In un velenoso editoriale sul Washington Post intitolato “Un’amministrazione moralmente squallida e disgustosa”, George F. Will scrive che «una nazione incapace di vergognarsi è pericolosa, soprattutto per se stessa».
Tra i vari punti ai quali l’editorialista del Post fa riferimento vi è l’ormai fantomatica proposta di pace per la guerra in Ucraina redatta da Mosca e malamente tradotta dal russo all’inglese. «Sembra una lettera con la lista dei desideri di Vladimir Putin a Babbo Natale» scrive George F. Will. «La Russia deve avere diritto di veto sulla composizione della NATO, sulle forze di peacekeeping in Ucraina e sulle dimensioni delle forze armate ucraine. E altro ancora».
Come può il popolo americano non vergognarsi del fatto che il suo Presidente, buttando alle ortiche oltre 70 anni di politica internazionale, consegna al russo Putin le chiavi della Casa Bianca? Come può non vergognarsi di avere un Presidente che dal suo maggior negoziatore, Steve Witkoff, viene fatto passare per un povero imbecille facilmente aggirabile con un paio di adulazioni?
Ben inteso, agli americani della guerra in Ucraina importa ben poco, basta guardare stamattina i grandi media statunitensi. I loro problemi sono l’inflazione dovuta alla politica dei dazi, i corposi licenziamenti nella pubblica amministrazione, la mancanza di servizi, la sistematica distruzione di quel poco di servizio sanitario pubblico che era rimasto dopo l’insediamento di Trump. I problemi interni superano quelli esteri. Ma come dice Will, una nazione incapace di vergognarsi è pericolosa, soprattutto per se stessa.
Ormai la politica globale è solo una questione di business. Nei colloqui in corso per la “pace in Ucraina” in ballo ci sono affari miliardari per russi e americani. Dall’estrazione di terre rare dall’Artico fino allo sfruttamento delle risorse fossili.
Secondo le intelligence europee, siamo al culmine di una strategia elaborata da prima della salita al potere di Trump, finalizzata ad aggirare il tradizionale apparato di sicurezza nazionale statunitense e convincere gli americani a considerare la Russia non come una minaccia militare, ma come una terra ricca di opportunità e, perché no, un prezioso alleato.
Business, ma non per gli Stati Uniti, per Trump e la sua cerchia
La famiglia Trump e la sua cerchia di miliardari sta impostando la strategia con la Russia sulla falsariga di quella impostata nel Golfo Persico dove politica e affari personali sono un tutt’uno. Affari personali, non affari di Stato. La gente tende a dimenticare in fretta episodi come il Qatar che regala un Boing 747 agli Stati Uniti (o a Donald Trump) come se niente fosse. Perché quel regalo? A chi è intestato realmente, o meglio, a chi sarà intestato realmente?
La documentazione ufficiale ci dice che oggi quell’aereo è di proprietà del Governo statunitense e che, una volta finiti i lavori di adattamento, verrà usato come aereo presidenziale fino alla fine del mandato di Trump, dopo di che la sua proprietà verrà trasferita a una fondazione legata a Trump — una “presidential library foundation” — dopo la fine del mandato.
E vogliamo parlare degli affari dei i due figli maggiori del Presidente Trump nel Golfo Persico? È una corsa all’incasso che coinvolge miliardi di dollari con pochi precedenti nella storia americana.
Un hotel di lusso a Dubai. Una seconda torre residenziale di alto livello a Gedda, in Arabia Saudita. Due imprese di criptovalute con sede negli Stati Uniti. Un nuovo campo da golf e un complesso di ville in Qatar. E tanto, tanto altro.
In molti casi questi affari andranno a beneficio personale non solo di Eric Trump e Donald Trump Jr. ma anche del Presidente Trump stesso.
Per non parlare di Affinity Partners, fondata da Jared Kushner, un fondo di investimento privato che ha raccolto miliardi di dollari in maggior parte dall’Arabia Saudita e in parte minore dagli altri regimi del Golfo, tra i quali il Qatar.
Lo stop imposto da Trump agli attacchi israeliani all’Iran è arrivato dopo che l’Arabia Saudita aveva espresso il timore che, presi alle strette, gli iraniani avrebbero bloccato lo Stretto di Hormuz e quindi il traffico di petrolio dei sauditi.
Netanyahu è stato umiliato con la telefonata di scuse all’Emiro del Qatar dopo che gli israeliani avevano colpito i capi terroristi di Hamas rifugiati in un hotel di lusso di Doha. Una operazione giustissima ma che rischiava di rovinare il business della famiglia Trump. Tanto è vero che l’emiro del Qatar non ha proferito parola quando a cadere in territorio qatariota sono stati i missili iraniani come risposta “telefonata” dell’Iran all’attacco americano alla centrale di Fordow.
Con l’Ucraina Trump sta seguendo lo stesso schema. Umilia Zelensky, un uomo che può piacere o meno ma che non è fuggito davanti ai carri armati russi e da quattro anni tiene l’armata rossa bloccata in Donbass invece che ai confini con la Polonia, e idolatra Putin, un criminale di guerra che ha mandato al massacro oltre un milione di ragazzi russi, centinaia di migliaia di ragazzi ucraini, solo per rubare un fazzoletto di terra che non riesce a conquistare ma che sta ottenendo scambiando lauti affari con Trump, non con gli USA, con Trump e la sua cerchia.

