A seguito della rapidissima rivoluzione siriana, molto probabilmente la Russia perderà la sua base navale a Tartus: è un evento che avrà implicazioni enormi.
Tartus non è solo una base navale, è un racconto di eccessi, arroganza e dei limiti del potere russo: una metafora delle illusioni di grandezza russe.
Tartus era parte dello spettacolo allestito dalla Russia per recitare la parte della superpotenza globale, ma con la perdita di Tartus la Russia è come un mago che si cala i pantaloni invece di estrarre un coniglio dal cappello.
Tartus è il luogo dove gli errori si sono trasformati in una tragedia greca: non è solo una perdita, è un’umiliazione pubblica, un simbolo del declino.
Vladimir Putin ha trascorso anni a dire ai russi: “Siamo tornati!”, Tartus era la Russia che gridava: “Guarda, mamma, sono ancora rilevante!”, mentre si illudeva di controllare ancora qualcosa.
Perdendo quel porto, l’urlo diventa: “Non siamo così grandi e cattivi come volevamo farvi credere”.
È improbabile che le élite russe, coloro che traggono profitto dalla guerra e dall’influenza russa, se ne staranno sedute in silenzio mentre questo accade: la perdita di Tartus potrebbe essere una goccia, fra le tante, che sta riempendo il fatidico vaso?
Tartus non è qualche blocco di cemento qualsiasi sul Mediterraneo: è stato l’unico porto russo in acque calde al di fuori delle sue gelide pertinenze.
Per la Russia perdere quel porto è come per un vecchio perdere l’ultima fila di denti: da ora in poi non saranno altro che pappette e parole biascicate.
Perdere Tartus è uno scherzo cosmico della geopolitica, che involve potere economico e militare.
Il Mediterraneo è il parco giochi della NATO, dell’UE e Tartus era il piccolo club russo nel Mediterraneo che ha permesso alla Russia di parcheggiare navi da guerra, sottomarini e missili proprio nel cortile della NATO.
Tartus ha permesso ai russi di intrufolarsi nella festa dei ragazzi alla moda portando una confezione da sei di birra economica, fingendo di appartenere davvero a quell’ambiente esclusivo, era il guinzaglio che permetteva alla Russia di controllare il regime di Bashar al-Assad.
Ora che Assad è stato sfrattato dai ribelli, quel guinzaglio russo sembra un inutile pezzo di spago.
Per Tartus transitavano i rifornimenti per le operazioni militari russe in Medio Oriente e in Africa e vi faceva perno la logistica per i racket russi del traffico di armi, di mercenari e di droga: ora le navi russe devono fare un giro più lungo.
Sempre in quel porto veniva trasbordato, fra l’altro, il grano che i russi rubano nei territori ucraini occupati.
Per la Russia il costo del fallimento siriano è enorme: la Russia non accede facilmente al Mediterraneo: deviare le navi, trovare nuove basi e gestire le ricadute costerà una fortuna che la Russia non ha.
Senza Tartus, i partner commerciali della Russia, molti dei quali si trovano in Africa, potrebbero iniziare a fare acquisti altrove.
Perdendo la sua base nel Mediterraneo, la Russia inizia una partita geopolitica in cui ogni mossa rischia di far crollare il castello di carte.
La Turchia controlla lo Stretto del Bosforo, che è fondamentalmente un casello autostradale per le navi russe. Senza Tartus, la Turchia può giocare a fare il guardiano compiaciuto.
Nasce una nuova difficoltà per l’Iran: prima condivideva con la Russia l’influenza nel Medio Oriente e con la Russia che si dirige verso l’uscita, l’Iran dovrà cavarsela da solo.
Tartus è stato il trampolino di lancio russo verso l’Africa, dove finora ha giocato a scacchi con l’Occidente usando mercenari e armamenti al posto delle pedine.
D’ora in poi i mercenari del Wagner Group cominceranno a presentarsi in ritardo alla festa e, senza rinforzi, saranno solo dei teppisti armati fino ai denti, invece che l’esercito-ombra della Russia.
Oltre a rovinare la Russia, la perdita di Tartus sconvolge intere manovre geopolitiche.
La NATO ne trae vantaggio: la ritirata della Russia nel Mediterraneo è un jackpot: l’Occidente ha più spazio per respirare e un avversario in meno nella regione.
Se ne avvantaggia anche l’Ucraina, che può continuare a giocare a rimpiattino con le risorse navali russe.
Ovviamente, se la NATO vince, la Russia perde: perdere Tartus è per la Russia come perdere l’unica chiave della porta d’ingresso.
Mentre la Russia si affanna, Cina e Turchia si insinueranno nel vuoto, stringendo la mano ai leader africani e dicendo: “Non preoccupatevi, siamo arrivati noi”.
La lezione è che mentre la Russia si affanna per rattoppare il buco, il mondo va avanti e Tartus diventa una nota a piè di pagina, un ammonimento che gli imperi a volte inciampano nel loro stesso ego.
Le onde del Mediterraneo continuano a infrangersi sulle sue coste, indifferenti all’ascesa e alla caduta delle aspiranti superpotenze.

