Trump: quando l’aiuto a Israele non basta. I rischi del ritiro dalla Siria

Oggi ad Ankara si riunisce il nuovo asse del male per discutere come spartirsi le spoglie della Siria anche in previsione dell’annunciato ritiro delle truppe americane dallo scenario siriano.

I presidenti di Iran, Turchia e Russia si vedranno oggi nella capitale turca per quello che sembra il summit decisivo per il futuro assetto della Siria. Indicativo il fatto che per l’ennesima volta Erdogan, Putin e Rouhani decideranno tutto senza la presenza di Assad a dimostrazione del fatto che il Presidente siriano altro non è che un fantoccio, una marionetta nelle mani dei tre satrapi.

A peggiorare il quadro generale c’è l’annuncio dato la scorsa settimana da Trump in merito all’imminente ritiro delle truppe americane dalle zone sotto il loro controllo, un ritiro fortemente osteggiato dai consiglieri di Trump che non vorrebbero lasciare il destino della Siria nelle sole mani di Iran, Turchia e Russia anche e soprattutto per la posizione strategica del territorio siriano nel contesto mediorientale.

Perché il punto è questo, un ritiro degli americani dalla Siria significa lasciare completa mano libera a Putin, Erdogan e Rouhani, significa quindi compromettere fortemente la sicurezza di Israele e del Libano oltre a permettere a Teheran di portare a compimento il piano di un “corridoio sciita” che va dall’Iran al Libano passando per Iraq e Siria, significa permettere a Erdogan di avere mano libera nel Kurdistan siro-iracheno e infine significa permettere a Putin di potenziare l’influenza russa in tutto il Medio Oriente, e di certo non è una cosa buona.

Preoccupazione in Israele

Al termine dell’ultimo incontro tra Netanyahu e Trump avvenuto il mese scorso a Washington, il Premier israeliano era apparso rincuorato sulla Siria e sulla minaccia iraniana che proprio da quella regione arriva nei confronti di Israele. Trump e Netanyahu erano apparsi concordi su diversi punti specie su quello che Israele avrebbe avuto mano libera per impedire a Teheran di posizionarsi stabilmente in Siria e che in tutto questo avrebbe avuto il sostegno americano. L’annuncio a sorpresa di Trump ha cambiato tutto.

E non aiutano i messaggi confusi che arrivano da Washington. Lunedì della scorsa settimana alcuni funzionari della difesa americana avevano annunciato l’invio di rinforzi in Siria, il giorno dopo Trump ha annunciato l’imminente ritiro. Poche ore dopo l’annuncio di Trump arriva un nuovo capovolgimento. Durante un breafing della Difesa con i giornalisti un funzionario affermava che gli Stati Uniti sarebbero rimasti in Siria fino a quando la regione non sarebbe stata sicura. Confusione totale che non fa altro che aiutare i tre satrapi a spartirsi le spoglie siriane.

Qual’è la strategia di Trump in Medio Oriente?

Sul Medio Oriente si ha l’impressione che Trump navighi a vista. Non si intravede uno straccio di strategia. Va bene l’appoggio palese a Israele e il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, che per altro scatenerà un vespaio, ma a tutto questo va aggiunta una strategia che non può prescindere da quello che avviene in Siria. E se gli americani se ne andranno veramente Israele resterà l’ultimo baluardo contro l’espansione dei tre regimi che oggi ad Ankara decideranno come spartirsi la Siria.

Non si è visto nemmeno l’annunciato piano di pace con gli arabo-palestinesi, ma questo è un problema decisamente secondario rispetto alla Siria e alla minaccia che rappresentano le mira espansioniste iraniane e turche appoggiate dalla Russia. Trump non ne può stare fuori, non se almeno gli interessa il destino della regione.

Le prossime ore saranno decisive per capire non tanto i piani di Russia, Turchia e Iran che ormai sono palesi, quanto piuttosto per capire se il Presidente Trump ha una linea per contrastarli, ammesso che abbia intenzione di contrastarli perché sinceramente al momento non sembra che lo voglia fare.