Il terrorismo palestinese esplode online. Il ruolo degli “attivisti stranieri” (report)

Da diversi mesi sulla rete si assiste a una vera e propria escalation dell’incitamento all’odio e al terrorismo “mordi e fuggi” di matrice palestinese. Non sono solo i giovani palestinesi a rendere virali gli incitamenti all’odio e a colpire i civili israeliani ma spesso anche persone non palestinesi. La parola d’ordine è “incitare a tutti i costi, anche e soprattutto attraverso la diffusione di false notizie”.

campagna-odio-terrorismo-social-mediaSubito dopo l’attacco alla sinagoga di Gerusalemme abbiamo assistito al vero e proprio picco con una serie di campagne virali sui social media che incitavano i palestinesi a colpire in qualsiasi modo. Ma la storia inizia con il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani, si amplia durante l’operazione “margine protettivo” e, come detto, degenera subito dopo l’attacco alla sinagoga di Gerusalemme. E’ in quel preciso momento che su Facebook e su Twitter escono le più virali campagne di odio e di incitamento al terrorismo di sempre, campagne che toccano il picco con la pubblicazione di una fotografia che, proprio con riferimento all’attacco alla sinagoga, invita i palestinesi a fare altrettanto inventandosi di sana pianta la notizia che la moschea di Al-Aqsa sarebbe sotto attacco da parte del “nemico sionista”.

A quella vignetta ne seguiranno delle altre che invitano a usare le macchine per investire i passanti o i civili in attesa alle fermate dell’autobus, che invitano ad attaccare con ogni mezzo gli israeliani, il tutto condito da una lunghissima serie di notizie inventate di sana pianta. La scorsa settimana si è toccato forse il picco più alto con alcune pagine su Facebook che mostravano sul loro profilo la sopra citata immagine di un’ascia insanguinata ed altre nelle quali si chiedeva esplicitamente di attaccare civili israeliani.

[quote_center]Palestinesi e non palestinesi (spesso stranieri cooperanti di ONG) che conoscono bene la psicologia della rete e ne approfittano[/quote_center]

«Non siamo di fronte a una campagna improvvisata» ci dice un responsabile della sicurezza israeliana che monitora i social media «ma siamo di fronte a una campagna mirata e studiata a tavolino da chi conosce alla perfezione la dinamica della rete». False fotografie che diventano virali in pochi minuti (ne abbiamo viste a centinaia durante l’operazione “margine protettivo” per lo più riferite a fatti accaduti in Siria e in Iraq), vere e proprie messe in scena con finti arresti di bambini palestinesi da parte di presunti militari israeliani, attacchi a interi villaggi totalmente inventati. E’ un flusso continuo di notizie fasulle che investe la rete e che non sempre arriva da giovani palestinesi ma che sempre più spesso proviene da “attivisti stranieri” che si prestano volentieri al gioco.

[quote_center]Israele lascia correre mentre la ANP chiude pagine e fa arresti. Le minacce ad Abu Mazen[/quote_center]

Nonostante il proliferare di pagine che incitano all’odio sui social media, la sicurezza israeliana fino ad oggi non ha compiuto atti significativi per combattere il fenomeno. Diversamente si comporta invece la polizia palestinese della ANP che nelle ultime settimane ha fatto chiudere diverse pagine e profili sui social media e ha provveduto anche a diversi arresti di palestinesi legati ad Hamas. Alcuni profili e pagine su Facebook incitavano addirittura all’omicidio di Abu Mazen in quanto giudicato “troppo debole” o addirittura “un traditore delle causa palestinese”. Il punto debole di questa campagna di repressione portata avanti dalla polizia palestinese sono i “cooperanti” stranieri sui quali hanno poco potere di controllo anche per la scarsa conoscenza della loro lingua. Per questo pochi giorni fa gli organismi della ANP hanno chiesto la collaborazione di “organismi esterni” affinché segnalino alle autorità della ANP quelle pagine e quei profili di “attivisti e cooperanti” che incitano all’odio contro la ANP, contro Abu Mazen e che spingono i giovani palestinesi a legarsi ad Hamas e a compiere atti di terrorismo. E’ un po’ un controsenso rispetto a quello che il Presidente della ANP ha fatto ultimamente fomentando e incitando proprio all’odio, ma evidentemente la sicurezza palestinese vede in queste persone un pericolo per la loro stessa esistenza, un pericolo addirittura maggiore di quello rappresentato da Israele.

[quote_center]I “cooperanti stranieri” residenti in Cisgiordania che fomentano l’odio e spingono i giovani nelle braccia di Hamas[/quote_center]

Questo è uno dei punti più controversi della attuale fiumana di odio che sta investendo Israele e in parte la ANP. La maggior parte dei cosiddetti “cooperanti stranieri” o “attivisti” residenti in Cisgiordania sono legati a doppio filo con Hamas, operano e si comportano come fossero parte di Hamas. Reclutano intere famiglie, convincono i giovani a creare caos invece di andare a scuola, sono molto attivi nella copertura degli operativi di Hamas diventando spesso veri e propri corrieri per conto della organizzazione terroristica che controlla la Striscia di Gaza. Insomma, non sono in Cisgiordania per ragioni umanitarie ma per mere ragioni politiche e condizionano pesantemente la situazione locale. Su questo c’è un rapporto molto accurato redatto dagli esperti dello Shin Bet di cui parleremo nei prossimi giorni ma che fa parecchio riflettere.

[quote_center]Come combattere il fenomeno[/quote_center]

Come detto Israele fino ad oggi ha lasciato correre parecchio lasciando fare il “lavoro sporco” alla sicurezza della ANP. Ma ormai è chiaro che tutto questo non basta più. Lo Shin Bet ha potenziato l’unità che si occupa di monitorare i social media e in collaborazione con la ANP sta segnalando le persone più attive nella campagna d’odio e nel fomentare il terrorismo. Diversi “attivisti stranieri” sono finiti sotto la lente delle autorità di sicurezza palestinesi e alcuni sono molto prossimi alla espulsione se non addirittura all’arresto. Da diversi giorni gli “attivisti stranieri” sospettati di essere legati ad Hamas hanno subito diverse restrizioni e sono sottoposti ad accurati controlli. La rete viene costantemente monitorata sia da parte israeliana che da parte della ANP. L’idea di fondo è quella di individuare i profili più attivi nella campagna di odio e procedere alla loro identificazione e a renderli innocui procedendo, dove sussistano i presupposti, alla loro espulsione (se stranieri) o al loro arresto se palestinesi la cui collaborazione con Hamas venga provata. Il tutto viene fatto attraverso una stretta collaborazione tra lo Shin Bet e le forze di sicurezza della ANP. Evidentemente le minacce e gli insulti contro Abu Mazen hanno avuto il loro effetto.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Noemi Cabitza

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