Campi profughi siriani sigillati nella regione del Kurdistan, in Iraq e Giordania. Anche in Libano e in Turchia si pensa di adottare la stessa misura. Il timore che il virus COVID-19 (o Coronavirus) entri in queste aree già di loro con grossi problemi sanitari è davvero molto forte.

Le Nazioni Unite e tutti i governi che ospitano campi profughi siriani hanno ordinato il “distanziamento sociale” all’interno dei campi per evitare il contagio. Un ordine che appare effettivamente crudele.

«Il distanziamento sociale è un lusso che non possiamo permetterci. Questa richiesta assomiglia a uno scherzo crudele» afferma Khaled Abdul Razaq al-Dasher, responsabile di un campo profughi per siriani nella Valle della Bekaa, in Libano.

«Nella mia tenda siamo in nove. Nella tenda vicina, installata a mezzo metro di distanza, sono in sei. Come facciamo a mantenere il distanziamento sociale in queste condizioni?».

Quella descritta da al-Dasher è la stessa situazione che si può riscontrare in tutti i campi profughi siriani della regione. Anzi, specialmente nei campi in Turchia la situazione è addirittura peggiore.

Sahar Tawfeeq, portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa in Iraq, è sconsolato. «Se disgraziatamente anche una sola persona dovesse essere infettata dal Coronavirus in uno qualsiasi dei campi profughi per siriani, nel giro di pochi giorni tutto il campo sarebbe infettato».

Misty Buswell, direttrice del International Rescue Committee per il Medio Oriente, avverte che «nei campi profughi siriani mancato tutte le basi necessarie a rispettare le regole che potrebbero prevenire il contagio» e lancia l’idea di organizzare il rientro dei profughi siriani in quelle parti della Siria liberate o comunque fuori dall’orbita di ISIS. «Starebbero più al sicuro in una zona completamente distrutta piuttosto che in un campo come quelli che vediamo ospitarli» ha detto la Buswell.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa unitamente alla Mezza Luna Rossa ha lanciato un vero e proprio allarme. «In tutta la regione oltre agli alimentari stiamo distribuendo kit igenici che contengono sapone e disinfettante, ma oltre a non essere sufficienti per tutti, senza una seria misura di distanziamento sociale è solo un palliativo» ci dice un portavoce della CRI.

Occorre un piano di rientro dei profughi in Siria

Le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità concordano sul fatto che con la pandemia di Coronavirs in corso sia assolutamente necessario organizzare un grande piano di rientro dei profughi siriani.

«Buona parte della Siria è stata liberata e, anche se devastata dalla guerra, rimane il posto più sicuro per i profughi siriani» ci dice un dipendente dell’Onu. «Farli rimanere in quei campi è come tenere in mano una bomba senza la sicura. Basterebbe un solo contagiato da Coronavirus per scatenare una epidemia devastante. Morirebbero a migliaia».

Ma perché i profughi siriani non rientrano in patria nelle zone liberate? Chi lo impedisce? In realtà in molti casi sono gli stessi profughi a non voler rientrare per paura di “ritorsioni” da parte del regime o perché sperano ancora di potersi dirigere in Europa. In altri casi è il regime siriano ad impedirlo perché li ritiene ostili e quindi nocivi alla “ricostruzione”.

Questa combinazione di fattori fa si che milioni di profughi siriani distribuiti in decine di campi profughi in varie zone della regione rappresentino a tutti gli effetti il bacino perfetto per un virus subdolo e invasivo come il COVID-19. Una vera e propria bomba pronta ad esplodere.