Erdogan minaccia Israele: tutto (o quasi) sulla politica estera del dittatore turco

By Comitato Editoriale - Editorialists

Parlando in occasione della fine del ramadan, il dittatore turco Recep Tayyip Erdogan ha accusato Israele di aver ucciso «centinaia di migliaia di persone» e di «incendiare il Medio Oriente» affermando poi che «Israele ne pagherà il prezzo».

«Possa Egli, “il dominatore” (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele» ha aggiunto il dittatore turco, utilizzando uno dei nomi usati nell’Islam per descrivere Dio.

Ma siamo proprio sicuri che sia Israele a incendiare il Medio Oriente? Siamo sicuri che, invece, non sia proprio la Turchia di Erdogan a destabilizzare da anni tutta la regione?

Non è forse la Turchia di Erdogan a occupare illegalmente una parte dell’Isola di Cipro? E non è sempre la Turchia di Erdogan che alimenta la violenza in Libia e che ha concluso proprio con una fazione libica un accordo che ridisegna arbitrariamente i confini marittimi occupando di fatto aree marittime ricche di gas ma appartenenti a Grecia e Cipro?

E quanti curdi ha massacrato la Turchia di Erdogan in patria, in Iraq e soprattutto in Siria dove i curdi hanno sconfitto l’ISIS, quello Stato Islamico che proprio Erdogan sosteneva neanche troppo di soppiatto i cui ex combattenti sono ora a fare danni in Libia ben pagati da Ankara?

E vogliamo parlare del sostegno turco ad Hamas? La Turchia ha fornito un significativo sostegno politico, logistico e finanziario ad Hamas, non classificandolo come gruppo terroristico, bensì come un legittimo movimento di “resistenza” o di “liberazione”.

Sotto la dittatura di Erdogan, Ankara ha ospitato alti dirigenti di Hamas (concedendo ad alcuni la cittadinanza), ha permesso al gruppo di mantenere uffici e reti di raccolta fondi a Istanbul e ha partecipato a regolari incontri di alto livello. Questo sostegno ha incluso la condivisione di informazioni di intelligence, il rilascio di passaporti e la tolleranza dei flussi finanziari.

Purtroppo, Tom Barrack, ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale per la Siria sotto l’amministrazione Trump, ha costantemente minimizzato e difeso le politiche aggressive di Erdogan, respingendo le accuse di espansionismo turco o di ambizioni neo-ottomane come “sciocchezze” e insistendo sul fatto che Ankara non nutra alcuna intenzione aggressiva nei confronti di Israele o di altri.

Le sue false rappresentazioni pubbliche – come l’ignorare le esplicite minacce di guerra di Erdogan contro Israele (paragonando le potenziali azioni agli interventi in Libia, Nagorno-Karabakh e Siria) e l’occupazione illegale turca per oltre 50 anni di un terzo del territorio della Repubblica di Cipro – conferiscono legittimità alle azioni revisioniste della Turchia nel Mediterraneo orientale, in Siria e altrove.

Presentando l’esercito turco come una “forza stabilizzatrice” in grado di “raffreddare le tensioni” nella regione, Barrack contribuisce a normalizzare e incoraggiare l’avventurismo militarista di Erdogan, senza che questi ne debba rendere conto. Questo allineamento, alimentato da stretti legami personali e strategici, mina la deterrenza statunitense contro l’aggressione turca, incoraggia gli interventi opportunistici di Ankara e acuisce le tensioni regionali anziché contenerle.

Nominare Erdogan significa nominare la Fratellanza Musulmana, cioè il più grande gruppo terrorista islamico del mondo, un gruppo che ha fornito la sua ideologia alla nascita di Al Qaeda, dello Stato Islamico e di Hamas oltre che ad altri gruppi terroristi islamici che operano in Africa, Asia e finanche in Sud America.

Molti in Europa considerano ancora i Fratelli Musulmani alla stregua di un partito politico, lo definiscono “islam politico”, addirittura “islam moderato”. In realtà stiamo allevando una serpe in seno che sta lavorando con costante fermezza al raggiungimento dei propri obiettivi.

Solo pochi ostacoli separano la Fratellanza Musulmana dalla loro meta, il più grande dei quali si chiama Israele.

Quando Erdogan dice che “Israele pagherà per i suoi crimini” chiama il mondo islamico alla guerra santa, lo fa sapendo che la Fratellanza Musulmana in occidente, soprattutto in Europa, ha seminato il seme dell’odio. Lo fa sapendo di avere milioni di odiatori pronti a sostenere le sue politiche e ad accettarle così come sono, purché si parli di “farla pagare a Israele”.

E quando si parla di “politiche di Erdogan” si parla di violazioni sistematiche dei Diritti Umani, persino in patria, dove un rapporto dello Stockholm Center for Freedom riferito al 2025 (qui il rapporto tradotto in italiano) mette in luce gli sviluppi più significativi nel campo dei diritti umani in Turchia, un anno caratterizzato dal continuo declino democratico e dall’erosione delle libertà fondamentali sotto il governo sempre più centralizzato del dittatore Recep Tayyip Erdoğan.

Quando Erdogan parla più o meno apertamente di “distruggere Israele” non lo fa in senso metaforico, lo dice perché quello è il suo obiettivo, quello è l’obiettivo della Fratellanza Musulmana. E se per farlo bisogna incendiare tutto il Medio Oriente, fare terra bruciata attorno allo Stato Ebraico, allora fuoco sia.

Anche se Erdogan non è così ingenuo da dirlo apertamente, il vero obiettivo centrale della sua politica estera è diventato Israele, o meglio, tutto quello che lui ritiene necessario per farla pagare a Israele per aver vendicato il massacro del 7 ottobre 2023 distruggendo Hamas. 

Hamas è una scusa, come lo è il fantomatico “genocidio dei palestinesi”. Erdogan ha sempre mirato alla distruzione di Israele, lo ha fatto mentre approfittava della posizione turca nella NATO, mentre chiedeva di entrare in Europa e lo fa tanto più oggi che ha capito che la sua Turchia non entrerà mai in quella Europa che pretende il rispetto dei fondamentali Diritti Umani.

Pochi oggi ricordano che Erdogan ha demolito la laicità turca, scritta persino in Costituzione, per trasformare la Turchia in uno Stato Islamico, un potente e pericoloso Stato Islamico figlio della Fratellanza Musulmana.

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