In questi giorni che sono succeduti alla tregua tra Israele e Hezbollah, ho percepito un’atmosfera a dir poco ottimistica da parte di molti predicatori della «pace ad ogni costo».
C’è chi addirittura si è spinto a dire che questo accordo di tregua porterà alla soluzione degli altri conflitti, da quello tra Israele e Hamas a quello, persino, tra Russia e Ucraina, anche se dove ci vedono il collegamento non mi è chiaro.
Quello che invece mi è chiaro è che il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah è solo una pausa per la vera guerra che Israele, volente o nolente, si troverà a combattere a breve: quella con l’Iran.
A parte che a tutti questi “ottimisti” sfugge che c’è ancora in piedi la minaccia iraniana di un “attacco devastante” contro Israele in risposta a quello israeliano che in un colpo solo ha messo in ginocchio tutto il sistema difensivo iraniano.
Sebbene agli Ayatollah non sfugge che una controrisposta israeliana sarebbe ancora più devastante della prima, sembrerebbe che la Guida Suprema e le Guardie della Rivoluzione siano intenzionati a portare avanti il ventilato attacco, se non altro per non perdere la faccia con i loro alleati e i loro numerosi Proxy che fino ad ora hanno combattuto per nome e per conto di Teheran.
Piccola parentesi relativa ai Proxy iraniani: uno dei più fidati consiglieri di Khamenei, Ali Akbar Velayati, in un’intervista rilasciata domenica scorsa all’IRNA, ha avuto il coraggio di dire che «l’Occidente solitamente evita il confronto diretto con i propri rivali, preferendo invece fomentare conflitti in altri Paesi per evitare gravi danni a se stesso». Cioè, ha descritto nei minimi dettagli quello che fa l’Iran cercando in maniera davvero spudorata di rigirare la frittata. Chiusa parentesi.
Ora, in questo momento ci sarebbero tutte le condizioni per infliggere un colpo decisivo, se non definitivo, al programma nucleare iraniano. Persino il Presidente Biden sembrerebbe occultamente “quasi favorevole”, dopo che l’Iran ha preso ad arricchire l’Uranio a un millimetro dal livello militare. Il Presidente eletto, Donald Trump, non parla pubblicamente ma da quello che ho capito non è per nulla contrario.
Hezbollah è chiaramente pesantemente ridimensionato, i ribelli Houthi dello Yemen sono stati duramente colpiti dagli anglo-americani, i vari gruppi in Iraq colpiti dagli americani. L’Iran non si può più nascondere dietro ai Proxy. Non ha più armi di deterrenza.
Quindi, perché i caccia israeliani non bombardano le centrali nucleari iraniane? Non ci sarà mai più un momento come questo. Perso questo treno il prossimo che passerà porterà con se la bomba iraniana.
Scoppierà una crisi? Certo che scoppierà una crisi. Il petrolio e il gas saliranno alle stelle, l’Iran cercherà di bloccare le rotte del petrolio chiudendo gli stretti di Hormuz e di Bab al-Mandab (forse mettendo in difficoltà più la Cina che l’occidente). Voleranno missili ma durerà poco. L’Iran non ha i lanciatori per i missili balistici, o meglio, ne ha “solo” 250 e prima di poterli ricaricare verranno distrutti. Si dice che Teheran abbia spostato i lanciatori in Iraq da dove vorrebbe lanciare l’attacco a Israele. Per questo a Baghdad temono di essere finiti nel mirino israeliano e vorrebbero gli Ayatollah fuori dall’Iraq. Non se ne andranno. Ma tutto questo, le crisi, i missili e tutto il resto, sarà meglio di una bomba nucleare in mano a quei pazzi fanatici dei Guardiani della Rivoluzione.
Il dissidente russo Yarim-Agaev dice che «l’Iran non è un Paese teocratico, anche se è governato in parte dai mullah. È soprattutto, governato dalla Guardia rivoluzionaria iraniana, che è una forza militare e non religiosa». Teniamo bene a mente queste perle di saggezza, perché se non si agisce subito, quando i Pasdaran avranno la bomba non sarà più possibile fare niente. È questo quello che vogliamo?
Chiaramente a Gerusalemme non hanno bisogno che glielo dica io. E allora davvero mi sfuggono i motivi per cui non si chiude definitivamente questa partita.

