L’altra faccia del disimpegno americano in Medio Oriente

La decisione del Presidente USA Donald Trump di ritirare il proprio contingente dal nord della Siria ha creato molte polemiche sia in patria che all’estero. Il Segretario alla Difesa, Generale James Mattis, ha rassegnato le dimissioni e da molte parti si parla di tradimento verso i curdi e verso Israele.

Sarei stato favorevole, personalmente, alla presenza americana in Siria (in Afghanistan ma anche in Iraq), in quanto sono i guardiani dell’occidente e in grado, con la sola presenza, di fornire una sorta di “aiuto psicologico” verso Israele.

Il ritiro delle truppe non significa, comunque, il disimpegno totale dalla regione. Ad esempio potrebbero benissimo intervenire con le navi e le portaerei dislocate nel Mediterraneo orientale nel caso Assad decidesse di superare la cosiddetta “linea rossa” con le sue armi chimiche, come già capitato.

Da quando è stata data notizia sul ritiro delle truppe americane ci sono state alcune imprecisioni da parte della maggior parte dei media. La Russia e l’Iran si erano già insediate in Siria molto prima che Trump diventasse Presidente, grazie anche al precedente disinteresse di Obama, che preferiva armare e addestrare i ribelli (compresi curdi e i ribelli doppiogiochisti alleatisi poi con ISIS per questioni di convenienza) in modo da lasciare che le cose se le risolvessero da soli.

La partenza delle truppe americane non apre le porte a questi due paesi in quanto c’erano già dentro. Tutta da verificare anche la situazione dei curdi, che potrebbero sì essere in balia dei suoi vicini turchi ma anche in questo caso bisogna usare prudenza e vedere se sono stati sottoscritti accordi tra le parti che noi al momento non conosciamo. La Turchia non accetterà mai uno stato curdo indipendente in quanto sarebbe a rischio la sua integrità nazionale. Per quanto sia governata da un tirannico presidente, leader della Fratellanza Musulmana, è pur sempre un paese della NATO con una buona presenza di militari americani nelle basi di Dyarbakir e Inçirlik. Si tratta di situazioni delicate e complicate.

Sbagliato anche paragonare la partenza dalla Siria a quella voluta a suo tempo da Obama in Iraq. In questo ultimo caso con l’assenza dei militari, ISIS dilagò mentre i terroristi sciiti sono già ben radicati in territorio siriano grazie alle milizie Hezbollah che hanno fornito supporto al regime di Assad quasi subito.

Sicuramente se due presidenti politicamente differenti decidono questa strategia politica, con le dovute differenze (Obama era dispettoso con israeliani e sauditi e più conciliante verso l’Iran) e in periodi differenti (all’epoca Obama ISIS sembrava inarrestabile ora sembra un brutto ricordo), si percepisce tra gli americani la stanchezza per i troppi caduti in paesi lontani e per guerre che sembrano non avere mai fine.

Una delle promesse fatte dal tycoon in campagna elettorale era proprio questa e accade dopo che il pericolo islamista sunnita è stato fortemente ridimensionato. Una delle battaglie decisive a Raqqa, sottovalutata da molti, ha permesso di dare un colpo di grazia allo pseudo Stato Islamico. La Russia ormai ha messo le proprie bandiere sul porto di Tartus e a Latakia e il suo obbiettivo lo ha raggiunto: il mantenimento delle basi navali nel Mediterraneo. Per Israele cambia poco perché sarà impegnata con vari raid in territorio siriano e in Libano contro gli obbiettivi sciiti, con o senza la presenza del suo più importante alleato. Liberata la regione dal terrorismo sunnita ora è occupata da quello sciita.

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