Israele, tre anni di guerra senza vederne la fine (forse)

Una guerra lunga tre anni combattuta su più fronti con i nemici pronti a rigenerarsi. Israele ha ancora tutti i fronti aperti. Come evolveranno? Riuscirà lo Stato Ebraico a eliminare veramente i suoi nemici?

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Franco Londei - Editor

Tra pochi giorni saranno tre anni che Israele è in guerra. Il 7 ottobre 2023 ha avuto inizio quella che il Dottor Michael Milshtein su Ynet definisce «non solo la guerra più lunga nella storia di Israele, ma anche una delle più feroci che il Medio Oriente moderno abbia conosciuto».

Milshtein in realtà scrive un’analisi tanto spietata quanto veritiera di questi tre anni combattuti da Israele su diversi fronti senza tuttavia chiuderne alcuno. Tre anni certamente ricchi di colpi di scena (per esempio la caduta di Assad in Siria) e di operazioni ardite (una per tutte l’operazione dei cercapersone che ha decimato Hezbollah), tre anni nei quali Israele ha mostrato sia la sua immensa forza militare che la sua “debolezza empatica” con il resto del mondo.

Ed è proprio questa mancanza di empatia che ha portato all’isolamento di Israele, una condizione usata sapientemente dai suoi nemici come arma tanto che proprio l’isolamento internazionale dello Stato Ebraico viene percepito come una «grande vittoria».

A tal proposito Milshtein mette in evidenza come un editoriale pubblicato questa settimana sul sito web di Hamas illustri bene il concetto: «La questione palestinese occupa un posto più centrale che mai nell’agenda globale; il riconoscimento di uno Stato palestinese si è esteso, il processo di normalizzazione è stato interrotto e Israele è stato isolato, come dimostra la sala vuota di fronte a Netanyahu durante il suo discorso alle Nazioni Unite. La profezia di Sinwar non è una storia conclusa, ma una vicenda che continua a svolgersi a scapito di Israele».

Le promesse di eliminare i nemici fatte subito dopo il pogrom, il massacro del 7 ottobre, non sono state mantenute. Certo, molti leader nemici sono stati eliminati, Sinwar, Nasrallah, Khamenei, i vertici di Hamas, Hezbollah e Iran, i personaggi apicali delle Guardie rivoluzionarie (IRGC). Ma Hamas controlla ancora Gaza, Hezbollah non ne vuol sapere di disarmare e tiene ancora in ostaggio il Libano, l’Iran dopo la morte di Khamenei è passato sotto il controllo dell’ala più intransigente dell’IRGC. Tanti ne elimini, tanti ne fioriscono, anzi, crei martiri. A cosa sono serviti tre anni di guerra?

Dove finisce la guerra e dove inizia una soluzione in Medio Oriente?

Qualcosa sta cambiando. Negli ultimi mesi, Israele ha provveduto a stabilire una presenza militare o a creare zone di sicurezza lungo la periferia di alcuni fronti, considerando l’allontanamento delle minacce dai propri confini come parte dello sforzo volto a proteggere i propri cittadini. Nel Libano meridionale ha creato una zona cuscinetto all’interno del territorio libanese, mentre a giugno Israele ha pubblicato una mappa che mostrava una zona di controllo militare ampliata nel sud. La stessa cosa sta facendo a Gaza, in Siria e in Giudea e Samaria (Cisgiordania).

Questo sviluppo segna un cambiamento nella natura delle operazioni militari; piuttosto che colpire pesantemente gli obiettivi, prendere il controllo delle aree vicine al confine è diventato parte integrante dei calcoli di sicurezza.

Gli sviluppi sui diversi fronti rivelano un graduale cambiamento nella natura del conflitto; la competizione non riguarda più esclusivamente il controllo delle zone o la modifica delle linee di contatto, ma è ormai incentrata sull’impedire all’avversario l’accesso ad aree specifiche, sul determinare la profondità dello schieramento militare, sul controllo dei corridoi di confine e sull’imposizione di precondizioni per qualsiasi ritiro o accordo.

In questa equazione, le regioni di confine diventano carte da giocare tanto quanto sono teatri di battaglia militari. Il Libano meridionale è legato al futuro dell’arsenale di Hezbollah, mentre Gaza è legata al disarmo di Hamas e al ritiro israeliano; nel frattempo, la Siria meridionale presenta una serie diversa di questioni riguardanti la ricostruzione dello Stato siriano, il controllo delle frontiere e il rapporto di Damasco con le potenze regionali.

Ora la domanda è: le zone di sicurezza e gli schieramenti militari rimarranno misure temporanee legate alla guerra, oppure si evolveranno in una realtà a lungo termine che ridisegnerà i confini effettivi del Medio Oriente?

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Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Vai al mio profilo completo