Editoriali

Conflitto arabo-israeliano: non è più tempo di terra in cambio di pace

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Nell’annoso conflitto arabo-israeliano la retorica della terra in cambio di pace, cioè della cessione da parte di Israele di terra in cambio di una promessa di pace, è la più dura a morire nonostante sia ampiamente provato che la formula non funziona come dimostra il caso della Striscia di Gaza restituita da Israele agli arabi nel 1994 e passata quasi subito sotto il controllo di Hamas che ne ha fatto un trampolino di lancio per guerre e attacchi contro Israele.

Eppure, come dimostra quanto detto da John Kerry al Saban Forum, la formula terra in cambio di pace continua a essere l’unica ad essere proposta come soluzione al conflitto arabo-israeliano sebbene fino ad oggi abbia prodotto solo guerre e una aumentata minaccia per Israele e per la pace nella regione.

La formula terra in cambio di pace come soluzione al conflitto arabo-israeliano assume addirittura i tratti del grottesco quando all’Onu si vota per una risoluzione che oltre a chiedere a Israele di non intraprendere alcuna azione a Gerusalemme Est chiede addirittura la restituzione alla Siria delle Alture del Golan proprio nel momento in cui in quella regione ai confini con Israele vi è un corposo contingente militare iraniano e di Hezbollah. E’ come chiedere di consegnare le chiavi dell’invasione di Israele ai peggiori nemici dello Stato Ebraico.

Quello che non si capisce bene è se queste “proposte” vengono fatte in modo strumentale solo per mettere in difficoltà Israele oppure vertono proprio a danneggiare lo Stato Ebraico seguendo un piano logico. Fatto sta che ormai da anni la formula terra in cambio di pace è l’unica che continua ad essere proposta a Israele come condizione per la pace quando in realtà sembra volta all’esatto contrario. E’ un mantra che ormai non può più essere presentato a Israele.

La cosa davvero assurda è che però questa formula, sebbene sottoposta sotto diverse forme, non risolverebbe comunque il conflitto arabo-israeliano semplicemente perché presuppone un reciproco riconoscimento quando da parte araba non c’è assolutamente nessuna volontà di riconoscere lo Stato Ebraico di Israele. A meno che non si vogliano prendere per buone le dichiarazioni in inglese degli arabi tralasciando quelle di tenore opposto proferite in arabo nelle quali nemmeno si sognano di riconoscere Israele e parlano di una “grande Palestina” dove per grande si intendono inclusi anche i territori israeliani. In sostanza gli arabi vogliono tutta la terra in cambio del nulla che in questo caso vuol dire l’annientamento di Israele. Insomma, dagli attacchi al neonato Stato di Israele non è cambiato nulla.

La formula terra in cambio di pace così tanto apprezzata dalle sinistre mondiali non è quindi la soluzione al conflitto arabo-israeliano, a meno che per soluzione non si intenda la soluzione finale di hitleriana memoria che prevede lo sterminio degli ebrei. E che la diplomazia internazionale, a partire dall’Europa della Mogherini, si presti a questo gioco rischioso è a dir poco assurdo. Parlano di pace ma intendono la fine di Israele. E pretendono anche che a Gerusalemme si prestino ai loro giochetti.

Scritto da Antonio M. Suarez

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