Perché il regime iraniano rischia di essere spazzato via dalle rivolte

Per la prima volta da quando sono al potere gli Ayatollah sono alle corde, non per interventi esterni o a causa di sanzioni, ma per rivolte interne al loro stesso sistema

Il grande Ayatollah Rohollah Khomeini, padre del regime iraniano

La struttura di potere messa in piedi dal regime iraniano, che non contempla il benessere dei propri cittadini, rischia di essere spazzata via dalle rivolte generalizzate in Iran, Iraq e Libano nate proprio contro quella stessa struttura che fino ad oggi sembrava inarrestabile.

Il doppio Stato

Per capire cosa sta succedendo al regime iraniano dobbiamo però prima capirne la struttura e perché è sotto assedio da ogni parte del suo “impero”.

Parlando, tempo fa, del Corpo dei Guardiani della rivoluzione Islamica (IRGC o anche Pasdaran), abbiamo parlato giustamente di uno Stato nello Stato. Perché questo sono i Pasdaran, uno Stato nello Stato che opera in maniera del tutto indipendente e che controlla praticamente ogni settore, da quello militare a quello economico, dalla intelligence fino addirittura alla educazione.

Il problema è che tutto quello che fa l’IRGC è finalizzato esclusivamente ad aumentare il potere militare dell’Iran, a finanziare ed armare i proxy regionali (da Hezbollah fino ai ribelli dello Yemen) e a prendere il controllo di intere nazioni, dal Libano all’Iraq passando per la Siria. Non c’è posto, nel programma dei Pasdaran, per le giuste richieste della popolazione.

Questa situazione, che ormai va avanti da anni, crea quello strano paradosso per cui l’Iran è potenzialmente uno dei Paesi più ricchi del mondo, ma la maggioranza della sua popolazione vive con pochi dollari al giorno, non ha accesso alla sanità pubblica, alle scuole e a tutte quelle strutture che favoriscono lo sviluppo di un popolo.

In molti tendono a dare “la colpa” di tutto questo alle recenti sanzioni americane dopo che gli USA sono usciti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA).

In parte è così, ma solo in parte. Il controllo pressoché totale esercitato dai Guardiani della Rivoluzione Islamica anche sulla spesa pubblica ha fatto si che tutti quei miliardi di dollari liberati dall’accordo sul nucleare e che dovevano servire a “risollevare” economicamente l’Iran siano finiti in effetti da tutt’altra parte, nelle armi, nel sostegno ai proxy regionali, nel programma balistico e aerospaziale del IRGC, nel programma nucleare ecc. ecc. e non pochi sono finiti, come spesso succede, nei conti dei leader iraniani.

Di tutti quei miliardi ben pochi sono finiti dove in effetti dovevano andare, cioè nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

A tutto questo va aggiunto che il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha disatteso praticamente tutte le promesse di maggiore libertà fatte durante la campagna elettorale. Anzi, se possibile la condizione dei Diritti Umani in Iran è ulteriormente peggiorata.

Da tutto questo nascono le rivolte in corso in Iran, rivolte di cui purtroppo si parla troppo poco in occidente.

Non solo Iran. Rivolte anche in Libano e Iraq

Ma le rivolte, prima ancora che scoppiare in Iran, sono scoppiate in altre zone del “impero persiano” e sono scoppiate per gli stessi motivi e contro gli stessi nemici, i Guardiani della Rivoluzione Islamica.

In Iraq la rivolta è apertamente contro l’Iran tanto che Teheran ha inviato i propri militari nel tentativo di sedarla. Le rivolte in Iraq sono quelle che forse più di tutti impensieriscono gli Ayatollah perché hanno il sostegno dello stesso clero sciita.

Il grande Ayatollah Ali Sistani, il più influente religioso musulmano sciita iracheno, ha affermato che «la corruzione tra l’élite al potere ha raggiunto limiti insopportabili» dando il suo sostegno alle rivolte e incolpando direttamente “l’influenza iraniana”.

Gli slogan gridati dai manifestanti sono quasi tutti contro l’Iran (Iran fuori, fuori) e solo in minima parte contro gli americani che sono comunque visti come “potenza occupante”.

In Libano la situazione è un po’ più complessa. Le rivolte sono nate da una situazione economica devastante, ma con il passare del tempo la popolazione libanese si è accorta che il vero nemico che impedisce lo sviluppo del Paese è Hezbollah, cioè il più importante proxy regionale iraniano, che con i suoi voti controlla il Governo e ne determina le decisioni.

Anche Hezbollah, come l’IRGC, viene definito “lo Stato nello Stato” e proprio come i Pasdaran ha perso di vista i bisogni della popolazione per perseguire obiettivi militari.

Per decenni Hezbollah è stato visto come protettore dei poveri e dei diseredati. Ora il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è schierato con le autorità contro le proteste in strada.

Così ora, per la prima volta da quando Hezbollah si è formata negli anni ’80, gli sciiti libanesi si stanno ribellando. A Nabatieh, nel cuore del sud del Libano dominato dai terroristi al soldo di Teheran, i manifestanti sciiti hanno persino bruciato gli uffici dei leader di Hezbollah.

Le proteste non si fermano nonostante la durissima repressione

Le proteste contro gli Ayatollah e contro il sistema messo in piedi dai Guardiani della Rivoluzione Islamica non si fermano nonostante la durissima repressione, soprattutto in Iran e in Iraq.

È una situazione mai vista prima che sta mettendo a dura prova la tenuta del regime iraniano e soprattutto i piani dei Guardiani della Rivoluzione Islamica che prevedono il controllo militare di Iraq, Siria e Libano volto a creare quel “corridoio sciita” che dovrebbe dare agli Ayatollah sia lo sbocco al Mediterraneo che consentire loro di minacciare direttamente Israele.

Secondo Hanin Ghaddar, esperto di Medio Oriente presso il Geduld Program on the Arab Institute del Washington Institute, l’Iran si è trovato totalmente impreparato di fronte al contemporaneo scoppio di rivolte in Iran, Iraq e Libano.

Ma soprattutto, a cogliere impreparati i Pasdaran e gli Ayatollah, sono state le proteste dirette contro di loro, protese che persistono nonostante la durissima repressione, il blocco totale di internet e le centinaia di vittime tra i giovani manifestanti.

Le rivolte in Iran si sono diffuse in oltre 130 città e, a differenza del passato, non vedono coinvolti solo gli studenti ma anche quel popolo “non colto” tra i quali contadini, operai e disoccupati, che fino ad ora era stato lo zoccolo duro del regime iraniano.

Mai come ora il regime degli Ayatollah è stato in bilico. Mai come ora un cambio di regime in Iran senza alcun intervento esterno può diventare realtà.

Spetta a noi, però, sostenere almeno mediaticamente lo sforzo e il sacrificio dei giovani iraniani, iracheni e libanesi. E non sembra che l’occidente lo stia facendo visto il poco interesse dedicato a queste rivolte.

Per la prima volta da quando sono al potere gli Ayatollah sono alle corde, non per interventi esterni o a causa di sanzioni, ma per rivolte interne al loro stesso sistema. Facciamo in modo che questi giovani coraggiosi non si sentano soli e abbandonati. Glielo dobbiamo.