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In Iraq gli equilibri sono fragilissimi e confusi. Le fazioni sono divise fondamentalmente in due blocchi, tre se contiamo i curdi. Da un lato quello formato dal primo ministro in carica Haider al-Abadi e dal religioso populista Moqtada al-Sadr, un blocco sostenuto dagli Stati Uniti nonostante la presenza di al-Sadr, dall’altro quello che vede alleati l’ex primo ministro Nouri al-Maliki e il capo delle Milizie Badr, Hadi al-Amiri, sostenuto dall’Iran.

Questo secondo blocco sembra essere quello favorito a prendere il potere in Iraq proprio perché al-Sadr aveva promesso un allontanamento dagli USA e con quella promessa aveva preso un sacco di voti e potrebbe a breve non sostenere più il Governo in carica e passare con i filo-iraniani. La cosa non è da sottovalutare perché, in particolare Hadi al-Amiri, è vicinissimo alle forze Quds iraniane tanto che si incontra in maniera pressoché periodica con il capo delle forze Quds iraniane, il Generale Qassem Soleimani, con il quale decide strategie politiche e militari. Se questo blocco, come sembra, prenderà il potere in Iraq, nonostante la vittoria di al-Sadr alle elezioni di maggio (o proprio grazie a quella vittoria), il posizionamento strategico del paese cambierà radicalmente passando sotto il controllo di Teheran e non più di Washington.

L’intelligence israeliana ritiene che questo quadro sia già più o meno operativo e che l’attuale Primo Ministro sia sostanzialmente in minoranza. Non si spiegherebbe altrimenti il trasferimento di missili balistici dall’Iran alle milizie sciite che fanno capo a Hadi al-Amiri. Lo stesso Moqtada al-Sadr ha vinto le elezioni promettendo sostanzialmente un allontanamento dagli USA e un avvicinamento all’Iran, anche se per il momento questo cambio di politica in apparenza sembrerebbe che non sia avvenuto (in apparenza).

L’altro ieri il Ministro della Difesa israeliano, Avidgor Lieberman, ha fatto chiaramente intendere che Israele è pronto a colpire obiettivi iraniani in Iraq così come sta facendo in Siria.

Secondo Phillip Smyth, del Washington Institute for Near East Policy, Israele non può permettere che un altro Paese arabo passi sotto l’influenza iraniana e farà di tutto per impedirlo. Richard Baffa, ricercatore senior per il settore della difesa presso la Rand Corporation è della stessa idea, ma in più fa notare che l’intensificarsi delle tensioni tra Iran e Israele rendono la situazione in Iraq e in Siria potenzialmente esplosiva, tensioni che potrebbe facilmente sfociare in un confitto regionale di grandi proporzioni. «La situazione potrebbe facilmente sfuggire di mano» fa notare l’analista americano.

La chiave sta in quello che farà Moqtada al-Sadr che attualmente sembra (sembra) sostenere il Governo filo-americano di Haider al-Abadi. Come detto è stato votato perché aveva criticato la vicinanza dell’Iraq agli Stati Uniti e adesso in molti gli chiedono di mantenere le promesse elettorali, cioè un allontanamento dagli USA (magari facendo cadere il governo) e un contestuale avvicinamento all’Iran. Se ciò dovesse realmente accadere o se, come pensano in molti, il Premier Haider al-Abadi non avrà il potere di opporsi alle trame iraniane, l’Iraq potrebbe diventare il quarto fronte (dopo Siria, Libano e Gaza) della guerra non dichiarata tra Iran e Israele.