Più passa il tempo e più l’errore commesso dal Presidente Trump a giugno, quando fermò d’impero l’attacco israeliano all’Iran, diventa evidente.
Alla fine di quei 12 giorni di guerra l’Iran era letteralmente nelle mani di Israele. Decapitati i vertici del programma nucleare e dei pasdaran, distrutte tutte le difese aeree, distrutti i pochi vecchi aerei di cui disponeva Teheran, distrutti i lanciatori dei missili, Israele poteva fare davvero tutto ciò che voleva. E lo poteva fare anche con calma, come se fosse stato un serial killer che tortura lentamente ma chirurgicamente la sua vittima.
Gli obiettivi erano fissati. Prima di tutto il programma nucleare. Non era poi così necessario avere le grandi GBU-57 Massive Ordnance Penetrator (MOP) usate dagli americani sulla centrale atomica di Fordow e Natanz, si potevano usare le cosiddette “BLU-109”, bunker-buster meno potenti delle GBU-57 americane, ma che se usate come per uccidere Hassan Nasrallah possono scavare molto in profondità. O in ogni caso si poteva seppellire tutto con bombe da 2.000 libbre.
Poi c’erano le fabbriche di droni (pensate che favore all’Ucraina) e quelle di missili, cioè il fulcro del programma offensivo e balistico iraniano. Il tutto da fare con la massima calma perché gli iraniani non avevano più niente con cui minacciare i caccia con la stella di David o lo stesso Israele.
Infine sarebbe toccato ai Pasdaran, le cui principali caserme erano già state colpite nelle prime ore di guerra. Ora era il momento di essere chirurgici, di smantellare pezzo per pezzo il sistema dell’IRGC.
Insomma, era il momento di tagliare la testa dell’idra i cui tentacoli (Hezbollah, Hamas, gli Hothi e gli altri) erano già stati pesantemente colpiti.
Ma gli arabi del Golfo, in particolar modo il Qatar, non erano d’accordo. Non lo erano per svariare ragioni che andavano dall’alleanza trasversale tra i sunniti della Fratellanza Musulmana del Qatar e gli sciiti Ayatollah che sarebbe saltata, fino al timore che gli iraniani fossero riusciti a bloccare lo Stretto di Hormuz e quindi il petrolio arabo. Trump ha troppi interessi nel Golfo per contraddire Qatar e Arabia Saudita.
Il Presidente americano fece bombardare le due principali centrali atomiche iraniane con le sue gigantesche MOP e sbandierò al modo che la guerra poteva finire lì perché il programma nucleare iraniano era stato distrutto.
Naturalmente non era affatto vero, tanto che oggi gli americani stanno trattando con l’Iran proprio sul suo programma nucleare, oltre che su quello balistico rapidamente rimesso in piedi dai Pasdaran.
L’intelligence israeliana ha rivelato che gli iraniani stanno producendo per conto proprio un gran numero di lanciatori, leggeri per i missili a medio raggio come i Fateh-110 o i Zolfaghar, basati su camion civili modificati. Ma soprattutto starebbe producendo rimorchi multiasse pesanti per lanciare i Shahab-3, il Ghadr o l’ipersonico Fattah.
È un guaio, un grosso guaio perché quando gli iraniani minacciano una “risposta devastante” se attaccati, probabilmente non è una minaccia vuota. Hanno missili e lanciatori sufficienti per farlo. Per di più si possono difendere perché, secondo l’intelligence israeliana, hanno ricevuto sistemi antiaerei cinesi a lungo e medio raggio, HQ-22 che può colpire bersagli multipli fino a 170 Km e HQ-16 con un raggio d’azione di 70 Km ma che può essere usato anche come sistema antinave. Non è invece confermata la consegna degli HQ-9 e degli HQ-9b con un raggio d’azione di oltre 200 Km e dotati di radar AESA avanzati.
A giugno l’Iran era un leone ferito gravemente e poteva e doveva essere finito, oggi è ancora un leone ferito ma che sta riprendendo le forze e affilando gli artigli.
Oggi il mondo, e in particolare Israele, paga pesantemente quell’errore del Presidente Trump che per mere ragioni economiche fermò Israele che in pochissimi giorni aveva messo in ginocchio il regime iraniano. E oggi non sa come uscirne senza scatenare una devastante guerra regionale.


