Rifacendoci agli albori della concezione strategica, l’esempio più immediato è, sorprendentemente, nella seconda guerra punica, iniziata nel 218 a.C., quella guerra vinta da Quinto Fabio Massimo.
Annibale aveva invaso la penisola dominata da Roma portando oltre le Alpi trentasette elefanti (i carri armati di allora) e aveva vinto, una dopo l’altra, tutte le battaglie in cui i romani lo avevano affrontato: Ticino, Trebbia, Trasimeno… fino a Canne, in Apulia.
Il formidabile figlio di Amilcare Barca era un assoluto genio tattico, che capiva come muovere le sue truppe per sconfiggere il nemico sul campo, ricorrendo ad abili stratagemmi e scoprendone i punti deboli e le vulnerabilità.
Sul campo di battaglia nessuno poteva batterlo.
Il Senato infine affidò le sorti della Repubblica in pericolo a Quinto Fabio, che divenne il suo salvatore.
Il patrizio romano capì subito che anche lui sarebbe stato sconfitto, se avesse ingaggiato uno scontro diretto con Annibale. Si astenne perciò dall’usare la forza del suo esercito contro la massa nemica, ma tenne in piedi con cura i contatti con i popoli che Roma, nella penisola, aveva mantenuto alleati.
E rovesciò il paradigma che vedeva la vittoria nella sconfitta dell’esercito nemico sul campo di battaglia. L’iniziativa bellica doveva rivolgersi non contro un esercito che pareva imbattibile, ma contro le sue salmerie e i suoi rifornimenti. Le esitazioni nell’affrontare Annibale in battaglia vennero criticate a Roma, e l’epiteto “cunctator” (temporeggiatore) gli venne affibbiato da chi lo considerava poco, come generale.
Ma la logistica, che oggi consideriamo il fattore principale della vittoria in guerra, non era ancora considerata, all’epoca. Eppure, senza rifornimenti, senza un ricambio di uomini, armi e vettovaglie, dopo gli “ozii di Capua” e l’esaurimento delle energie del suo esercito, Annibale dovette andarsene, tornando in Nordafrica dopo un quindicennio. Quinto Fabio Massimo lo aveva costretto ad andarsene dall’Italia con la sua concezione dell’iniziativa.
Veniamo ai giorni nostri, e all’Ucraina.
Il capo di Stato maggiore Olexandr Syrskyj non sta lanciando i suoi uomini alla riconquista del territorio del suo paese in offensive sanguinose. Non avrebbe senso usare la logica demenziale del nemico, che è la stessa delle Ardenne o della Somme nella prima guerra mondiale, e che ha prodotto finora un milione e trecentomila perdite.
La sua iniziativa si rivolge innanzitutto alla logistica del nemico, che al fronte va semplicemente arginato, contenuto, infliggendogli da posizioni favorevoli le più grandi perdite possibili, risparmiando al massimo i suoi uomini.
È la guerra dei droni, iniziata nel 2022 da un quindicenne che usò un “giocattolo”per segnalare al suo esercito la posizione dei russi invasori. L’Ucraina è ora la madre dei droni, di milioni di droni che volano, ma anche di droni terrestri, che fanno arrendere i soldati russi affamati e abbandonati o salvano vecchiette che arrancano sulla strada scappando dai russi. Ed è la madre dei droni marittimi di superficie e di quelli subacquei, altamente tecnologici, che entrano nei porti russi.
I droni di Robert “Madyar” Brovdi e i missili da crociera e quelli balistici intanto tempestano l’antiaerea russa, le fabbriche di armi e munizioni, i nodi ferroviari, oltre che gli aeroporti militari, I porti, le pipe lines e depositi di carburante e raffinerie. E tanto, tanto altro.
La Crimea è già isolata, appesa al ponte di Kerch. Quando sarà il momento, anche quello cadrà. Gli ucraini stanno vincendo, sostenuti da tanti alleati, soprattutto europei. Stanno vincendo la guerra con la stessa strategia di Quinto Fabio Massimo, cunctator vittorioso!
