Guerra con l’Iran: cosa succede adesso e perché Trump potrebbe fermarsi

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Franco Londei - Editor

Adesso che la guerra con l’Iran entra davvero nel vivo – anche grazie all’entrata in scena di Hezbollah – tutti si chiedono cosa succederà e se gli Stati Uniti e Israele hanno una strategia per il dopo Khamenei.

Difficile da dire. In giro si sentono esperti di ogni genere e grado esporre teorie che vanno dal “regime-change” tutto interno fino al ritorno dello Scià. Prudenza vorrebbe che le teorie sul “dopo” si espongano quando il “prima” non c’è più o è su quella strada.

Non che Trump e Netanyahu non abbiano esperti in grado di fare un piano per il dopoguerra, almeno lo spero, solo che la difesa iraniana è talmente dinamica e sorprendente che davvero non è scontato che il regime, così com’è adesso, possa davvero cambiare.

In molti paragonano l’intervento americano in Iran con quello in Venezuela. È un paragone assurdo, non tanto per la differenza in termini di vastità del territorio, popolazione e forze armate, quanto piuttosto perché è chiaro che l’intervento in Venezuela è stato possibile grazie ad un accordo preventivo con chi è andato a sostituire Maduro, cioè Delcy Rodríguez.

In Iran questo sistema non c’è o, se c’è, non sembra funzionare. Certo, la guerra è iniziata solo da un paio di giorni e potrebbe essere avventato sostenere che Stati Uniti e Israele non hanno una alternativa agli Ayatollah o se ce l’hanno per il momento non si vede, ma la reazione iraniana all’attacco USA-israeliano sembra dire che i Guardiani della Rivoluzione hanno un piano ben preciso e ben studiato e che sarà con loro che bisognerà trattare, né con il successore di Khamenei né tantomeno con il figlio dello Scià, come temo contasse di fare Donald Trump.

La reazione dei Guardiani della rivoluzione

Parlando di reazione iraniana, quello che americani e israeliani avevano previsto era il lancio di ondate di missili contro Israele e contro le basi USA in Medio Oriente. Ma se le previsioni sul lancio di missili contro Israele erano corrette, come intensità e numero, quelle contro le basi USA in Medio Oriente sono risultate del tutto sbagliate perché gli iraniani non si sono limitati a prendere di mira le basi americane nei paesi del Golfo, ma hanno preso di mira i paesi stessi.

Con quella che i Guardiani della Rivoluzione hanno chiamato “Operazione True Promise 4” gli iraniani hanno lanciato attacchi con missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti dove hanno preso di mira le infrastrutture civili, l’aeroporto e altri obiettivi civili provocando 3 morti e 58 feriti. Poi hanno preso di ira il Qatar dove oltre alle basi americane hanno colpito la capitale Doha provocando decine di feriti. Poi hanno colpito il Bahrain, il Kuwait e l’Arabia Saudita dove non hanno colpito sol obiettivi militari USA ma anche obiettivi civili.

A tutto questo hanno aggiunto la chiusura dello Stretto di Hormuz dove hanno collocato i loro migliori missili antinave in grado di far male anche alle super difese navi americane.

A cosa mirano? A esasperare i Paesi arabi del Golfo affinché facciano pressione sugli Stati Uniti per fermare la campagna di attacchi. Era prevedibile? Si, lo era, ma non in questa forma così aggressiva in special modo con gli Emirati Arabi Uniti.

Questo è un grosso problema per Trump (ma non per gli israeliani) perché oltre alle pressioni dei Paesi Arabi deve fare i conti con le critiche interne che arrivano anche dalla sua base oltre che dai suoi deputati e senatori.

Trump ha sbagliato i conti? Può essere e se così fosse la situazione potrebbe cambiare radicalmente, cioè Trump potrebbe interrompere anzitempo l’offensiva senza aver raggiunto l’obiettivo dichiarato del “regime change” accontentandosi di un “Ayatollah change” spacciandolo per vittoria. In alternativa potrebbe raggiungere un accordo con i Guardiani della Rivoluzione e accettare una sorta di “dittatura militare” anche questa da spacciare in patria come vittoria.

Chi rimarrebbe fregato? Sicuramente gli iraniani che si aspettano l’avvio di un procedimento che porti ad una forma di democrazia e non un’altra forma di dittatura. Poi gli israeliani che non avrebbero raggiunto l’obiettivo di favorire l’insediamento di un regime “non ostile” e/o democratico in Iran.

Cosa ci sarebbe di buono? Probabilmente la fine del programma nucleare iraniano e di quello balistico. Poi la fine dell’appoggio iraniano ai proxy come condizione per la conclusione delle operazioni militari.

A mio modestissimo avviso Trump non può reggere la pressione araba e MAGA per molto tempo e questo gli espertissimi iraniani lo sanno molto bene. Se reggono ancora qualche giorno e se trovano un sistema di governo alternativo a quello dei Mullah che Trump possa spacciare come vittoria, la guerra potrebbe durare ancora per poco. Con tanti saluti a Netanyahu.

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Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Vai al mio profilo completo