Spose dell’ISIS: devono tornare o no? Il caso simbolo di Shamima Begum

Le spose dell’ISIS sono quelle ragazze che hanno abbandonato la loro patria per fuggire nello Stato Islamico e sposare un terrorista. In molti casi a queste donne è stata (giustamente) tolta la cittadinanza.

Ho fatto questa breve premessa perché in questi giorni in Gran Bretagna la corte ha respinto per la seconda volta un appello di Shamima Begum, una sposa dell’ISIS la quale aveva chiesto che le venisse “restituita” la cittadinanza britannica dopo che le era stata tolta a seguito del suo matrimonio con un terrorista islamico.

Shamima Begum all’età di 15 anni aveva lasciato il Regno Unito insieme ad altre due amiche (Amira Abase e Kadiza Sultana) per raggiungere la Siria e diventare una sposa dell’ISIS.

Il 13 gennaio 2019 un giornalista britannico (Anthony Loyd) la riconosce nel campo profughi di al-Hawl nel nord della Siria e annuncia di aver ritrovato una delle tre ragazze britanniche fuggite.

Shamina è incinta di nove mesi, dice di voler tornare a casa per crescere suo figlio in Gran Bretagna, ma afferma di non essere pentita della sua scelta, addirittura racconta di essere rimasta impassibile mentre assisteva alla decapitazione di un uomo in quanto questo era “un nemico dell’Islam”.

Il marito di Shamima, Yago Riedijk, un olandese convertito all’Islam, è morto insieme ad altri due figli della coppia. Tuttavia l’Olanda non riconosce il matrimonio quindi non può andare in Olanda, ragion per cui chiede di essere rimpatriata in Gran Bretagna.

E qui nasce il problema. Dopo le sue dichiarazioni al giornalista la Gran Bretagna annuncia di averle tolto la cittadinanza e rifiuta il suo rientro. Per di più il piccolo che portava in grembo muore poco dopo la nascita, ufficialmente per una polmonite, quindi secondo le autorità britanniche manca anche la motivazione “umanitaria” per farla rientrare.

Secondo il Ministero degli Esteri britannico Shamima Begum avrebbe la cittadinanza del Bangladesh, il suo paese d’origine, Bangladesh che però nega che la ragazza sia sua cittadina. A questo punto quindi Shamima Begum diventa apolide.

Ora, la legge britannica vieta categoricamente che qualcuno diventi apolide, quindi Shamima Begum presenta appello alla decisione britannica di privarla della cittadinanza, appello che perde per ben due volte, l’ultima proprio oggi.

Secondo la corte inglese essendo la famiglia di Shamima originaria del Bangladesh, lo stesso non le può negarle la cittadinanza.

E qui nasce un nuovo problema. Il Ministro degli esteri del Bangladesh, Abdul Momen, rende noto che se anche Shamima Begum dovesse rientrare nel suo stato d’origine dovrebbe affrontare la pena di morte.

Ora, la giustizia britannica e le leggi internazionali alle quali il Regno Unito aderisce non permettono che una persona venga deportata in uno Stato dove rischia la pena di morte. Parte quindi (oggi stesso) un terzo appello.

Ho dovuto raccontare (anche se brevemente) tutta la storia di Shamima Begum perché il suo caso è diventato un caso simbolo riguardo al problema delle spose dell’ISIS.

Secondo diverse organizzazioni internazionali nei campi profughi in Siria e in Turchia sarebbero centinaia le spose dell’ISIS che aspettano di rientrare nella loro patria d’origine o in quella d’adozione, ma che non possono rientrare in quanto rifiutate da ambedue. La stragrande maggioranza di loro sono giovanissime, vedove e con diversi figli al seguito, il che crea anche un problema di gestione di minori. Apolidi loro, apolidi i figli.

Il problema portato alla ribalta dal caso di Shamima Begum è quindi quello riferito a: cosa ne facciamo di queste ragazze/donne e dei loro bambini?

Il Diritto Internazionale aiuta poco. I trattati sulla apolidia sono pochi e confusi e spesso vanno a sbattere con le leggi nazionali. Tuttavia non è un problema da sottovalutare perché se la situazione non si sblocca avremo apolidi e figli di apolidi che partoriscono nuovi apolidi innescando un giro vizioso difficilmente controllabile. Un problema sin qui ampiamente sottovalutato da diversi Stati europei (e non solo).

Complicato anche proporre soluzioni. La maggioranza di queste donne non appare minimamente pentita di quello che hanno fatto, difficile quindi anche chiedere ai loro Stati d’origine o di adozione di riprendersele, anche a costo di una limitazione della libertà.

Ma non è che possiamo girarci dall’altra parte e semplicemente lasciarle nelle condizioni in cui si trovano. I paesi occidentali hanno i meccanismi necessari per affrontare questa situazione complessa anche sotto l’aspetto emotivo.

In molti diranno «chi se ne frega» e «lasciatele dove sono». È comprensibile, non mi sento di giudicare chi la pensa in questo modo, ma i figli? I bambini? Dovranno anche loro pagare gli errori e gli orrori commessi dai loro genitori? Vogliamo davvero lasciare agli jihadisti il compito di educarli? Perlomeno ragioniamoci sopra.

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