia di Teheran. Il resto probabilmente lo avrebbero fatto gli iraniani oppositori del regime. Ma Netanyahu non fece nulla, probabilmente ingannato da Donald Trump che gli aveva promesso un appoggio con le bombe anti-bunker trasportate di bombardieri americani. Nel frattempo gli iraniani hanno rimesso a posto le loro difese potenziandole attorno alle centrali atomiche e mettendo al sicuro l’uranio arricchito.
Ha accettato il cessate il fuoco con Hamas imposto dall’inviato di Trump, Steve Witkoff, favorendo così il gruppo terrorista che in quel momento era sul punto di cadere. Certo, ha liberato diversi ostaggi, ma ha vanificato molti dei progressi bellici costruiti in mesi e mesi di guerra e costati la vita a molti soldati israeliani.
Ha accettato il cessate il fuoco con Hezbollah – sempre imposto da Steve Witkoff per conto di Trump – proprio quando poteva davvero chiudere la partita in maniera definitiva con il più potente e pericoloso nemico di Israele. Oggi Hezbollah non solo vive, ma sta cercando di ricostruirsi con l’aiuto dell’Iran. Questo è un errore che molto probabilmente Israele pagherà caro in futuro.
Ma l’errore più grave è stato mettere Israele nelle mani di Donald Trump. Fidarsi delle sue promesse. Credere che con la sua ascesa alla Casa Bianca tutto sarebbe stato più facile. Le centrali atomiche iraniane sarebbero state distrutte, i palestinesi buttati fuori da Gaza e probabilmente dalla Cisgiordana, gli Houthi dello Yemen messi a tacere.
Tra tutte queste cose ce ne sono alcune che Netanyahu non può proprio fare:
Non può occupare permanentemente la Striscia di Gaza. Non ha gli uomini per farlo a meno di non finire di sfasciare l’economia israeliana. Oggi Israele può contare su 170.000 soldati attivi, tra personale di leva e professionisti nei tre rami dell’esercito (forze di terra, aviazione e marina). A questi si aggiungono circa 465.000 riservisti, che possono essere mobilitati rapidamente in caso di necessità. Ma quei riservisti sono in prevalenza civili con attività o che lavorano in attività produttive o commerciali. Richiamandoli al fronte fermi l’economia. Subito dopo l’attacco del 7 ottobre Netanyahu richiamò 300.000 riservisti, il numero più alto della storia di Israele. Nei mesi successivi mantenne molto alto il numero di riservisti in attività, e ancora oggi ne ha richiamati molti per finire il lavoro a Gaza. Ma per quanto può continuare a fermare l’economia israeliana? Non certo per il tempo necessario ad occupare permanente la Striscia di Gaza, con il rischio per di più di lasciare sguarniti gli altri fronti.
Non può deportare 2,5 milioni di palestinesi da Gaza, specialmente se si rifiutano di andarsene o nessuno li vuole.
Non li può affamare, nemmeno se la misura è volta a togliere respiro ad Hamas.
In Giudea e Samaria (Cisgiordania) non può continuare a permettere la costruzione di insediamenti dove non potrebbero stare.
Non può continuare a ignorare il resto del mondo che gli chiede di fermarsi perché così isola completamente Israele facendo fruttare la tattica di Hamas che è proprio quella di isolare lo Stato Ebraico e di distruggere gli Accordi di Abramo.
Non può più fare affidamento su Trump. Il Presidente americano sta decisamente andando per la sua strada che non si incrocia con la strada di Israele e sta facendo i suoi interessi che non coincidono con quelli di Israele. Ha fatto gli accordi con gli Houthi, ha trattato direttamente con Hamas e sta trattando con l’Iran. Cos’altro serve?

